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Ora smettiamola di indignarci perché l’Italia non va ai Mondiali e facciamo queste 10 riforme

Dopo il terzo Mondiale saltato di fila dall’Italia, non basta indignarsi: ecco le 10 riforme necessarie per rifondare davvero il calcio italiano.
A cura di Michele Mazzeo
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Adesso basta con il rito dell'indignazione. Basta con le lacrime di Gattuso, con la rabbia per Turpin, con il solito scaricabarile dopo la Bosnia. Sono pezzi del disastro, non il cuore del problema. Il cuore è che l'Italia salta il terzo Mondiale di fila e il ministro Abodi ha parlato apertamente di rifondazione e di rinnovamento dei vertici FIGC: se perfino la politica arriva a dirlo in modo così netto, vuol dire che il fallimento è ormai conclamato.

E sfogarsi non serve a niente. Serve capire come si rifà il calcio italiano. E la prima risposta è semplice: ribaltando tutti quei meccanismi consolidati dannosi che ci hanno portato fin qui. Prima di iniziare a scandagliare dettagliatamente il manuale d'istruzioni in 10 riforme per la ristrutturazione del calcio italiano, però, è necessario leggere con attenzione queste avvertenze per l'uso.

La prima è la più scomoda, ma anche la più necessaria. Anche imboccando oggi l'unica strada sensata, i risultati non si vedranno domani mattina e nemmeno l'anno prossimo. Per rimettere in piedi un sistema deformato per quindici anni serviranno almeno otto-dieci anni di lavoro continuo. Non esistono formule magiche, commissari tecnici taumaturgici o trovate regolamentari capaci di tirarti fuori in due stagioni da una crisi così profonda e così strutturale. Chi promette scorciatoie sta già preparando il prossimo fallimento. E infatti la vera sfida non sarà soltanto iniziare la riforma, ma avere la lucidità di portarla avanti anche quando arriveranno i primi segnali positivi e qualcuno proverà a venderli come prova che il problema è risolto (ogni riferimento a quanto accaduto dopo l'estemporaneo trionfo nell'Europeo del 2021 è puramente voluto, ma su questo ci torneremo dopo).

La seconda avvertenza riguarda il contesto in cui questi ragazzi dovranno poi crescere una volta costruiti meglio. Questa rifondazione non serve solo a rimettere in piedi la Nazionale. Serve anche a risollevare gradualmente la Serie A, che da tempo non è più il campionato di riferimento del calcio mondiale ma sempre più spesso un campionato di transito, di passaggio, di valorizzazione per altri mercati. E invece i giovani italiani costruiti bene hanno bisogno di misurarsi ogni settimana in un torneo di alto livello, duro, competitivo, stimolante, capace di costringerli a crescere ancora. Se alzi il livello della filiera ma non rialzi anche quello del campionato in cui quei giocatori devono maturare, lasci il lavoro a metà.

Dopo le dovute premesse, si può allora passare a vedere nel dettaglio, uno per uno, i 10 pilastri su cui si deve riformare il calcio italiano.

La prima riforma, come detto, deve essere politica. Dopo tre Mondiali consecutivi falliti, non basta cambiare un uomo o una faccia. Serve un azzeramento della governance e una nuova direzione federale con obiettivi pubblici, verificabili e misurabili nel tempo. La FIGC deve tornare a essere il centro di comando della filiera, non il luogo in cui si mediano interessi diversi senza un disegno comune. E dentro questo disegno serve una direzione tecnica unica, dalla base alla Nazionale maggiore: non un modulo imposto a tutti, ma principi condivisi, dalla tecnica sotto pressione all'intensità, fino alla velocità di esecuzione e alla qualità delle letture. Oggi ogni pezzo del sistema parla una lingua diversa, e la Nazionale raccoglie troppo spesso giocatori formati in modo disomogeneo.

La seconda riforma riguarda proprio i campionati. Serie A e Serie B devono tornare a 18 squadre, mentre la Serie C va snellita e resa più selettiva. Oggi il sistema è troppo largo, troppo fragile, troppo dispersivo: diluisce il livello, non lo alza. Meno squadre significa più competitività, meno sopravvivenza artificiale, più qualità vera. E significa anche creare le condizioni per far tornare la Serie A un campionato che forma, alza e non semplicemente accompagna.

La terza riforma è quella decisiva: U23 obbligatorie per tutti i club di Serie A e Serie B. Non come eccezione, ma come architrave. Il buco nero del calcio italiano è tra Primavera e professionismo. È lì che si perdono minuti, fiducia e crescita. Le seconde squadre devono diventare il ponte stabile verso il calcio dei grandi, dentro campionati U23 dedicati oppure dentro la filiera tra Serie C e Serie D. In ogni caso, devono esistere per tutti. E c'è anche un altro aspetto che il sistema continua a usare come alibi senza volerlo affrontare davvero: il calendario pieno di impegni. Le U23 servono anche a questo, perché allargano in modo reale la base competitiva del club, permettono di gestire meglio rotazioni, minutaggi e carichi stagionali, e aiutano a trasformare il problema delle troppe partite in una questione di organizzazione e profondità della rosa, non in una scusa permanente.

La quarta riforma è economica. Oggi formare calciatori italiani conviene troppo poco. Deve accadere il contrario. Le scuole calcio, le società dilettantistiche e i club di Serie C che crescono ragazzi poi arrivati al professionismo, alle Under o alla Nazionale devono essere premiati in modo automatico. Chi costruisce il giocatore deve essere remunerato, non dimenticato. E i soldi per sostenere scuole calcio e formazione il sistema li ha già: vanno redistribuiti meglio. Devono arrivare dai ricavi del calcio professionistico, dai diritti tv, dalle sponsorizzazioni e da un contributo di solidarietà stabile del calcio di vertice. Una parte deve sostenere le scuole calcio, un'altra premiare chi forma davvero i calciatori.

La quinta riforma riguarda un nodo sociale che il calcio italiano continua a fingere di non vedere: il calcio di base non può dipendere quasi solo dai soldi delle famiglie. Serve un fondo stabile per rendere le scuole calcio davvero accessibili e per pagare in modo dignitoso gli educatori. Perché un sistema che seleziona anche in base al reddito si mutila da solo. E c'è anche un altro effetto positivo: rendere gratuite o quasi gratuite le scuole calcio significa ridurre una parte delle pressioni tossiche dei genitori, che troppo spesso si sentono clienti più che parte di un percorso educativo. Quando il peso economico si abbassa, si abbassa anche la pretesa di influire sulle scelte tecniche, e lo sviluppo del ragazzo torna finalmente al centro.

E infatti la sesta riforma è proprio questa: separare le carriere. Gli educatori non sono allenatori di passaggio. Sono quelli che formano tecnica, testa, coordinazione, personalità. Devono avere carriera vera, formazione specifica, stipendi adeguati. Se la parte più importante della filiera resta la meno riconosciuta, il risultato è quello che stiamo guardando oggi.

La settima riforma riguarda lo scouting. Serve una rete di scouting federale e dei club radicata davvero sul territorio, non affidata ai soliti giri.

L'ottava riforma è la meritocrazia. Tolleranza zero verso raccomandazioni, percorsi falsati e opacità nei vivai. Perché il calcio italiano non perde solo i talenti che non trova. Perde anche quelli che si stancano di ciò che hanno intorno prima di farsi largo.

Dentro questa operazione di pulizia si inserisce anche la nona riforma: va rimesso ordine anche nel rapporto tra giovani calciatori, club e procuratori. Attorno ai ragazzi si muove troppo presto un'industria dell'intermediazione che spesso deforma tempi, priorità e percorsi. Un giovane prima di diventare un potenziale contratto deve avere il diritto di diventare un calciatore. Per questo servono regole più rigide, controlli veri e un principio semplice: finché un ragazzo è nel pieno della sua formazione, il suo percorso deve restare protetto il più possibile da pressioni esterne e interessi economici. E quando quel valore arriverà a prodursi, una quota dovrà tornare a chi quel talento lo ha formato davvero, per permettere di formare altri.

Infine la più importante, la decima riforma: non fermarsi al primo successo. L'Europeo 2021 è stato un capolavoro, non una guarigione. Se domani arriva una semifinale o una bella Champions di un club italiano, la ristrutturazione deve continuare lo stesso. È proprio quando il sistema si illude di stare meglio che ricomincia a marcire.

Il calcio italiano non deve tornare semplicemente ai Mondiali. Deve tornare a meritarseli.

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Giornalista professionista dal 2018, per Fanpage.it mi occupo di motori, calcio e altri sport come redattore dell'Area Sport. Calabrese di nascita, romano d'adozione precedentemente ho avuto esperienze nella comunicazione istituzionale, ho fatto stage a Sky TG24 e Rai Sport e ho lavorato come freelance per Libero Quotidiano, Leggo e per diverse testate online. Ho frequentato la Scuola di Giornalismo di Salerno e ho vinto la sesta edizione del contest giornalistico di Calciomercato.com. Tante cose diverse dunque ma un unico filo conduttore: la passione per lo sport.
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