Pistoletto a Fanpage: “Venere degli Stracci simbolo per chi protesta in strada. Oggi la gente è straccio per il potere”
Un mondo che produce e poco dopo scarta tutto, per poi produrre di nuovo e ricominciare il ciclo. Ci sono talmente tanti modi per rappresentare uno scenario simile che è difficile anche solo pensare di sceglierne uno. Il fatto che Michelangelo Pistoletto abbia trovato quello più efficace quasi 60 anni fa è sintomo di una sensibilità fuori dal comune. La sua Venere degli Stracci è considerata una delle espressioni più alte dell'arte povera italiana. Si tratta di una riproduzione in cemento della Venere con Mela di Bertel Thorvaldsen, che in questo caso sorregge un mucchio di stracci, una denuncia all'iper-consumismo ma anche il simbolo di una nuova vita. Una delle sue svariate versioni, realizzata in marmo rosa di Siena, sarà esposta a Biella, città natale di Pistoletto, negli spazi della mostra intitolata Pietra – Il tempo scolpito, aperta al pubblico fino al 29 novembre. A Fanpage.it, l'artista ha raccontato le tante e travagliate vite vissute, dal 1967 a oggi, dalla più iconica delle sue opere.
Partiamo dall'elemento degli stracci, abbastanza ricorrente nella sua arte. Che potere evocativo hanno?
Gli stracci sono gli oggetti che noi produciamo, che continuamente vengono usati e buttati. Quindi sono lo scarto della realtà pratica, si accumulano sempre di più, proprio nel contesto di una cultura consumistica, di super produzione. Gli stracci sono solo un simbolo, oggi possono rappresentare anche le plastiche, ma in generale tutto ciò che gettiamo e che nel tempo diventa disastroso per l'umanità.
L'accostamento con la statua della Venere ne amplifica in qualche modo il significato?
Certamente, il contrasto è la chiave. A tutto quello che rappresentano gli stracci si accosta la Venere, che non è altro che il bene. La sua figura ci riconduce all'idea di maternità. Con la sua bellezza immortale e la sua capacità di rigenerare, fa di quel mucchio di oggetti buttati un simbolo di rinascita. Nella parola Venere è contenuto anche il concetto della venerabilità. È dunque un invito ad avere, nel tempo, memoria della bellezza e quindi di custodirla con rispetto, prendendo coscienza della situazione in cui viviamo.
Nel 2023, quella che era esposta in Piazza Municipio è stata incendiata. Un artista come vive una situazione del genere?
L' opera è bruciata perché era messa sulla pubblica strada senza nessuna protezione. È il rischio che corriamo quando esponiamo qualcosa con un significato così forte. La Venere rappresenta una realtà che può produrre anche un certo malessere, chi le ha dato fuoco forse lo ha fatto perché ha vissuto socialmente quella stessa amarezza. È il malessere stesso che si è auto-incendiato. Io non avevo mai pensato che potesse essere data alle fiamme, ma in questo modo il significato si è estremamente acutizzato.
Prodotta in tante versioni e ricostruita dopo l'incendio, in tutte le vite che ha avuto, per lei ha mai acquistato significati nuovi?
Nuovi non proprio. Le sensazioni che mi avevano mosso quando l'ho creata, invece, devo dire che sono diventate sempre più forti, anche più di quanto mi immaginassi. Già nel '67 avvertivo che il consumismo stava portando a delle conseguenze disastrose, però poi nel tempo questa situazione è addirittura cresciuta e sta continuando a farlo tutt'ora. È davvero preoccupante.
E agli occhi degli altri crede sia cambiata la percezione della Venere?
C'è sempre più interesse nel considerare questo lavoro come simbolo del punto in cui ci troviamo, ovvero nel mezzo di un processo di degradazione del pianeta. È per questo che della Venere ho fatto tante versioni di dimensioni varie e le ho fatto fare tanti viaggi. Da ogni parte del mondo, moltissime persone vogliono in qualche modo partecipare al suo significato. È una forma di unione collettiva, proprio come quando vediamo la gente che va per strada a protestare. Sentimenti di questo tipo sono sempre più acuti, oggi la gente è straccio per il potere.
Parlava dei tanti esemplari dell'opera. Anche che l'originale era una copia, come si pone rispetto alla riproducibilità dell'arte?
È importantissima, ma non solo dal punto di vista meramente economico o collezionistico. Quando si ha per le mani un significato, questo viene al mondo nel momento in cui si crea l'opera originale. Pensiamo però alla Gioconda: è una delle opere più riprodotte della storia, le sue tante immagini hanno permesso a milioni di persone di conoscerla. Non avremmo mai potuto avere l'originale esposta in tutte le sale esistenti. Le opere d'arte esprimono un bisogno di comunicare attraverso un simbolo, ma questo è universale, non è legato a un oggetto specifico. Tutte le immagini che vediamo hanno un'origine, ma poi diventano diffuse.