Nel 2013 la squadra toscana militava ancora in Serie A. Oggi, a distanza di sette stagioni è finita tra i dilettanti, la Serie D, anticamera per l'inferno calcistico, perché c'è anche l'ombra del fallimento per uno dei club che ha scritto pagine di storia del calcio italiano. Quest'anno si è concluso con il mesto ultimo posto nel Girone A della Serie C: è la seconda retrocessione in due stagioni e ha scatenato la rabbia di una tifoseria che non ci sta a vedere in questo stato un club che a inizio 2000 si giocava obiettivi da zona Europa.

Il baratro è oramai ad un passo, serve solamente la certificazione ma lo smantellamento di un sogno amaranto è iniziato già dalle prime battute di questa travagliata stagione. Tutto verrà messo al bando, i giocatori (svincolati e liberi di cercare altre casacche), la società che dovrà dichiarare fallimento e i tifosi, orfani del loro Livorno. Chi ha fatto la voce grossa sono stati i debiti, poi  la messa in mora con i giocatori senza stipendi.

In questa stagione da cancellare, sono arrive anche le penalizzazioni in classifica: il -5 e poi il -3 che hanno affossato ancor più qualsiasi tentativo di ripresa. Senza dimenticare la gestione di Spinelli, storico presidente, e la cordata di imprenditori che hanno malmesso conti e bilanci fino all'attuale situazione aggravata dalla pandemia e dai crolli verticali di qualsiasi entrata economica.

Restano i tifosi, che protestano al ricordo degli anni d'oro della Coppa Uefa e delle stagioni in Serie A dando fastidio alle grandi. Gli anni di Protti, Amelia (oggi allenatore), Galante, delle sfide europee e del Picchi roccaforte amaranto.  Oggi, si rifugiano dietro un tentativo di raccattare i pezzi infranti da mille pochezze attraverso un azionariato popolare che potrebbe salvare i cocci. E che allontanerà colui che è stato indicato quale principale colpevole, Aldo Spinelli. Perché il calcio, si sa, ha la memoria corta e conta più il presente e il futuro di un passato anche glorioso.