Conferenza stampa del Festival delle Letterature

Un grande scrittore che si impegna a fondo come critico letterario è sempre degno della massima attenzione.

La lista è insospettabilmente lunga: Thomas Mann, Eliot, Pasolini e altri.  La critica letteraria suona troppo spesso come qualcosa da grigi ‘addetti ai lavori’: a scuola si leggono manuali d’impostazione storica, com’è ovvio, che ci danno un’immagine della storia dei testi importanti da conoscere, capire. L’idea che questa immagine non solo possa essere messa in discussione, ma che essa stessa sia il risultato di un dibattito, tutt’altro che pacifico, ma anzi turbolento e complesso, spesso non viene fuori quando i ragazzi la apprendono dai manuali.

Questa idea alienata e alienante di avere un approccio critico a un testo rischierebbe di essere giustificata se non ci fossero autori come Walter Siti, il quale più di tutti ha il diritto di dire che ha fatto della letteratura la sua vita. Siti è uno degli scrittori più significativi degli ultimi anni (degli ultimi vent’anni: il primo romanzo è del 1994) e la sua attività di scrittore da sempre è stata accompagnata da una complessa riflessione critica. Questo, lo ripetiamo, non è scontato: anzi molti autori, anche coltissimi, hanno pensato di voler preservare la loro scrittura da troppo intellettualismo.

Walter Siti, invece, ha sempre riflettuto in modo radicale sulle ragioni della scrittura, a cominciare da storici scritti in cui spiega il senso della sua personalissima tecnica letteraria, la “autofiction”.  Per chi non la conoscesse, la spieghiamo: l’autofiction è una narrazione in prima persona, in cui l’autore stesso, con nome e cognome, diventa personaggio.

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L’inizio di Troppi Paradisi è evocativo: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti.”  Dopo di che, il fatto che questa sia la vera storia di Walter Siti, o la storia di uno come tutti, è un altro paio di maniche. Ma proprio da quest’incipit, frase straniante alquanto, possiamo partire per interpretare qual è stato l’iter che ha portato Walter Siti, uno come tutti, a scrivere un testo in cui dichiara che Il realismo è l’impossibile, titolo di un pamphlet che forse potrebbe riconciliare un lettore piuttosto diffidente dalle astrazioni critiche con un sano approccio riflessivo al testo.

Walter Siti, infatti, sin dal suo primo lavoro letterario decise di inserirsi come protagonista del  romanzo proprio perché voleva ‘stupire’ il lettore con qualcosa che fosse realistico, mettendolo nella posizione scomoda di decidere se ciò che il personaggio Walter Siti faceva, diceva e pensava, fosse ‘la vita vera’ o invenzione.

Se la premessa di un testo è che quel che leggiamo è sempre oggetto di un’invenzione, paradossalmente, l’invenzione più grande è restituirci la vita come se fosse fuori dal testo. È  questa l’anima del realismo per Siti: per questo un autore può inventare di sana pianta una storia che coinvolge non solo se stesso, ma il suo capo, gli intrallazzi universitari, le vicende spicce quotidiane, i drammi che accadono calati nella vita banale. Il nome di Siti e altri riferimenti alla realtà comune sono dunque una sfida, una sfida prendere seriamente ciò che, grazie allo stile, all’arte narrativa, alla capacità di uno scrittore risulta più vero del vero, ha il diritto di essere preso sul serio.

Ma perché, dunque, il realismo è l’impossibile? Per spiegarlo, si deve partire da un fondamentale saggio di Roland Barthes “L’effetto di vero”: Barthes nota che un dettaglio inutile ai fini della trama, in una scena di Madame Bovary, era in grado di far sembrare molto più vera e palpabile la vicenda piuttosto che se fosse stata raccontata per filo e per segno. Il realismo dunque non si identifica con la referenzialità anzi in qualche modo la travalica: quanto più un testo è in grado di farci percepire le cose come se stessero accadendo davanti ai nostri occhi, quanto più percepiamo i dettagli di una realtà brulicante ed evocata, quanto più abbiamo l’impressione, finta, pretestuosa, impossibile, di stare effettivamente entrando in una stanza, andando a coricarci in un letto o chiaccherando in un salotto, tanto più noi viviamo quella grande invenzione, quell’artificio letterario di creazione moderna che chiamiamo realismo.

Il realismo è l’impossibile fatto che la vita possa essere di nuovo, e ancora e ancora, davanti ai nostri occhi, che la memoria e i sensi possano essere risvegliati da una profondità che l’esperienza letteraria è in grado di assumere. I critici letterari lo hanno chiamato ‘straniamento’ e non è un caso che questo termine sia lo stesso usato dai surrealisti: se ci si pensa, quando si legge, è altrettanto incredibile vedere il fantasma di Nadja che si aggira sfuggente fra le strade di Parigi, che vedere con nitidezza gli stivali nella steppa delle truppe francesi di cui parla Tolstoj, che prendono Mosca fra le fiamme: il realismo è dunque una sorta gigantesco fantasma che si espande all’infinito nell’immaginazione della nostra vita quotidiana, facendoci percepire che le cose non sono mai solo ‘cose’, ma sono grumi di senso, simbolici, e l’arte realista sta tutta nella nostra capacità di attivarli.

Almeno questa potrebbe essere la sintesi del pensiero espresso nel nuovo libretto di Siti, un omaggio alla letteratura come l’unica vera arte radicata totalmente sull’immaginazione, ed anche una visione del romanzo come la forma in cui uno scrittore può esprimersi al massimo perché è la forma dove vibra la vita: traspare da queste pagine un’idea del romanzo come qualcosa per cui “nulla è importante se non la vita” (espressione di D. H. Lawrence), una vita che si dà in tutta la sua molteplicità, rinunciando ad immagini semplicistiche perché fantastiche, e che lo scrittore dosa nella sua concretezza come fosse la somma finzione.

Ora ci si chiederà perché leggere questo nuovo saggio di Walter Siti, perché impelagarsi con qualcosa di secondario invece che, magari, nel poco tempo rimastoci, leggere direttamente un romanzo? Una ragione potrebbe essere che questo libro è, fra i testi di critica, talmente intellettualmente onesto da svellere ogni immagine precostituita e confezionata del dibattito critico, per restituirci nella sua limpidezza un itinerario intellettuale fatto di conquiste personali, meditate, ma sempre vivificate dal fatto che questo percorso, il percorso verso il realismo, è stato quello di un artista: qualcuno che effettivamente stava cercando il modo migliore di esprimersi, il modo migliore per inventare senza infingimenti, se si passa il gioco di parole.

Questo percorso esistenziale di uno ‘come tutti’, che ha la necessità di una forma ‘da abitare’ e non solo da giustificare con la sua mente, può essere anche un riflesso del percorso di chi voglia ribellarsi al vuoto delle narrazioni filiformi cui siamo bombardati ogni giorno, aridi resoconti di una vita comune che noi prendiamo per ‘veri’ e che usiamo solo come mediazione fra noi e gli altri: i rapporti sul lavoro, i programmi televisivi, le occasioni mondane: sono tutti segmenti di un’esistenza che, come dimostra Walter Siti e la sua vicenda di romanziere – schiacciati nella quotidianità dalle grandi narrazioni che le sovrastano come pregiudizi- possono nella letteratura ancora una volta assumere il valore di eventi concreti, in cui fatti insignificanti divengono improvvisamente simbolici, momenti in cui il fantasma della nostra vita quotidiana si accende ed espande con vitalità.