È necessario sostenere con adeguati finanziamenti le politiche per salute, clima, digitale, cultura, ricerca, infrastrutture, gioventù, solidarietà e gestione delle frontiere. Per questo il Parlamento europeo non vuole indietreggiare e sta difendendo i programmi faro dell’Unione europa durante i negoziati sul prossimo bilancio pluriennale (Qfp), quello relativo al 2021-2027. L’8 ottobre si è tenuto il settimo incontro tra Parlamento e Consiglio, guidato dalla presidenza tedesca, e il portavoce dell’Eurocamera, Jaume Duch, ha fatto sapere che i negoziati si sono interrotti: “Senza una proposta valida di aumento dei massimali da parte della Presidenza tedesca sarà impossibile andare avanti. I margini e la flessibilità sono per esigenze impreviste, non per i trucchi di bilancio”.

A spiegare ancora meglio la situazione sono arrivate le parole di Johan van Overtveldt, il presidente della Commissione Bilancio al Parlamento europeo, che ha reagito alle informazioni circolate sulla stampa rispetto alle proposte non realistiche dell’Eurocamera: “Fatemi mettere le cose in chiaro: la proposta di compromesso del Parlamento è di 39 miliardi di euro. Una cifra che comporterebbe un cambiamento minimo (2%), rispetto al pacchetto proposto dal Consiglio a luglio, ma che farebbe una grande differenza per i cittadini che beneficiano delle politiche comuni”. Van Overtveldt ha aggiunto che questo è una concessione “gigante”, rispetto alla proposta iniziale, ma che è fatta stata fatta nello spirito di “trovare presto un accordo”.

Nelle discussioni tra le istituzioni è stato chiamato in causa anche il Next Generation Eu, il piano proposto dalle istituzioni europee per affrontare la crisi dovuta dalla pandemia di Covid-19. In molti temono che le negoziazioni possano ritardare l’attuazione del programma, conosciuto in Italia come Recovery Fund. Una paura che non è fondata su concreti basi giuridiche: il Parlamento europeo ha infatti già deliberato sulle Risorse Proprie, unico passaggio necessario da parte dell’Eurocamera per dare il via al piano di ripresa. Per capire come si è arrivati a questo punto e quali sono i nodi che tengono in stallo le negoziazioni, è necessario fare un passo indietro: da una parte è opportuno approfondire i meccanismi decisionali dell’Ue e dall’altra affrontare quali sono stati i passaggi fondamentali che hanno portato alla definizione dell’attuale bilancio e del Recovery Fund.

Cosa è il bilancio europeo e chi decide sui suoi fondi?

Il bilancio europeo è noto tra i corridoi di Bruxelles con la sigla Qfp (Mff in inglese), che sta per “Quadro finanziario pluriennale”. Il Qfp definisce l’andamento delle spese dell’Ue nel lungo periodo (generalmente per sette anni) e stabilisce le disposizioni che il bilancio annuale deve rispettare L’attuale previsione di spesa in è quella che riguarda il periodo che va dal 2021 al 2027 e spetta al Parlamento e al Consiglio europeo decidere in materia, mentre la Commissione europea è responsabile di presentare la prima proposta. Dopo l’iniziale previsione, il Parlamento e il Consiglio adottano separatamente le loro posizioni, iniziano i negoziati tra le istituzioni e in un secondo momento l’Assemblea vota in plenaria sul Qfp. Quando il testo arriva all’Eurocamera nella sua versione finale, gli eurodeputati non hanno più il potere di emendarlo, ma possono solo approvare o bocciare la proposta.

Le istituzioni sono arrivate a questo appuntamento in forte ritardo, anche perché hanno accumulato rinvii già dai primi mesi e si sono trovate ad affrontare l’emergenza causata dal Coronavirus. Secondo un Regolamento (Council regulation 1261/2013) la Commissione europea avrebbe dovuto presentare una proposta di Qfp entro il gennaio 2018 per permettere di arrivare a un accordo tra istituzioni prima delle elezioni europee del maggio 2019, ma non è stato così. La prima proposta della Commissione è arrivata a maggio 2018, con 5 mesi di ritardo, e il Consiglio ha fatto sapere da subito che non avrebbe adottato una posizione prima delle elezioni europee, rinviando l’appuntamento all’autunno del 2019. Il Parlamento europeo ha invece formalmente adottato la sua posizione nel novembre 2018, chiedendo finanziamenti per 1 324 miliardi per il periodo 2021-2027 e si è detto disposto a iniziare le negoziazioni.Il Consiglio si è riunito in seduta straordinaria a febbraio 2020 per raggiungere un accordo, ma non è stato possibile trovare un compromesso: oltre ad alcune posizioni che riguardano nel dettaglio le voci di spesa, a bloccare l’accordo è stata soprattutto la posizione dura di alcuni Paesi che non volevano trasferire nelle casse di Bruxelles più dell’1 per cento del loro PIL. Poco dopo l’Europa si è trovata protagonista nella lotta al Coronavirus e nei mesi successivi le istituzioni europee si sono impegnate per dare risposte adeguate alla crisi che stava investendo diversi settori. La Commissione europea ha lanciato il Next Generation Eu e avanzato una nuova proposta per il Qfp. Lo scorso luglio è arrivato l’accordo tra gli Stati Membri in sede di Consiglio europeo che hanno licenziato un impegno di 750 miliardi per l’emergenza, attraverso il piano Next Generation Eu e disposto un finanziamento di 1074 miliardi all’interno del Quadro finanziario pluriennale. Il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, aveva celebrato quel momento parlando di “accordo senza precedenti”, ma aveva anche immediatamente sottolineato la necessità di avere un Qfp più ambizioso: “E’ arrivato il tempo di scegliere come e dove crescere nell’interesse dei cittadini e del pianeta. Le scelte su dove investire sono chiare: economia verde, salute, formazione, diritti digitali, democratici e sociali”. A chi accusa il Parlamento europeo di voler pesare sui bilanci nazionali in un momento in cui è già molto complesso reperire risorse, la risposta è sempre stata molto netta e chiara. Da una parte l’Eurocamera (con le decisioni formalmente adottate in aula e con le posizioni espresse dai suoi più alti rappresentanti) ha sempre sottolineato che trasferire fondi dai bilanci nazionali a quelli dell’Unione significa moltiplicare il ritorno dei singoli Paesi coinvolti, dall’altra non ha perso occasione per incoraggiare la Commissione e il Consiglio ad adottare un sistema di risorse proprie (tra cui tassa sulla plastica, revisione del sistema delle emissioni, tassa sulle transizioni finanziarie e sul digitale) che potesse sollevare le casse degli Stati Membri da ulteriori impegni.

Recovery fund e bilancio europeo sono collegati?

Come abbiamo visto ripercorrendo le tappe fondamentali sul bilancio europeo, l’accordo sul Next Generation Eu (e quindi sul Recovery Fund) e quello sul Qfp sono stati raggiunti in Consiglio europeo nello stesso momento. L’intenzione era quella di dare una risposta ampia alla crisi che l’Europa sta affrontando e di mettere a disposizione tutti i mezzi possibili. I due piani sono stati legati anche per poter meglio raggiungere un accordo tra Paesi Membri ed è per questo che il Consiglio europeo interpreta Next Generation Eu e Qfp come un unico pacchetto e minaccia che non si potrà partire con gli aiuti agli Stati previsti dal Recovery Fund senza un accordo sul bilancio.

Nel momento in cui il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo a luglio il Parlamento europeo ha prontamente aggiornato il suo mandato negoziale. Il 16 settembre, nonostante le negoziazioni siano ancora in corso, Il Parlamento ha adottato il suo parere sulla decisione del Consiglio sulle risorse proprie, aprendo così la strada alla ratifica del cosiddetto Recovery Instrument da parte dei parlamenti nazionali. Il Parere legislativo sulla decisione relativa al sistema delle risorse proprie (DPR) è infatti la base giuridica che autorizza l’assunzione di prestiti sui mercati finanziari per trovare fondi per lo strumento per la ripresa, il Next Generation Eu. Il piano potrebbe quindi entrare in vigore come previsto nel gennaio 2021. Oltre alla decisione di Parlamento europeo e Consiglio, la DPR dovrà essere ratificata dai parlamenti di tutti gli Stati Membri.

Cosa chiede il Parlamento europeo per approvare un bilancio adeguato alle sfide?

Le richieste del Parlamento europeo si incarnano in 15 progetti (ridotti dagli iniziali 40 individuati) che vengono definiti come “i programmi faro dell’Unione europea” e per questo l’Eurocamera chiede un impegno maggiore, 39 miliardi, e non è disposta ad arrendersi. Oltre alla questione sui massimali di spesa, altri nodi coinvolgono anche il rispetto dello Stato di diritto: per il Consiglio questa clausola è legata solamente alla gestione diretta del bilancio Ue che faranno i singoli Paesi, mentre il Parlamento vorrebbe che i fondi di Bruxelles non vadano a finire nelle casse degli Stati che non rispettano i valori fondamentali dell’Ue e lo Stato di diritto. Si sono invece fatti passi avanti sull’aspetto delle risorse proprie e, allo stato attuale, la tabella di marcia della loro introduzione, prevede già dal 2021 una tassa sulla plastica e la revisione del meccanismo di compravendita dei diritti di emissioni, dal 2023 invece l’introduzione di una tassa anti CO2, dal 2024 si partirà con la tassa sul digitale e quella sulle transizioni finanziarie, e, infine, nel 2025 la costruzione di una base imponibile comune per le imprese.

Andiamo a vedere più nel dettaglio quali sono i progetti ai quali il Parlamento europeo non vuole rinunciare e che tipo di impegno chiede. Tra questi ci sono programmi essenziali per rispondere nel lungo periodo alla crisi da Covid-19 e affrontare al meglio le sfide che l’Unione europea si trova a gestire. Si trova in questa lista, Horizon Europe, il programma dedicato alla ricerca, quello dedicato alla salute (Eu4Health), che aveva subito importanti tagli nell’ultima versione arrivata al Parlamento, e il Just Transition Fund sul quale si posa lo sviluppo del Green Deal europeo, al quale è toccata la stessa sorte dei precedenti. Questi progetti vengono inseriti dall’Eurocamera nella lista dei “programmi faro”, sui quali chiedere al Consiglio una posizione più ambiziosa. Stessa cosa vale per Erasmus+, che è stato praticamente dimezzato: se il Parlamento europeo dovessero accettare la posizione del Consiglio europeo, si passerebbe infatti dai 41,1 miliardi richiesti, ai 21,2 previsti. Una cifra giudicata insufficiente per sostenere il programma dell’Unione più celebrato e riconosciuto nei vari Paesi membri. Gli altri piani difesi dal Parlamento europeo riguardano il sostegno alle imprese, la cultura, la solidarietà, il digitale, la transizione ecologica e la gestione delle frontiere. Oltre a quelli già citati, si tratti di: Invest Eu, Connecting European Facility, Digital Europe, Child Guarantee, Creative Europe, Justice Rights and Values, Environment and Climate Action, Integrated Border Management Fund, European Defence Fund, Humanitarian Aid e NDICI, lo strumento dedicato alla cooperazione internazionale.

Nonostante lo stallo nelle negoziazioni, il presidente del Parlamento David Sassoli, si era detto fiducioso alla vigilia dell’ultimo round di incontri: “L’accordo può trovarsi anche in cinque minuti, serve la volontà politica di farlo”. In assenza di un compromesso entro la fine dell’anno, si procederà per il 2021 con un bilancio provvisorio. Non c’è quindi il rischio shut down: la procedura che si attiva negli Stati Uniti quando congresso e presidenza non trovano un accordo sul bilancio e che blocca i fondi federali.