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Perché l’ossessione per i buoni propositi ci stanca ancora prima di iniziare l’anno

Gennaio è il mese dei buoni propositi e delle aspettative, ma la pressione a ricominciare subito può diventare stanchezza. Il niksen olandese propone un inizio diverso.
A cura di Elisa Capitani
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L’inizio dell’anno è diventato un momento carico di aspettative. Gennaio arriva puntuale con l’elenco dei buoni propositi, le promesse di cambiamento, l’idea che qualcosa debba necessariamente ricominciare da zero. Eppure, sempre più spesso, questo slancio iniziale si trasforma in affaticamento precoce. Prima ancora di iniziare davvero, ci si sente già in ritardo, già in difetto, già lontani dall’immagine ideale che si vorrebbe raggiungere. In questo clima di pressione silenziosa, una filosofia nata nei Paesi Bassi offre una prospettiva diversa, quasi controcorrente: il niksen, il non fare nulla, che possiamo applicare a questo periodo dell'anno che porta insieme novità e paura.

Cos’è il niksen e da dove nasce

Niksen è una parola olandese che significa letteralmente non fare nulla. Non si tratta però di pigrizia né di inattività forzata, ma di uno stato intenzionale di sospensione dalla produttività. Nella cultura olandese il niksen indica il concedersi momenti privi di uno scopo preciso, senza obiettivi da raggiungere né risultati da misurare. È una pratica che nasce come risposta a una società sempre più orientata all’efficienza e al rendimento continuo, in cui anche il tempo libero rischia di trasformarsi in un’ennesima occasione per migliorarsi o ottimizzarsi. Il niksen, al contrario, rivendica il valore del vuoto, dell’attesa, del tempo che non serve a nulla se non a esistere.

Perché l’ansia dei buoni propositi è diventata un problema culturale

L’ossessione per i buoni propositi non è solo una questione individuale, ma riflette un modello culturale che lega il valore personale alla capacità di migliorarsi costantemente. A gennaio questa pressione si intensifica: bisogna cambiare abitudini, correggere difetti, dimostrare di essere all’altezza di un nuovo inizio. Il risultato è che il nuovo anno viene vissuto come una prova da superare, non come un tempo da abitare. Il niksen si inserisce qui come una critica implicita a questa logica: suggerisce che fermarsi non è un fallimento e che non ogni momento deve produrre qualcosa. In un contesto in cui la stanchezza mentale è diffusa, rifiutare l’imperativo del fare può diventare una forma di resistenza quotidiana.

Cosa significa iniziare l’anno praticando il niksen

Applicare il niksen all’inizio dell’anno non significa rinunciare a ogni desiderio di cambiamento, ma ridimensionare l’urgenza di dover essere subito migliori. Vuol dire concedersi un gennaio meno performativo, in cui l’assenza di obiettivi o il loro ridimensionamento non viene vissuta come una mancanza, ma come uno spazio di recupero. In pratica, può tradursi nel non riempire ogni giornata di nuovi impegni, nel non trasformare il riposo in un progetto, nel lasciare che alcune domande restino aperte. In un periodo in cui tutto spinge a ripartire, il niksen propone un inizio più silenzioso, forse meno spettacolare, ma più sostenibile. Perché a volte, prima di ricominciare, serve semplicemente fermarsi.

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