Ruben Xaus: “Valentino Rossi ha fatto diventare più grandi Stoner e Marquez. Marc è la sua evoluzione”

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Ruben Xaus si racconta a Fanpage.it. La sfida in Ducati, il paragone Rossi-Marquez e l’analisi sulla MotoGP verso il GP di Aragon: “Per il Mondiale punto su Martín”.

Ci sono piloti che lasciano il segno per i trofei in bacheca e altri che restano impressi nella memoria collettiva per il modo in cui hanno sfidato le leggi della fisica. Ruben Xaus appartiene di diritto alla seconda categoria. In un motociclismo a cavallo tra due epoche – quando le moto erano bestie meccaniche scorbutiche e l'elettronica non perdonava nulla – il pilota catalano è stato un pioniere dell'atletismo estremo, capace di toccare con i gomiti l'asfalto ben prima che diventasse la norma moderna.

Dalle prime pieghe a cinque anni legato alla schiena di papà Michael, fino all'esplosione nel Mondiale Superbike con la Ducati ufficiale e al titolo di Rookie of the Year in MotoGP, Xaus ha sempre vissuto le corse senza mezze misure. Oggi, alla vigilia del Gran Premio di Aragon, si racconta a Fanpage.it tra aneddoti inediti del box di Borgo Panigale, l'analisi psicologica del mito di Valentino Rossi e una lettura spietatamente lucida della MotoGP contemporanea, dove i margini di errore non esistono più.

Ruben Xaus non ha mai avuto una carriera normale. È salito per la prima volta su una moto da corsa senza praticamente sapere come si guidasse, ha lasciato la Spagna giovanissimo per trasferirsi in Italia e si è costruito un posto nel Mondiale Superbike partendo quasi da zero. Poi la Ducati, le vittorie, il duello con Troy Bayliss, il sogno del titolo mondiale sfiorato più volte e infine il salto in MotoGP, dove ha raccolto un podio e una pole nei test IRTA affrontando alcuni dei migliori piloti della sua generazione.

Ruben, partiamo dall'inizio. Chi è stato il primo a credere davvero che potessi diventare un pilota?
La mia storia è un po' particolare. Mio padre era un grande appassionato di moto. Lavorava in un'azienda che era legata alla 24 Ore di Montjuïc e da giovane aveva anche corso, ma proveniva da una famiglia di otto fratelli e non aveva i soldi per poter costruire una carriera agonistica. Quando i miei genitori si sono separati, io sono rimasto con lui. Da piccolo passavo tutti i pomeriggi nel suo negozio e nei weekend lo seguivo in moto. Mi portava con sé dappertutto. Io ero seduto dietro di lui a cinque, sei, sette anni e vivevo le moto in condizioni che oggi sarebbero impensabili: velocità, curve, frenate, pioggia, freddo, partenze alle sei del mattino. Nessuno mi ha insegnato davvero ad andare in moto. Ho semplicemente assorbito tutto quello che faceva mio padre.

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E a un certo punto hai dovuto scegliere tra calcio e moto.
Sì. Mio padre mi disse: «O calcio o moto». Io ho scelto la moto. Ho iniziato con il cross, ma lui non amava particolarmente quella disciplina. Poi, visto che ero molto alto, abbiamo cercato una strada diversa. A 14 anni mi hanno messo nel Criterium Solo Moto. La prima volta che sono andato in pista praticamente non sapevo nemmeno guidare. Nella prima gara mi hanno doppiato due volte e giravo cinquanta secondi più lento del primo. Un anno dopo, nell'ultima gara, ero già a un secondo e mezzo dal leader. È stato lì che è iniziato tutto.

Hai avuto una crescita rapidissima.
Sì, ma sempre senza grandi risorse. Mio padre ha investito tutto quello che aveva. A 17 anni abbiamo preso una CBR 600 praticamente distrutta e siamo partiti per fare l'Open Ducados. La prima gara ero ventiduesimo e quasi non mi qualificavo. L'ultima sono partito dalla prima fila e ho chiuso quarto. Poi è arrivata l'opportunità con De Cecco Racing e ho fatto pole position e record della pista ad Albacete con una moto molto vecchia. A quel punto mi sono fatto vedere.

Poi arriva il momento che cambia la tua vita: il test con Rumi a Misano.
Sì. Eravamo a Misano e avevo davanti una grande occasione. Non conoscevo la pista, non avevo mai guidato quella moto e c'erano tanti piloti. In venti minuti sono rimasto a pochissimo dal record della pista. Due giorni prima avevo detto a mia madre: «Mamma, prendimi la valigia più grande perché me ne vado e non torno più». Lei pensava fossi matto. Invece sono partito per l'Italia e non sono più tornato. Mi hanno praticamente adottato a Bergamo, a Nembro. Avevo appena preso la patente e vivevo da solo. Quella giornata ha cambiato la mia vita.

Sei arrivato nel Mondiale molto giovane, senza una grande struttura alle spalle. Quanto ti è mancato avere qualcuno che ti aiutasse a gestire il talento?
Tantissimo. In quell'epoca non c'erano tutte le strutture che esistono oggi. Non avevi necessariamente un coach, un manager, un preparatore, uno psicologo, tutte le persone che oggi ruotano intorno a un pilota. Io ero molto giovane e correvo contro gente che aveva dieci o dodici anni più di me. Loro avevano un'esperienza che io non avevo. Ero fragile, nel senso che potevano giocare con me. Io andavo sempre a fuoco, rischiavo tantissimo. Se avessi saputo gestire le gare come avrei dovuto, probabilmente avrei vinto tre Mondiali.

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È una frase molto forte. Pensi davvero di aver perso tu quei titoli?
Sì. Io avrei dovuto avere tre titoli mondiali in tasca e li ho persi io. Alcune volte per errori miei, altre per situazioni che non dipendevano completamente da me. Ma è la realtà. Nel 2003, per esempio, dopo aver perso tanto terreno all'inizio della stagione, mi sono rimesso a posto e ho vinto sette gare. Stavo recuperando tantissimi punti, poi a Laguna Seca ho commesso un errore banale al Cavatappi. Ero primo con tre secondi di vantaggio. Mi sono rilassato, sono caduto e quella caduta ha praticamente rovinato il Mondiale.

Eppure quella stagione ti porta in MotoGP.
Sì. Quella velocità mi ha permesso di arrivare in MotoGP insieme a Neil Hodgson. E lì penso di aver dimostrato il mio talento. Ho fatto dodici top ten, diversi piazzamenti tra i primi sei e un podio. Ho fatto anche la pole position nei test IRTA. Mi sono battuto con tutti: Melandri, Edwards, i migliori piloti di quella generazione. Al Mugello ero primo sul bagnato e ho chiuso quarto. Ad Assen lottavo per il podio. Sono arrivato in MotoGP con una moto che non era al livello delle migliori, ma mi sono giocato le mie carte.

C'è un avversario che ricordi più di tutti?
Troy Bayliss. Non necessariamente perché fosse più veloce di me, ma perché era difficilissimo da leggere. Troy entrava in curva sempre al limite, ma ogni volta poteva fare qualcosa di diverso. Poteva fare un giro a 1'40" passando fortissimo in una determinata curva e il giro dopo fare esattamente lo stesso tempo passando più piano lì e recuperando altrove. Non riuscivi a studiarlo. Non capivi mai veramente dove sarebbe arrivato il suo limite. Questa cosa lo rendeva un avversario durissimo.

Il periodo Ducati è stato probabilmente il momento più importante della tua carriera.
Senza dubbio. Davide Tardozzi e Paolo Ciabatti mi hanno dato gli anni più belli della mia vita da pilota. Ricordo ancora quando Tardozzi, a metà stagione, venne da me e mi disse: «O mi vinci una gara o sei fuori dal team». Era molto diretto. Io quell'estate mi sono allenato come un animale. Sono tornato in pista completamente concentrato. Poi siamo arrivati a Oschersleben, una pista nuova per tutti. Ed era proprio quello che serviva a me: nessuno aveva riferimenti. Sono partito forte, ho fatto podio e poi ho vinto. In quel momento sembrava di vedere un altro Ruben Xaus.

Hai avuto la sensazione di essere arrivato al massimo del tuo talento?
Sì, ma forse non ho mai avuto la struttura necessaria per trasformare tutto quel talento in un titolo mondiale. Il talento c'era. La velocità c'era. Mi mancava qualcosa nella gestione. E anche per questo non rimpiango la mia carriera. Sono stato un pilota di alto livello e sono arrivato in MotoGP. Nella storia, tra cinquant'anni, probabilmente si ricorderanno soprattutto Valentino Rossi, Troy Bayliss, Carl Fogarty, Marc Marquez. Ma questo non significa che tutti gli altri siano stati piloti meno importanti.

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Parliamo di Valentino Rossi. Che cosa aveva di diverso?
Valentino è stato un creatore. Un visionario. È arrivato nel motociclismo e ha creato una marca attorno a sé. Ha portato il suo carisma, la sua immagine, il suo modo di fare spettacolo. Ha cambiato il motorsport. Era intelligentissimo in gara, sapeva giocare con gli avversari, sapeva gestire le situazioni e soprattutto non mostrava le proprie debolezze. Questa è stata una delle sue grandi forze.

Tra Rossi, Stoner e Marquez, chi aveva più talento?
Non si possono paragonare. Valentino ha fatto diventare più grandi anche Stoner e Marquez, perché entrambi sono cresciuti avendo davanti un riferimento. È come avere una carota davanti al cavallo: hai qualcosa che ti spinge continuamente. Stoner aveva un talento enorme, ma ha avuto una carriera particolare. Marquez, invece, è stato una sorta di Rossi evoluto. Ha perfezionato alcune cose che Valentino aveva già fatto. Marc ha imparato anche da Rossi come gestire certe situazioni mediatiche e come non entrare in determinati giochi. E proprio Marquez ha completato una cosa che Rossi non era riuscito a fare: vincere con Ducati.

Sì. E secondo me quella è stata anche una delle motivazioni di Marc.
Valentino ha voluto chiudere la carriera vincendo con una Ducati italiana. Era il finale perfetto che tutti immaginavano. Ma quella situazione non ha funzionato. La Ducati dell'epoca era molto complicata e attorno a Valentino c'erano persone che lo amavano talmente tanto che a volte la moto veniva sviluppata più con il cuore che con la testa. La pressione su di lui era enorme. Provava tantissime cose e alla fine rischiava di non capire più quale fosse la direzione giusta. Marquez ha visto anche questo.

Quindi consideri il passaggio di Marquez alla Ducati anche una conseguenza del fallimento di Rossi?
In parte sì. Marc ha visto che per continuare la sua carriera doveva cambiare. Era arrivato a un punto in cui la scelta era quasi: o cambio moto o smetto. E poi c'era suo fratello Álex a casa che gli raccontava continuamente quanto fosse forte la Ducati. Gli diceva: «Questa moto è una bomba». Alla fine Marc ha iniziato a sognarla. Ha fatto quel cambiamento per salvare la propria carriera e per continuare a credere nel proprio futuro come pilota.

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Arriviamo all'attualità. Aprilia, Jorge Martín e Marco Bezzecchi: chi vedi favorito?
La situazione dentro Aprilia è complessa. Martín è arrivato con l'idea di vincere e di portare il numero uno su un'altra moto. Poi ha avuto gli incidenti, ha perso fiducia, ha avuto altri problemi e intorno a lui sono iniziate a circolare tante voci. Oggi però è tornato in forma. Il punto è che Aprilia deve dare a Martín lo stesso materiale che dà a Bezzecchi. Non può fare diversamente. E questo crea una situazione particolare per Marco, perché il suo avversario non è soltanto Martín: è anche la stessa Aprilia, che deve mettere entrambi nelle condizioni migliori.

Quindi, se dovessi scommettere un euro sul Mondiale?
Probabilmente lo perderei! Ma se dovessi scommettere oggi, direi Jorge Martín. In questo momento lo vedo molto in forma. Poi arriveremo ad Aragon e magari Marquez sarà davanti a tutti. Ma Aragon non assegna il Mondiale. Ci sono ancora tante gare. La cosa fondamentale sarà non fare errori e restare sempre davanti.

Una domanda per chiudere: qual è stata la pista che hai amato di più?
Sono tante. Assen, quella vecchia, Phillip Island, Laguna Seca, Barcellona, Misano, Imola, Brands Hatch. Anche Kyalami mi piaceva tantissimo. Ma la verità è che la mia pista preferita è stata correre in moto ad alto livello. È stata la cosa che ho amato di più nella mia vita.

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