La Grazia, il significato degli abiti che indossa il Presidente di Paolo Sorrentino: “Il cappotto è la sua corazza”

Di chi sono i nostri giorni? È la domanda che emerge potente dal film La Grazia di Paolo Sorrentino, che ha aperto la Mostra del Cinema di Venezia. Il regista porta stavolta sul grande schermo un personaggio che si colloca agli opposti dell'indimenticabile Jep Gambardella de La Grande Bellezza, che gli è valso l'Oscar. Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, è un Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato, alle prese con alcune ultime importanti decisioni che rimanda senza venirne a capo. Lui, soprannominato Cemento Armato, uomo ferreo nelle sue convinzioni, si trova dinanzi dilemmi che rompono i suoi equilibri, le sue certezze. In ballo ci sono temi importanti dall'eutanasia alla libertà e tutto ruota attorno a quell'unica fatidica domanda, a cui alla fine troverà una risposta, ma dopo molti turbamenti.
Il regista per i costumi si è nuovamente avvalso della collaborazione di Carlo Poggioli (lo stesso costumista dei precedenti film Parthenope, Youth – La giovinezza, Loro). Stavolta Poggioli ha dovuto costruire il guardaroba di un uomo tutto d'un pezzo, stimato, che però contrariamente a quanto si potrebbe pensare si porta dei pesi sul cuore, dei dolori mai superati davvero. Questa parte così intima è sconosciuta persino a sua figlia Dorotea (interpretata da Anna Ferzetti), che ha seguito le orme paterne diventando una giurista tutta d'un pezzo. Intervistato da Fanpage.it, Carlo Poggioli ha raccontato il processo creativo per questi personaggi, come si è mosso per rendere visivamente i loro caratteri, affinché la narrazione risultasse coerente, nel pieno rispetto dell'accurata e dettagliata sceneggiatura di Sorrentino.
Il guardaroba di Mariano De Santis è rigoroso: sempre con cappello, completo, cappotto. Questi costumi che personaggio delineano?
È un Presidente un po' ermetico, con grandi responsabilità, ma nello stesso tempo è un essere umano che come tutti ha le sue debolezze. E poi è pervaso sempre dal ricordo della perdita della moglie. Questa tristezza si trasmette sul suo modo di vestire. Ho usato sempre più o meno le stesse cose. Ho cambiato le forme da un doppiopetto a un monopetto, però ho usato sempre gli stessi toni: grigio, grigio scuro fino ad arrivare al blu scuro del cappotto. La nuance dei costumi che avevamo deciso con Paolo erano quelli. Solo alla fine lo vediamo in camicia, come se fosse una liberazione da quest'armatura che portava. Il cappotto, il senso del cappotto è proprio questo: un senso di protezione, un po' una corazza per lui. Non è solo per il freddo, ma è proprio il fatto di proteggersi, così come il cappello. Ci hanno detto: ah, ma assomiglia troppo a questo presidente a quell'altro presidente. No, noi abbiamo utilizzato un'immagine che comprendesse un po' tutti i presidenti. Il suo antagonista Ugo Romani, invece, è interessante per come si veste, perché è completamente diverso dal lui.

E invece i due personaggi femminili, Coco e la figlia Dorotea?
Dorotea io l'ho vestita in un modo semplice e in toni freddi. Ci ha dato una mano Brunello Cucinelli che ci ha dato delle cose. Gli abiti di Coco li abbiamo fatti tutti appositamente. Lei è un personaggio importante nel film: è quel punto di felicità, di gioia, di allegria che c'è nel mondo del nostro Presidente. È l'unica con cui lui si diverte. Lei è un'artista, gli porta una ventata di freschezza, è per questo che la incontra sempre volentieri. È stravagante nello spirito e nello stile, in ciò che indossa.

Anche se non glieli vediamo addosso, protagonisti sono anche i vestiti della defunta moglie…
Lui ricorda costantemente la moglie come una donna allegra che vestiva bene, che vestiva colorata, che cambiava tanti abiti. Nella scena finale lui va proprio in mezzo a quegli abiti, proprio per ritrovare la moglie. La sua perdita è una costante fissa nel film.

Chi ha realizzato i completi che vediamo addosso a Servillo?
I completi che indossa lui sono stati realizzati, come quelli di tutti gli altri uomini, da Canali. Vale anche per il cappotto del capo di Stato portoghese, nella scena sotto la pioggia. Invece Gai Mattiolo ci ha dato un grande aiuto per la parte colorata. Per la scena del teatro alla Scala, dove avevamo tantissime comparse da vestire, ci siamo appoggiati oltre che a Gai Mattiolo anche alla sartoria Tirelli Trappetti e alla Bottega di Alice.

Su che scala cromatica si muove il film?
Paolo ha creato un Quirinale che è un po' un bunker. I colori rappresentano sia lui che che un po' tutte le persone che sono all'interno: sono prevalentemente toni freddi, fermi a un certo tempo. Solo quando il Presidente esce dal Quirinale e ritorna a casa vediamo il mondo colorato intorno a lui: è quel mondo che lui ha sempre sognato e vissuto nel ricordo della moglie. Lì scoppia la realtà della vita che deve affrontare. Ho lavorato per sottrazione. Io lavoro sempre rispettando ciò che viene richiesto dalla sceneggiatura per rispettare quell'atmosfera, che viene tradotta nelle forme, nei colori. Il Presidente aveva 8-10 completi che si differenziavano uno dall'altro solo per cose quasi impercettibili, magari solo una righina. Erano tutti in tessuti meravigliosi e nella stessa nuance, tutti sulla stessa linea per portare avanti lo stesso discorso. Volevo essere coerente con Paolo.
È vero che sono state tagliate delle scene in cui Sorrentino aveva previsto Servillo in pigiama?
Quando si va al montaggio tante scene si capisce che non funzionano. Non è che potevamo vedere improvvisamente il Presidente vestito di col pigiamino con gli orsetti quindi sì, avevamo dei pigiami, uno lo avevamo fatto fare apposta. Abbiamo anche girato la scena, ma poi è stata una scelta di Paolo: evidentemente col montaggio finale non c'entrava.

Nel finale Mariano De Santis viene intervistato da una giornalista sul suo abbigliamento. Effettivamente l'immagine è importante, anche per un Presidente. Che rapporto c'è tra politica e moda?
Ogni politico sceglie l'abito per comunicare chi è, per comunicare la sua appartenenza, per comunicare se è vicino al popolo o meno. Vale anche per i reali. La rappresentazione della monarchia è sempre una rappresentazione di potere, di medaglie, di ori. È così anche per ogni presidente, sebbene sembra che siano un po' tutti uguali. Trump mette sempre quelle cravatte orrende…! Ognuno ha una sua caratteristica da mostrare. Per esempio negli anni 60-70 abbiamo avuto anche chi rappresentava il potere vestendosi in modo alternativo, proprio perché erano messaggi di impegno sociale, più vicini al popolo. Poi c'è l'ufficialità di chi è venuto dopo. Ma così anche le cravatte. Quelle di Mariano De Santis sono di Canali e Marinella. Anche per quelle abbiamo fatto cambi minimi, quasi impercettibili, non c'era chissà che scelta! La mattina con Toni quando decidevamo dicevamo: "Questa blu a puntini o quella grigia a puntini?". Tutto doveva rispecchiare sempre il personaggio, anche nel minimo accessorio.