Prendetevi due minuti, sedetevi e leggete per cosa è stato condannato il collega di Fanpage Davide Falcioni. Non fate caso al nome della testata e, se vi torna utile a essere meno condizionati, lasciate perdere anche il cognome del giornalista: in Italia un giornalista è stato condannato per "concorso in violazione di domicilio" perché ha documentato le proteste di un gruppo di attivisti del movimento No Tav che il 24 agosto entrò nella sede torinese della Geostudio, un'azienda del consorzio dei costruttori della tratta ferroviaria Torino-Lione. In pratica accade che un giornalista documenti uno scontro e venga condannato per essere stato presente. Il diritto (e il dovere) di cronaca, secondo il Tribunale di Torino, deve essere fatto standone alla larga.

Ma esattamente qual è la colpa di Falcioni? Quella di essere stato chiamato in aula in occasione del processo a carico degli attivisti No Tav dagli avvocati della difesa e di avere dichiarato di non avere assistito a nessun episodio di danneggiamento. Badate bene: non ha espresso nessun giudizio morale sull'azione di protesta e nemmeno ha giustificato l'accaduto, no, ha semplicemente detto ciò che ha visto, esattamente come riportato nei suoi servizi di quei giorni, sconfessando i verbali della Forze dell'Ordine che asserivano il contrario. Falcioni è colpevole di "versione diversa dei fatti", un reato vecchio tanto quanto il potere e che in questi ultimi anni mostra una recrudescenza che meriterebbe un po' più di attenzione e un sincero dibattito pubblico.

Sarebbero colpevoli quindi i compagni di Peppino Impastato per non avere creduto all'ipotesi del suicidio smentendo la versione ufficiale dei carabinieri, sarebbero colpevoli tutti gli editorialisti che videro una mano (nera) dietro il periodo delle stragi che servirono per destabilizzare il Paese, sarebbe un pluricondannato Pasolini, sarebbero in carcere tutti coloro che hanno violato la proprietà privata per immortalare immagini che sono entrate nella storia del giornalismo e del dolore di questa nazione, sarebbero in carcere tutti coloro che hanno creduto che lo sguardo di un giornalista fosse una garanzia per la democrazia del Paese. "Falcioni, perché è entrato? Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle Forze dell'Ordine?", ha chiesto il pubblico ministero e di colpo a Torino si è affondati nei meccanismi autoritari di chi vede il giornalismo come portavoce dei poteri che deve controllare.

Il punto vero è che quando si tocca un giornalista (di qualsiasi giornale, che sia antipatico o simpatico, che sia bello o brutto, che sia vicino o lontano dalle nostre opinioni) in realtà si mette in discussione l'argine di un'intera professione e soprattutto di un diritto all'informazione. Che secondo qualcuno il ruolo dei cronisti sia quello di seguire pedissequamente le veline delle caserme senza avere la curiosità (e la professionalità) di verificare con tutti gli strumenti che si hanno a disposizione (e cosa c'è di più banale e garantista di una telecamera accesa?) dimostra quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere la consapevolezza che il giornalismo è scomodo, invadente, ficcanaso, autonomo e critico. Quegli altri non sono giornalisti, sono camerieri.