Cosa cambia ora che sappiamo chi è Banksy, il critico d’arte Viola: “Non avevamo bisogno della sua identità”

Nell'era delle vite costantemente in mostra, messe in vetrina a caccia di like, sembra inaccettabile che qualcuno scelga consapevolmente di non prestarsi al gioco dell'esposizione continua. Se a farlo è un artista, diventa ancora più insostenibile il peso di quest'assenza. Un personaggio pubblico per sua natura dovrebbe avere un volto: devo sapere a chi appartiene questa o quella opera, chi ha scritto questa canzone, chi è l'autore di quel libro. È per questo che da anni si susseguono indagini per svelare l'identità di Banksy, andando in direzione opposta alla sua ferma convinzione di restare nell'anonimato: una tutela del suo lavoro, una garanzia in più della sua libertà d'espressione, date le tematiche delicate che affronta coi suoi murales, evitando possibili sanzioni, ripercussioni, censure.
Già nel 2008 il Mail on Sunday era giunto al nome di Robin Gunningham, graffitista di Bristol classe 1973. L'ipotesi era stata rafforzata da un successivo studio della Queen Mary University of London, del 2016. Dieci anni dopo arriva l'approfondita inchiesta di Reuters, che analizzando una serie di documenti e tracce ha dato la conferma: Banksy è Robin Gunningham. L'avvocato non ha confermato né smentito l'identità.
Dal canto suo, l'agenzia di stampa ha motivato la scelta di rendere pubblici i documenti trovati, tutte le prove e le testimonianze a sostegno della tesi: "Reuters ha tenuto conto delle rivendicazioni di privacy di Banksy e del fatto che molti dei suoi fan desiderano che rimanga anonimo. Tuttavia, siamo giunti alla conclusione che il pubblico nutre un profondo interesse nel comprendere l'identità e la carriera di una figura con la sua profonda e duratura influenza sulla cultura, sul mondo dell'arte e sul discorso politico internazionale. Le persone e le istituzioni che cercano di plasmare il discorso sociale e politico sono soggette a scrutinio, responsabilità e, talvolta, a rivelazione dell'identità. Quanto al rischio di ritorsioni o censura, le istituzioni legali e politiche britanniche sembrano non avere problemi con i messaggi di Banksy e con il modo in cui li veicola".
Molti, infatti, si sono chiesti come faccia a dipingere in luoghi pubblici sottraendosi ai controlli e se goda di una sorta di trattamento di favore. Non si sa se sia mai stato sanzionato per il suo operato, per esempio quando ha disegnato sul muro della Royal Courts of Justice di Londra (un sito protetto). Difatti, il murale è stato poi rimosso. L'assenza di Robin Gunningham dai registri pubblici del Regno Unito, soprattutto dopo l'articolo del Mail on Sunday del 2008, è stata spiegata da Reuters con un cambio di nome legale, effettuato con l'aiuto dell'ex manager Steve: quel nome è David Jones.
Ma perché questa ossessione, questa necessità di svelare l'identità di un artista che consapevolmente ha scelto un'altra strada? Fanpage.it lo ha chiesto a Eugenio Viola: curatore del Padiglione italiano alla 59a Biennale Arte di Venezia, dal 2009 al 2016 curatore al MADRE di Napoli, dal 2019 alla guida del Museo de Arte Moderno (MAMBO) di Bogotà.

La scoperta dell'identità di Bansky è la fine della street art?
Non della street art, ma semmai di uno dei misteri più avvincenti legati al sistema dell’arte degli ultimi anni. La rivelazione dell'identità di Banksy non intacca la vitalità, la complessità e la dimensione profondamente politica della street art, che resta un linguaggio diffuso, plurale e in continua trasformazione, ben oltre la figura di un singolo artista. Piuttosto, viene meno quell'aura enigmatica costruita attorno all'identità di quello che è, senza dubbio, uno degli esponenti più celebri della street art, capace di raggiungere anche un pubblico vasto, ben al di là dei circuiti specialistici. Il suo anonimato ha funzionato come dispositivo narrativo potentissimo, amplificando l’impatto mediatico e simbolico del suo lavoro, oltre a proteggerlo legalmente e a rafforzarne la dimensione sovversiva. La street art non nasce né finisce con Banksy: affonda le sue radici in pratiche collettive, urbane e spesso anonime per definizione. Quello che, eventualmente, termina, è solo il fascino di un enigma non certo la forza di un linguaggio che continua a interrogare lo spazio pubblico, le istituzioni e le dinamiche del potere.
Cosa significa per un artista l'anonimato?
Per un artista, l'anonimato può rappresentare una vera e propria strategia. In un'epoca di iper visibilizzazione mediatica, spesso sclerotizzata dall'universo dei social media, scegliere l'assenza diventa un gesto controcorrente, quasi radicale. Non mostrarsi, non esporsi, sottrarsi alla logica dell’identità come brand può trasformarsi in un valore aggiunto. L'anonimato, se ben costruito, sposta l'attenzione dall'autore all'opera, rafforzandone l'impatto e la libertà di azione soprattutto in un contesto come quello della street art, dove le pratiche possono essere illegali o comunque critiche nei confronti dello spazio pubblico e delle istituzioni. Allo stesso tempo, genera un'aura, un immaginario, una tensione narrativa che amplifica la ricezione del lavoro. E questo non vale solo per Banksy: è una strategia adottata anche da altre figure in ambiti diversi, come Liberato nella musica o Elena Ferrante nella letteratura. In tutti questi casi, l'assenza diventa presenza e il mistero si trasforma in un potente dispositivo di costruzione simbolica e di autonomia artistica.

Avevamo davvero bisogno di sapere l’identità di questo artista? Come mai questa ricerca ossessiva durata anni?
Direi di no: non avevamo bisogno di conoscere l'identità di questo artista. In fondo, il cuore del suo lavoro non risiede nel nome anagrafico, ma nella forza delle immagini, nella loro capacità di circolare, intervenire nello spazio pubblico e generare dibattito. Quello che ha alimentato per anni questa ricerca quasi ossessiva è stato soprattutto il senso del mistero. Un enigma perfettamente costruito, attorno al quale si sono moltiplicate teorie più o meno plausibili e talvolta decisamente strampalate. Tra le più ricorrenti: l'ipotesi che Banksy fosse Robin Gunningham, avanzata da alcune indagini giornalistiche; la teoria secondo cui dietro Banksy ci sarebbe Robert Del Naja, membro dei Massive Attack, basata su coincidenze tra tour e apparizioni delle opere; l'idea che Banksy non fosse una singola persona, ma un collettivo di artisti; ipotesi più fantasiose che hanno coinvolto figure del mondo dell'arte o della musica in modo spesso poco fondato. Più che la necessità di sapere, dunque, è stata proprio la costruzione di questo mistero e la proliferazione di narrazioni attorno ad esso a generare un'attenzione quasi morbosa, costantemente alimentata e amplificata dai media. In questo senso, il mistero non è stato un effetto collaterale, ma parte integrante del dispositivo: un motore narrativo capace di tenere alta la tensione e l'interesse, ben oltre le opere stesse.
Cosa cambia a livello di fama di Banksy e di valore delle sue opere, ora che sappiamo chi è?
Probabilmente si assisterà a un certo calo di attenzione, nel momento in cui viene meno quel dispositivo di mistero che ha contribuito in modo decisivo alla costruzione della sua aura pubblica. Sapere chi è e scoprire che non si tratta di una figura mitica o di una sorta di rockstar contestataria rischia di normalizzare la percezione del personaggio, riportandolo entro coordinate più ordinarie. Detto questo, la forza iconica delle opere e il loro impatto culturale non si esauriscono con la rivelazione dell'identità. Banksy resta una figura chiave dell'arte contemporanea, capace di parlare a pubblici molto ampi. Per quanto riguarda il mercato, sarà il tempo a dirlo: è possibile che ci sia una flessione iniziale dei prezzi legata alla perdita di aura e di attenzione mediatica, ma non è affatto scontato. Spesso il sistema dell'arte ha dimostrato di saper riassorbire e persino capitalizzare questi cambiamenti. Molto dipenderà da come verrà rielaborata questa nuova fase narrativa attorno alla sua figura e al suo lavoro.

Avere un nome fa cadere il mito?
In parte sì. Dare un nome significa inevitabilmente ridimensionare il mito, perché lo riporta a una dimensione umana, riconoscibile, meno sfuggente. Il mistero, per sua natura, amplifica: costruisce distanza, proietta immaginari, alimenta narrazioni. Quando viene meno, una parte di quella tensione si dissolve. Detto questo, non è detto che il mito scompaia del tutto: semplicemente si trasforma. Può passare dall'enigma dell'identità a quello dell'opera, del percorso, dell'impatto culturale. In alcuni casi, la rivelazione apre nuove letture invece di chiuderle. Quindi sì, avere un nome incrina il mito nella sua forma originaria ma non necessariamente lo annulla. Piuttosto, lo costringe a ridefinirsi.
Questo nome lo voleva di più il mercato dell'arte o il pubblico?
Direi soprattutto il pubblico. È stato il pubblico, più ancora del mercato, a nutrire e sostenere nel tempo questa curiosità quasi ossessiva. Il desiderio di svelare Banksy risponde a una dinamica molto contemporanea: quella di voler smascherare, identificare, rendere visibile ciò che si sottrae. In un sistema dominato dalla trasparenza forzata e dall'esposizione continua, l'anonimato diventa un'anomalia che affascina e inquieta allo stesso tempo. Il pubblico ha quindi proiettato su questa assenza una serie di aspettative, fantasie e narrazioni che hanno alimentato il mito. Il mercato dell’arte, da parte sua, ha certamente beneficiato di questo mistero trasformandolo in valore simbolico ed economico, ma non è stato il motore principale della ricerca del nome. Piuttosto, ha saputo capitalizzare un desiderio già esistente, amplificato dai media e dalla cultura della visibilità.
