L’inno alla vita e alla resilienza nei costumi della Cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi: il significato

È tempo di Paralimpiadi Invernali 2026. La data ufficiale di inizio è il 6 marzo, sancita dalla Cerimonia di inaugurazione all'Arena di Verona. Le gare andranno avanti fino al 15 marzo con un calendario che include moltissime discipline, distribuite tra Milano, Cortina e Tesero: sci di fondo, hockey su ghiaccio in carrozzina, biathlon, curling, snowboard e molto altro. Il titolo della cerimonia d'apertura è "Life in Motion". Il racconto punta alla valorizzazione dei sani principi dello sport e dello spirito paralimpico. Lo show è stato strutturato attorno a due macrotemi declinati in Arte, Musica e Danza: il movimento e la connessione. Attraverso i costumi di Silvia Ortombina si va a celebrare e valorizzare la bellezza in ogni sua forma, in ogni corpo, dando risalto alle differenze, alle diversità che sono espressione di unicità, di un'umanità in evoluzione e in movimento, ma profondamente connessa nell'essenza profonda. La costume designer e art director, founder dello studio creativo TINY IDOLS, ha sviluppato visivamente il concept andando oltre la distinzione tra abilità e disabilità, interpretando il corpo come luogo del movimento e delle connessioni. Quello che viene fuori è un inno alla vita, alla trasformazione, alla resilienza.
Come hai tradotto e trattato il tema "Life in Motion" che è il titolo della cerimonia?
Il lavoro si è sviluppato in dialogo con il regista Marco Borino, il coreografo Yoann Bourgeois e tutto il team di tutto Filmmaster con l'obiettivo di costruire una sintesi visiva coerente con tre pilastri: Musica, Danza, Arte. È una cerimonia d'avanguardia, aperta da Jago, quindi un touch molto moderno e contemporaneo che racconta il movimento come condizione dell'essere umano attraverso il costume.
Quanti costumi hai realizzato?
Abbiamo vestito 12 headliner, anche se in tutto sono una cinquantina. Ci sono tre segmenti. Il primo è diverso dall'ultimo, ma c'è lo stesso costume: nel primo ho messo in più un balaclava. L'idea è quella di raccontare un viaggio nel tempo dell'essere umano che inizia con un battito tribale e tre headliner importantissimi alla batteria. Per loro ho lavorato a quattro mani con HG/LF su scarti di pelle: un approccio alla moda rock and roll, ma dal taglio contemporaneo. Tutto il colore è bianco: abbiamo lavorato sulle sue diverse sfumature, dai ghiacci agli avori. Questo perché è il colore universale dell'amore, senza separazioni. È un non colore che richiama la luce, il tema dell'energia, l'universalità del corpo e quindi anche il movimento. È una visione totalmente contemporanea. Il secondo blocco è tutto fondato su dei quadri di Escher e torna tanto l'Arte come tema, anche sotto forma di Danza e Musica. Nel terzo segmento tornano gli stessi costumi, ma senza il balaclava, con questo meccanismo di ingegneristica di luce fatto da una mia collaboratrice, mia partner in questo progetto: luce assoluta in questo momento.
Quanto è durato il lavoro?
Un anno. Ovviamente si fa una gara: dopo il pitch c'è stata la fase di ricerca, poi c'è stata la prototipazione e si è arrivati alla produzione e finalizzazione. Andata avanti fino al giorno prima! Io poi punto sempre alla perfezione.

Da un punto di vista tecnico, di tessuti, vestibilità e silhouette, come ti sei mossa?
Sicuramente delle costruzioni leggere, perché ovviamente tutto è performance. "Life in Motion": lo dice già il nome, è tutto sul movimento. Tutti i costumi sono stati pensati proprio per avere la funzionalità del movimento, la libertà totale di movimento. Quando lavori coi ballerini non si può fare altrimenti, ce lo chiedono proprio, altrimenti perdono la confidenza con il loro corpo e li perdiamo. Quindi la prima cosa che ho fatto è stata quella di ascoltare le persone disabili. Per questo jo inserito il primo designer italiano a occuparsi a tutti gli effetti di disabilità, che è Francesco Materia. Lui ha un fratello tetraplegico e lui mi ha dato una consulenza a 360 gradi. C'è tutto un segmento dello settore che si chiama Adaptive Wear che lavora proprio sull'inclusione funzionale e la vestibilità, proprio per dare libertà ai disabili. Con lui abbiamo lavorato a quattro mani. Sarebbe stato un errore non avere la sua consulenza, perché è talmente specifico il suo campo. Entrare nelle storie delle persone è stato bellissimo: ti trovi davanti chi non ha una gamba, chi non ha un piede. È un impatto forte. Entrare nelle storie delle persone, ti dà la percezione di quella resilienza che loro hanno nel racconto del loro corpo, il contrasto perenne tra la forza che hanno e la fragilità che vedi?
Cosa hai pensato per gli headliner?
Per Rob Scandurra sono andata a Bologna in un magazzino di second hand, ho preso degli scarti e le ho fatto un vestito attraverso un workshop con gli studenti IED. Su Chiara Bersani abbiamo messo le fibre ottiche: è un costume in tessuto liquido. Anche qui sono andata a prendere degli abiti di second hand e abbiamo fatto tutto un lavoro di silicone acceso da una fibra ottica. Sono soluzioni d'avanguardia contaminate con la circolarità.

Perché hai scelto di puntare sulla sostenibilità, sul riciclo in questo progetto?
Mi è sempre stato a cuore il tema, ma non possiamo fare altrimenti dai: ce lo sta chiedendo in tutti i modi il pianeta.
Quali valori volevi che venissero celebrati?
Sicuramente la connessione dell'Uomo con la Terra, una connessione totale espressa attraverso l'upcycling e l'utilizzo di materiali riciclati, che è la prima risposta a questa connessione. Tutta la ricerca è orientata verso queste pratiche. Poi ci sono anche materiali innovativi, come la fibra ottica, le mani di luce, ma l'approccio alla circolarità è totale. Anche per il teaser di Pellissari: quegli stessi costumi tornano all'interno della cerimonia in un segmento, in un loro spazio, anche se ridisegnati con lycra diversa.