Valentina Cavallar testata all’antidoping con la madre morta nella stanza accanto: “Irrispettoso e inumano”

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Valentina Cavallar ha denunciato la disumanità dei controlli antidoping
La ciclista professionista racconta il controllo a sorpresa a casa poche ore dopo il decesso: “Ero una figlia, non un’atleta”. E apre un caso su umanità e protocolli.

Quello che è successo a Valentina Cavallar è assolutamente legale. Ed è proprio questo il problema. Fino a che punto un protocollo antidoping può entrare in una casa dove, nella stanza accanto, c'è la salma di tua madre? Fino a che punto una prassi così rigida e necessaria per stanare chi bara può entrare nella vita di una ciclista, figlia in lutto, e chiederle di identificarsi in un codice? È la situazione in cui s'è trovata l'austriaca 25enne della SD Worx-Protime, che ha raccontato come s'è sentita quando alla sua porta ha bussato uno degli ispettori dell'agenzia Wada affinché si sottoponesse a un test a sorpresa. Il tutto a distanza di poche ore dal decesso della mamma, che giaceva ancora in casa.

"Comprendo l'importanza dello sport pulito e mi sono sempre assunta le mie responsabilità. Ma in quel momento non pensavo al ciclismo. Ero una figlia che aveva appena perso sua madre", ha scritto su Instagram. Non è un attacco al sistema dei controlli, semmai una denuncia che va oltre la procedura e fa riferimento all'automatismo disumano per la tracciabilità di uno sportivo professionista. La riflessione sul contesto e l'eccezionalità del momento strettamente personale vissuto s'inserisce in questo solco.

Un atleta professionista deve comunicare quotidianamente, attraverso la piattaforma informatica ufficiale e sicura ADAMS (acronimo di Anti-Doping Administration & Management System) dove sarà disponibile per un'ora al giorno per un test. Il sistema non sa se hai subito un grave lutto. Sa solo che quella è la tua finestra. E chi si presenta al domicilio fornito non può, obbligato dal protocollo, dire "torno domani". Se l'atleta è reperibile, va effettuato regolarmente il test. In caso di assenza o di rifiuto scatta la procedura. È per questo che Cavallar non parla di abuso ma di una situazione "estremamente dolorosa, del tutto inappropriata e irrispettosa nei confronti della mia famiglia".

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La stessa Cavallar, ex canottiera olimpica a Tokyo 2021 prima di passare al ciclismo professionistico nel 2024 con Arkéa e poi con la corazzata SD Worx con cui ha contratto fino al 2028, ha chiuso anticipatamente la stagione dopo il Tour de France.

"Perdere mia madre a settembre ha cambiato per sempre il modo in cui vedo la vita. Puoi trascorrere molto tempo a inseguire obiettivi, spingendoti oltre i tuoi limiti, misurando il successo in risultati, vittorie e conquiste. Ma perdere qualcuno che ami ti fa capire quanto poco di tutto ciò conta alla fine. La vita non si misura in quanti successi si raggiungono o con quante persone conoscono il tuo nome. Riguarda le persone che ami, i momenti che condividi e i ricordi che crei".

La considerazione finale lancia un messaggio chiaro verso i piani alti di Uci e Wada. E di come a volte basterebbe solo bussare un'ora più tardi per fare esattamente ciò che si deve.

"È stato un momento che mi ha fatto riflettere su quanto facilmente possiamo dimenticare che dietro ogni atleta, c'è un essere umano con una vita, una famiglia e emozioni che non semplicemente scompaiono quando iniziano le responsabilità dello sport professionale.
Credo in uno sport pulito. Ma credo anche che l'umanità, la compassione e il rispetto non debbano mai essere dimenticati".

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