Può interessarvi o meno, piacervi o meno, non è affar nostro. Ma – consiglio -, vi conviene osservare con attenzione quel che sta accadendo in questi giorni nel mondo del calcio, con i 12 grandi club europei che hanno annunciato la nascita di una nuova Superlega europea alternativa alla Champions League, in aperta opposizione con le istituzioni del calcio, Uefa e Fifa, e con le federazioni nazionali. Vi conviene osservare con attenzione, dicevamo, perché il calcio, al solito, è buona metafora di tutto il resto. O meglio, perché dentro questa vicenda c’è l’embrione dello spirito di questo nuovo tempo post-pandemico, frattale di quel che potrebbe succedere ovunque altrove.

Prima regola: l’emergenza giustifica tutto

“Volevamo fare la Superlega, la pandemia ci ha dato urgenza: ora nel calcio siamo tutti rovinati”, ha detto ieri sera Florentino Perez, presidente del Real Madrid e auto-nominato presidente della nuova Superlega, intervenendo alla televisione spagnola dopo una giornata di polemiche. Non sono parole che suonano nuove, poiché in nome dell’emergenza, in questi mesi, sta passando di tutto: parlamenti esautorati delle loro funzioni, governi senza alcuna opposizione o quasi, elezioni rinviate, scostamenti di bilancio enormi in Paesi  – indovinate quali, anzi: quale – che hanno un debito pubblico che è già una volta e mezzo il suo prodotto interno lordo. Ogni principio decade, quando l’emergenza chiama, e ogni status quo è messo in discussione. Oggi è la Champions League. Domani chissà.

Seconda regola: chi vince si prende tutto

“Puoi scoprire chi sta nuotando nudo solo quando la marea si ritira”, dice un celebre aforisma del finanziere Warren Buffett. Traduzione numero uno: è quando c’è una crisi che scopri chi ha potere e chi no. Traduzione numero due: è quando scopri chi ha davvero potere e chi no, che si ridisegnano i rapporti di forza. Quel che stiamo vedendo oggi, nella guerra tra la Uefa e i club della Superlega è esattamente uno show-down di questo tipo: giù le carte e vediamo chi sta bluffando. Chi vince, vince tutto. Chi perde, muore. Se dovessero vincere i club, probabilmente l’Uefa smetterebbe di esistere così come la conosciamo e perderebbe tutto il suo potere. Dovesse prevalere l’Uefa, sarebbe un colpo mortale per le ambizioni e la reputazione dei dodici club ribelli. Finché si parla di calcio, nessun problema o quasi. Ma le rese dei conti potrebbero presto moltiplicarsi. Una su tutte: chissà se quando Facebook o Amazon o Google lanceranno la loro criptovaluta, le banche centrali saranno così forti da opporsi come accadde nel 2019.

Terza regola: le istituzioni sovranazionali sono tigri di carta

Per quanto tutte diverse per genesi ed esito, la storia delle breakaway league – dall’Nba alla Premier League passando per l’Eurolega di basket – racconta che alla fine sono stati sempre i club a prevalere, mai istituzioni come la Football Association inglese o la Fiba. Dovessimo appoggiarci alla storia, quindi, avremmo pochi dubbi sull’esito della guerra tra i dodici club contro Uefa e Fifa. Attenzione, però. Perché mai come oggi, la sconfitta delle grandi istituzioni del calcio sarebbe il segnale che non c’è santuario che non può essere violato, e svelerebbe la debolezza delle istituzioni sovranazionali. Quel che oggi accade all’Uefa, tanto per fare un esempio, domani potrebbe toccare all’Unione Europea: cosa accadrebbe tanto per fare un esempio, se Germania Francia, Italia e Spagna decidessero di farsi un nuova Unione per i fatti loro, alternativa a Bruxelles? Siamo sicuri che i palazzi di Bruxelles siano più solidi di quelli di Nyon?

Quarta regola: conta quel che piace in America o in Cina

“Il calcio deve cambiare per essere più attraente a livello globale”, ha spiegato ancora Florentino Perez, spiegando chiaramente che le dodici squadre fondatrici della Superlega sono quelle che hanno un il maggior bacino di tifosi a livello globale, anche se in Europa non sono altrettanto popolari. Un esempio su tutti è il Tottenham Hotspurs, molto popolare in estremo oriente per la presenza del calciatore sudcoreano Son, e che ha lavorato molto sulla sua immagine di brand globale attraverso una docuserie su Amazon e al nuovo stadio che ospita anche le partite dell’Nfl, ma molto meno blasonato in Europa di club come l’Ajax o il Porto, che scontano il limite di essere realtà molto più legate alla loro città di appartenenza e meno capaci, almeno sinora, di valorizzare il proprio brand a livello globale. La Superlega, di fatto, certifica l’ovvio: che il telespettatore cinese o americano vale più del tifoso europeo. O, se preferite, che i mercati di Usa e Cina valgono molto più del mercato europeo. Vale per la Superlega, varrà per tutto.