Essere gentili non vuol dire essere deboli: “Chi conosce il proprio valore non ha bisogno di umiliare gli altri”

"In un mondo in cui puoi essere qualsiasi cosa, sii gentile", scriveva qualche anno fa la scrittrice britannica Clare Pooley; una frase che è poi diventata virale sui social e non solo. La gentilezza è uno dei temi, in passato come oggi, che si possano affrontare in psicologia, ma nella realtà quotidiana non è sempre facile riconoscere chi è davvero gentile. In un tempo dominato dalla fretta e dalla competizione, la gentilezza rischia di essere fraintesa. Spesso viene infatti confusa con la semplice buona educazione o, peggio, scambiata per debolezza. Eppure, da un punto di vista psicologico, è un vero e proprio comportamento intenzionale, che intreccia empatia, sicurezza interiore e capacità di mettere limiti. Non è solo un valore morale, ma una competenza relazionale che si costruisce nel tempo e che ha effetti concreti sul benessere emotivo e fisico. Ne abbiamo parlato con Paola Mosini, psicoterapeuta all’Humanits PsicoCare, che ci aiutati a fare chiarezza su un tema tanto affascinante quanto delicato.
Quando parliamo di gentilezza, da un punto di vista psicologico, di cosa parliamo davvero? È un tratto di personalità, un comportamento appreso o entrambe le cose?
È entrambe le cose, la "ricetta" della gentilezza è complessa. Sicuramente esistono persone più portate ad avere questa caratteristica, che di fatto è un comportamento prosociale intenzionale: significa che è un’azione volontaria, non mossa da un vantaggio immediato. La gentilezza è qualcosa di più della semplice carineria o dell’educazione, ed è anche qualcosa in più rispetto all’empatia o all’altruismo presi singolarmente: è un mix di tutte queste componenti. Alcune persone sembrano sperimentarla in modo più spontaneo, perché sono più sensibili all’altro, più attente ai bisogni che gli altri esprimono; allo stesso tempo, però, per strutturarsi nel tempo la gentilezza ha bisogno di svilupparsi in un ambiente sicuro. Non basta apprendere comportamenti gentili dai genitori, è fondamentale che il bambino cresca in una relazione in cui si sente al sicuro: in un ambiente solido, infatti, non deve difendersi o reagire come se fosse minacciato, e questo gli permette di diventare una persona capace di vicinanza autentica. È una caratteristica che va allenata nel tempo, anche se naturalmente può essere sviluppata e allenata anche più avanti nella vita.
Come distinguere una persona davvero gentile da chi è semplicemente educato o magari compiacente?
La differenza si percepisce. Una persona garbata può essere estremamente cordiale, ma restare emotivamente distante; nella gentilezza autentica, invece, si avverte una vicinanza emotiva. Una persona davvero gentile può anche dire qualcosa di scomodo o dire di no, ma lo fa con rispetto, senza l’intenzione di umiliare o arrecare danno, perché lo fa anche nell’interesse dell’altro. L’autenticità è centrale, chi è gentile sa esprimere dissenso, sa non essere sempre allineato, ma mantiene un tono caldo e una presenza reale. Per questo empatia e sicurezza interiore sono fondamentali, solo una persona solida può permettersi di essere gentile senza paura del conflitto.
La gentilezza si può allenare? Ci sono abitudini concrete per svilupparla?
Sì, si può allenare. In alcuni casi può essere utile anche un percorso terapeutico, perché lavorare su di sé aiuta a sviluppare maggiore consapevolezza e regolazione emotiva, ma anche nella quotidianità si può fare molto. Per esempio, allenarsi al non giudizio, imparare a non criticare automaticamente e a mettersi nei panni dell’altro. Diventare meno giudicanti è un esercizio molto potente. Un altro aspetto fondamentale è la conoscenza di sé: spesso diventiamo meno gentili quando siamo stanchi, stressati o toccati su temi sensibili. Riconoscere questi momenti permette di gestire meglio le proprie reazioni. Infine, anche piccoli gesti gentili creano un effetto circolare, perché attivano negli altri risposte simili e rinforzano i nostri comportamenti: è un meccanismo che si autoalimenta.
Da un punto di vista emotivo e fisico, la gentilezza porta benefici concreti?
Sì, non è solo un valore morale: gli studi mostrano che la gentilezza ha effetti reali sul benessere, migliorando l’umore e aumentando la percezione di felicità e benessere. Esistono anche dati concreti: si osservano riduzioni dello stress e della pressione arteriosa, con effetti benefici concreti sul corpo. La gentilezza, quindi, fa bene sia alla mente sia alla salute fisica.
In una società competitiva e frenetica, la gentilezza viene spesso scambiata per debolezza. Perché accade e come si può ribaltare questa percezione?
È anche un fatto culturale. Storicamente la forza è stata associata alla dominanza, mentre la gentilezza è stata interpretata come fragilità. In realtà è il contrario: solo chi è sicuro del proprio valore non ha bisogno di umiliare gli altri. Lo vediamo molto bene nello sport, soprattutto in questi ultimi giorni in cui ci troviamo nel cuore delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina: anche in contesti altamente competitivi, gli atleti più solidi mostrano spesso grande spirito sportivo. L’agonismo non è in contrasto con la gentilezza, può anzi essere regolato dalla gentilezza. Un gesto di riconoscimento verso l’avversario non diminuisce la propria forza, anzi la rafforza. Per questo lo sport può essere una grande palestra di educazione alla gentilezza, per adulti e bambini, se guidato da figure di riferimento consapevoli.
Se dovesse indicare tre segnali per riconoscere una persona davvero gentile, quali sceglierebbe?
Direi che una persona gentile è qualcuno di affidabile e coerente, che c’è nel tempo. È una persona assertiva, capace di mettere limiti e dire di no senza perdere di vista l’altro. E infine è una persona che sa ascoltare, parlando di un tipo ascolto cosiddetto partecipato: non solo sentire le parole, ma lasciare spazio emotivo all’altro.