A 17 anni pianifica una strage suprematista, lo psicologo Rizzi: “Certa politica sta alimentando i radicalismi”

L'arresto di un diciassettenne accusato di propaganda razzista e attività con finalità di terrorismo, riporta prepotentemente al centro dell'attenzione il tema della radicalizzazione giovanile. Secondo le indagini dei carabinieri del Ros, il ragazzo frequentava ambienti online legati all'estremismo suprematista, inneggiava alla razza ariana e agli autori delle sparatorie negli Stati Uniti e stava cercando materiali e istruzioni per costruire armi ed esplosivi. Un caso che solleva interrogativi profondi non solo sulla sicurezza, ma anche sul clima culturale in cui stanno crescendo gli adolescenti italiani. Com'è possibile che ragazzi così giovani riescano a identificarsi in una logica tanto distruttiva, dove l'altro non è solo un avversario ma un nemico da sterminare? Che responsabilità abbiamo noi adulti in tutto questo? E che ruolo ha un certo tipo di politica nell'esasperare i toni e, di riflesso, le reazioni di chi è troppo fragile per resistere al fascino di certi discorsi totalizzanti? Per comprendere le dinamiche alla base di questi fenomeni, Fanpage.it ha intervistato Damiano Rizzi, psicoterapeuta dell'infanzia e dell'adolescenza e presidente della Fondazione Soleterre.
"Matteo Piantedosi e il Ministero dell’Interno hanno una responsabilità politica precisa". afferma Rizzi. "Se oggi in Italia un ragazzo può radicalizzarsi online, entrare in reti estremiste e progettare una strage senza che esista una rete strutturata capace di intercettarlo prima questo è una responsabilità della politica".
La recente notizia del diciassettenne radicalizzato su Telegram e pronto a pianificare una strage in nome della superiorità della razza ariana, ha scosso l'opinione pubblica. Siamo di fronte a un peggioramento delle condizioni psicologiche dei giovani? Quali sono le cause di questa deriva violenta?
Quando analizziamo fenomeni cos'è patologici, il rischi è quello di osservare solo l'aumento del livello di violenza senza contestualizzarlo. I dati ci dicono che non esiste un rapporto diretto di causa-effetto tra linguaggio politico e atti violenti, ma esiste una correlazione solida. L'esposizione a linguaggi discriminatori aumenta gli atteggiamenti ostili nei giovani. Oggi molti ragazzi vivono una sorta di "gamification" della guerra. Il conflitto viene percepito come un videogioco e la politica è direttamente responsabile, poiché essa ha il potere di alzare o abbassare la soglia di ciò che è ritenuto pensabile.
Cosa intende?
Quando le istituzioni internazionali o la stessa Casa Bianca mostrano attacchi militari con musiche epiche di sottofondo, spettacolarizzano il lancio di missili su Paesi stranieri come se fossero scene di un film, o non contestano apertamente le logiche di sterminio, si sta legittimando un certo clima culturale. Per tornare alla cronaca, la domanda che dovremmo porci non dovrebbe pertanto essere solo: "cosa aveva in testa quel ragazzo?". Dovremmo prima di tutto chiederci in quale clima sia cresciuta quella testa.
In che modo il linguaggio pubblico incide sulla percezione dei ragazzi?
Se il linguaggio pubblico da parte di istituzioni come il Governo o il Ministero dell'Interno è fatto di costante delegittimazione e disumanizzazione del "nemico" – pensiamo ai concetti di remigrazione o all'identificazione di gruppi da allontanare in base alla loro origine – si costruisce un'idea identitaria che prevede necessariamente un avversario che "ruba" qualcosa o ci rende "meno integri". In questo contesto, la violenza collettiva non è più un salto improvviso, ma un processo progressivo: si creano stereotipi, si disumanizza l'altro e, infine, si legittima l'esclusione, anche con mezzi dirompenti. Anche l'attacco sistematico al quale abbiamo assistito in questi mesi a istituzioni come la magistratura contribuisce a creare un mondo fittizio diviso tra "noi" e "loro". In questo clima, le identità più fragili trovano nella violenza una forma di riscatto e appartenenza.
C'è il rischio che questa polarizzazione "noi contro loro" finisca per radicalizzare un'intera generazione, indipendentemente dal colore politico?
Il rischio è proprio quello di cadere nella stessa logica binaria e polarizzata. Chi vive una vulnerabilità identitaria o narcisistica – un senso di inadeguatezza, vergogna o esclusione – ha bisogno di essere "visto", soprattutto se molto giovane. Progettare un atto estremo su Telegram diventa così un modo per ottenere potere e visibilità. Oggi manca la percezione che il diritto o le organizzazioni internazionali possano regolare i conflitti. Il messaggio che passa, anche agli adulti, è: "O ti armi e fai valere le tue ragioni con la forza, o non hai speranza". Un adolescente, che sta ancora costruendo il proprio Sé, è; molto più vulnerabile a questo messaggio. Se ha una fragilità interna e trova una comunità online che trasforma quella debolezza in "potenza" attraverso l'odio, l'identificazione con modelli violenti diventa quasi inevitabile.

Al di là della retorica, cosa dovrebbero fare concretamente gli adulti e le istituzioni per arginare questo fenomeno?
Dobbiamo smetterla di rispondere alla violenza solo inasprendo le pene. Non si cura la violenza con altra violenza. La violenza nasce dal dolore psichico non riconosciuto. Se un ragazzo non trova un contenitore per la propria sofferenza, quel dolore diventa vendetta. Gli interventi devono pertanto essere strutturali e immediati. Portiamo subito l'educazione alle relazioni nelle scuole, obbligatoria e senza bisogno di consenso per ogni ordine scolastico. I ragazzi devono prima imparare a riconoscere e regolare le proprie emozioni. Poi serve un serio potenziamento del numero di psicologi pubblici: in Italia ne abbiamo circa 2,8 ogni 100.000 abitanti, quando ne servirebbe uno ogni 1.000. L'80% delle famiglie deve pagare privatamente per l'assistenza psicologica.
Perché, sebbene spesso di dice che la politica abbia allontanato i giovani, sono proprio i più giovani a subire maggiormente il linguaggio della politica?
Un diciassettenne è dominato dalla dimensione emotiva (il sistema limbico) e non ha ancora la struttura biologica per gestire certi input in solitudine. Se gli adulti e la politica restano assenti e non presidiano i luoghi di vita dei giovani – lasciandoli soli davanti a uno smartphone dove un genocidio e una pubblicità di cosmetici hanno lo stesso peso – non possiamo stupirci delle conseguenze. Il silenzio delle istituzioni viene riempito dai radicalismi, perché simboli come la svastica offrono una parvenza di forza a chi, in realtà, si sente impotente.