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Australian Open

Giacomo Dambrosi è cresciuto con Sinner: “Vi racconto di quando spaccava la palla ma non vinceva”

Giacomo Dambrosi, tennista ed ex compagno di doppio di Sinner, si è raccontato a Fanpage.it parlando del suo rapporto con Jannik, tra aneddoti di campo e di vita.
A cura di Marco Beltrami
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In pochi conoscono Jannik Sinner come Giacomo Dambrosi, forte tennista triestino frenato nella sua crescita da un fastidioso infortunio. Due giovani talenti, due "gemelli" sportivi nati a distanza di 4 giorni che hanno condiviso un pezzo di vita oltre che di attività fisica, collezionando tantissime partite a livello giovanile anche da avversari e compagni di doppio vincendo un torneo da 15mila dollari.

E pensare che anche questo gigante 22enne, che si era tolto tante soddisfazioni ad inizio carriera tra cui quella di tenere testa all'altro fenomeno del tennis mondiale Alcaraz, avrebbe potuto seguire le orme del fresco campione degli Australian Open, senza quel maledetto problema al piede che lo ha tormentato. Ai microfoni di Fanpage.it Giacomo Dambrosi si è raccontato, parlando anche delle sue affinità con Sinner e condividendo alcuni interessanti retroscena sul loro percorso condiviso.

Giacomo partiamo da te e dalla sfortuna che sembra essersi accanita. Come stai oggi?
"Sono stato bersagliato dalla sfortuna. Quest’infortunio mi tormenta ormai da più di due anni. Non riesco a risolverlo e solo nelle ultime settimane abbiamo capito sul serio il problema reale a entrambi i piedi. Anche i migliori medici, chirurghi del piede, podologi e altri specialisti a livello mondiale non sanno cosa fare. Sono andato in Spagna dal podologo di Nadal e dal chirurgo che l’ha operato al piede, a Belgrado a fare terapie. Adesso mi segue un chirurgo a Padova. A poco a poco stiamo trovando una soluzione. Sto meglio e spero di tornare nel giro di due mesi".

Quanto è frustrante vedere giocare gli altri, al di là dell'ovvia gioia per i risultati di Sinner?
"È stata tanto tanto dura negli ultimi due anni. Dopo essere stato fermo un anno, mi stavo sentendo meglio e ho fatto un Challenger da 25mila con solo tre settimane di allenamento. Mi sono qualificato battendo gente che era tra i primi 300 al mondo e sono arrivato in semifinale. Anche se sono rimasto fermo tanto, penso di avere le qualità e la testa per non metterci tanto per recuperare. L’importante però è tornare ad allenarsi bene per giocare".

Dopo questo calvario hai pensato di mollare, ci sono stati momenti di sconforto?
"Se non fossi deciso non sarei qui. Dopo quello che ho passato negli ultimi anni, la maggior parte degli atleti avrebbero mollato. Il pensiero di ritirarmi non mi ha mai sfiorato, perché ho sempre avuto l’obiettivo di tornare e far bene. Ho avuto tanti momenti di sconforto, ma la soluzione era quella di pensare ad arrivare. Sono giovane, la medicina è in evoluzione e ho la possibilità di andare in giro e confrontarmi. Sono consapevole che prima o poi ritornerò e questa mentalità mi aiuta tanto".

Tu tra l'altro stai seguendo un percorso universitario. Più duro il tennis o gli esami?
"Ho dato da poco il penultimo esame e a maggio dovrei laurearmi in psicologia. È stata una parte fondamentale, ho sfruttato questo periodo senza giocare sia per allenarmi in palestra, sia per laurearmi. Non ho buttato via il tempo. Sono più difficili gli esami, perché non è il mio. Io sono fatto per giocare a tennis ed è quello che faccio da tutta la vita. Me la cavo e ho una buona media universitaria, ma mi viene più difficile che giocare partite, allenarmi. È un'altra cosa e infatti sono molto più teso quando faccio gli esami rispetto ad una finale di un torneo. Anche perché non ho fatto scuole superiori tradizionali e avendo ripreso a studiare dopo anni diventa dura".

La psicologia ti ha aiutato a metabolizzare il periodo difficile?
"La psicologia in ambito non tennistico non mi ha aiutato tanto, però grazie a questa disciplina ho tenuto la mente occupata e mi sono sentito gratificato dal fare gli esami, andare avanti e laurearmi. È qualcosa di importante che ti rimane".

Anche tu come Sinner hai avuto la possibilità di scegliere in giovanissima età tra vari sport. La famiglia ti è stata sempre vicina come nel suo caso?
"Il tennis è stata una scelta, mio nonno veniva dal calcio: è stato un grande portiere della Triestina, giocava con Nereo Rocco. Mio padre, anche lui portiere, ha giocato a basket e a tennis a buoni livelli in B. Io ho giocato a basket per cinque anni ed ero molto forte, sicuramente a tennis ero più scarso. A 10-11 anni però sono tornato a casa e ho detto ai miei che non volevo più giocare a basket perché lo sport di squadra non mi piaceva. Volevo essere protagonista, volevo che il vincere o perdere dipendesse da me e non da altre persone. Questo è stato il principale motivo che mi ha portato a preferire il tennis. I miei ovviamente sono rimasti sconvolti… Sono stato comunque libero, ma loro non se l’aspettavano perché son sempre stato altissimo ed ero sicuramente più forte a basket che a tennis. Loro hanno detto ‘va bene’, ma sono rimasti un po’ così".

Il percorso con Jannik è iniziato nell'Accademia di Piatti a Bordighera.
"Sono sempre stato aiutato dalla Federazione tennis da quando avevo 14 anni. Poi sono andato a Bordighera da Riccardo Piatti e lì ho legato molto con Jannik Sinner. Sia Riccardo che gli altri allenatori hanno creduto tanto nelle mie potenzialità. Poi è arrivato l’infortunio. A Tirrenia mi hanno affidato Mosé Navarra come allenatore e in quattro tornei sono arrivato 600 del mondo, con tre finali di seguito in un mese e mezzo. Il passo dopo era iniziare a giocare i Challenger e fare le pre-qualificazioni a Roma. Battevo anche gente che oggi è tra i primi 100 del mondo. Ho giocato con Alcaraz tre anni fa, quando stava esplodendo, e me la sono giocata togliendogli un set. Me la giocavo con tutti, ero lì. Per questo fa male: vedo gli altri con cui vincevo e fa soffrire il doppio. È una cosa che non dipende da me".

D'altronde il tennis è uno degli sport più difficili. Puoi provare a spiegare perché?
"Il tennis è uno sport particolare e complesso, ed è per questo che è tanto selettivo. Devi essere perfetto in tutto per arrivare. Io avevo testa, fisico, c'ero a livello tecnico e tattico con margini da migliorare e grandi potenzialità. Però poi ti ritrovi due ossicini sotto al piede che non ti fanno arrivare".

Arriviamo a Sinner. Tu con lui hai vissuto in simbiosi da ragazzino: già s'intravedeva la stoffa del campione?
"Ti racconto un aneddoto simpatico che ho riferito anche ai miei genitori subito dopo la finale. Io e lui abbiamo la stessa età, ci separano solo quattro giorni. Siamo cresciuti insieme in tutti i tipi di tornei under e anche nei primi passaggi ai 15mila e 25mila. Ci siamo trovati contro tantissime volte, vivevamo insieme a Bordighera. Lui sin da piccolino, a 12 anni, durante allenamenti e partite impattava la palla come nessun altro. Nessuno, anche i più grandi. Aveva una semplicità di gioco e di movimento che spaccava la palla. Faceva andare il braccio veloce e faceva cose che gli altri ragazzi non erano in grado di fare. A 12-14 anni non vinceva tanto perché aveva questa rilassatezza nel colpire e spesso tirava fuori, ma bastava poco per crescere".

Ti aspettavi il suo exploit e la vittoria di uno Slam?
"Sì, quando è passato in pochi mesi da giocare i Futures a Slam e Masters vivevamo insieme a Bordighera, lui stava letteralmente sopra di me. Eravamo amici e passavamo tutte le giornate insieme. Ho avuto la fortuna di vivere con lui questo momento importante. Non pensavo che avrebbe vinto così presto, ma mi sono emozionato tantissimo… è stato strano".

Lui è unico anche perché sembra davvero il ragazzo della porta accanto, umile, riservato, ma anche molto semplice. È davvero così?
"Assolutamente. L’educazione che gli hanno dato i suoi è stata importante. La sua più grande fortuna è stata quella di andare a Bordighera quando aveva 12-13 anni, molto giovane, e trovarsi in ambienti come il Piatti Tennis Center che all’epoca aveva già tantissimi giocatori professionisti. Questo l’ha formato tantissimo e l’ha fatto crescere prima di altri. A 15-16 anni giocava con Federer, Djokovic, Raonic e aveva un maestro come Riccardo Piatti che ne capisce tanto".

Siete rimasti in contatto?
"Andavo a trovarlo a Montecarlo a casa sua. L’ultima volta che l’ho visto è stato ad Umago, eravamo insieme e vinse il torneo contro Alcaraz. Stavamo insieme tutti i giorni, vedevo le sue partite, cenavamo assieme. Ora lo sento veramente poco. Giocare con lui in doppio insieme? Sarebbe bello, perché il primo torneo che abbiamo vinto in doppio è stato insieme. Sicuramente capiterà, lui poi tira talmente forte che anche giocando male…".

E su Alcaraz? Si vedeva già qualcosa di speciale?
"Non lo conosco bene, ci ho giocato contro due volte nella mia vita ma non abbiamo rapporti. Anche lui è un ragazzo che a 12-13 anni è stato inquadrato con l'obiettivo di diventare quello che è oggi. Anche lui ha avuto la fortuna di avere un gran coach come Ferrero sin da piccolino e questo fa la differenza, perché acquisisci mentalità e disciplina. Poi loro sono spagnoli, quindi dedizione al lavoro e sacrificio immane con un esempio come Nadal. È sulla stessa lunghezza d’onda di Sinner".

Chiudiamo tornando a te. Quali sono gli obiettivi per il 2024?
"C'è tanto sacrificio nel tennis, ma è proprio questo che mi manca. Perché poi hai tante gratificazioni e ricompense. È la mia vita, mi piace farlo: tanto lavoro, allenamenti, stare lontano da casa, ma sono portato per questo. L’obiettivo è quello di guarire, innanzitutto, per poi riuscire a giocare il primo torneo da sano. Al resto si penserà dopo, anche perché non so quando potrò tornare a disputare tornei".

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