Gocciola in giro una malcelata soddisfazione per il moto popolare che giovedì scorso a Cirò Marina si è sollevato in occasione del fermo di Salvatore Fuscaldo, cinquantenne bracciante agricolo del posto accusato di essere l'autore del violento omicidio di Antonella Lettieri. La commessa è stata aggredita la sera dell'8 marzo mentre rientrava a casa dal negozio di alimentari del cognato dove lavorava e sul suo corpo sono stati rinvenuti segni di almeno dodici coltellate e altrettante martellate. La violenza con cui l'omicida si è accanito sul corpo della donna sembra avere scosso l'intera comunità e il fatto che il crimine sia stato compiuto proprio nella giornata internazionale per i diritti delle donne ha aggiunto temperatura emotiva.

Così si arriva a giovedì quando centinaia di persone hanno atteso l'arrivo del presunto assassino all'esterno della caserma dei carabinieri di Cirò Marina con inusitata rabbia e la voglia nemmeno troppo simulata di linciare l'accusato in un atto pubblico di giustizia sommaria. Umana reazione di un paese scosso? Non del tutto, secondo i primi pareri delle autorità. Le parole del colonnello dei carabinieri Salvatore Gagliano infatti somigliano più a un atto d'accusa: «Nessuno, però, – dice amareggiato il colonnello dei carabinieri – si è accorto di nulla mentre una giovane donna veniva uccisa con più di venti colpi alla testa e dodici coltellate al tronco. Antonella ha lottato strenuamente, ha sicuramente urlato – ripete il comandante provinciale dell’Arma – ma delle circa 30 persone sentite finora dai Carabinieri (tra cui ci sono anche vicini) nessuna ha riferito nulla, e neppure una telefonata anonima è giunta alle forze dell’ordine. Ancora una volta le indagini hanno dovuto fare a meno del contributo della comunità”. Anzi, secondo l'ufficiale dei carabinieri dietro la concitata reazione potrebbe addirittura nascondersi una cerimonia dal sapore mafioso per rispetto e onore nei confronti dei famigliari della Lettieri, imparentata con alcune persone vicine alla mafia locale.

Antonella viveva sola in una villetta circondata da altre abitazioni in cui si era trasferita dopo la morte dei genitori. Secondo gli inquirenti si sarebbe dibattuta e avrebbe urlato a lungo per attirare l'attenzione e l'orario (erano le 8 di sera) e la zona fanno presumere che nei dintorni ci fosse più di un passante. Che centinaia di persone sapessero dell'arresto e nessuno invece abbia dato informazioni utili alle indagini (o meglio: abbia deciso di comunicarle alle forze dell'ordine nei giorni scorsi) racconta come l'omertà non possa essere nascosta sotto il tappeto dagli urlacci di una vendetta di popolo.

La legalità di una comunità non vive di esplosioni momentanee di indignazione ma piuttosto di un costante lavoro di piccoli doveri che ognuno dovrebbe rispettare. Non servono angeli vendicatori o eroi effimeri: serve rispettare l'articolo della Costituzione che chiede a ogni cittadino italiano di contribuire alla crescita materiale e spirituale del Paese ognuno con la propria funzione e la propria professione. Anche perché non troppo lontano (sempre in Calabria, a San Giorgio Albanese) la morte di Mattia (sedicenne caduto forse per gioco da una tettoia) sta ancora aspettando che qualcuno possa contribuire alla verità: «Probabilmente il giovane non era da solo – ha detto nei giorni scorsi il Sostituto Procuratore di Castrovillari Facciolla – e stiamo cercando di individuare i soggetti che potevano essere con lui, dopo che il ragazzo era stato ad una festa. Abbiamo appurato che ha ceduto una tettoia, e che quindi il giovane è caduto». Ma anche lì, nessuno ha parlato. Niente manifestazioni, solo la verità. Appunto.