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Alessandro Gazzi: “Da calciatore amavo leggere libri e riviste. Ti aiutano a capire il mondo”

Alessandro Gazzi racconta a Fanpage.it il suo percorso nel calcio, dalla carriera in campo all’analisi del gioco e della mente dei giocatori. Una riflessione sul lato umano dello sport e sulle nuove prospettive dopo il ritiro.
A cura di Vito Lamorte
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Dopo una carriera lunga e intensa sui campi della Serie A, tra promozioni, notti europee e la pressione costante dei tifosi e dei media, Alessandro Gazzi ha deciso di voltare pagina. Oggi osserva il calcio da un’altra prospettiva: analizza le partite, studia e si concentra sulle dinamiche che animano giocatori e staff. L’esperienza da calciatore gli ha insegnato molto, ma l’uscita dal campo ha aperto nuovi orizzonti: la lettura, la scrittura, e la comprensione della mente umana sono diventate strumenti altrettanto preziosi.

Dal settore giovanile della Lazio al Torino, passando per Bari, Viterbese e per esperienze formative in altre squadre, questo ragazzo classe 1983 ha sempre cercato di capire le motivazioni delle persone che lo circondano, senza mai trascurare il lato umano del mestiere. Il suo libro, "Un lavoro da mediano. Ansia, sudore e Serie A" edito da 66thand2nd, è la testimonianza di un percorso fatto di fatica, successi e fragilità, in cui la trasparenza e la sincerità diventano strumenti per raccontare una carriera vera, senza filtri o patinature. Oggi Gazzi è osservatore attento del calcio moderno e a Fanpage.it ripercorre alcune tappe della carriera, riflette sui cambiamenti del calcio moderno e spiega perché oggi guardare una partita significhi soprattutto cercare di capire cosa c’è dietro.

Cosa fa oggi Alessandro Gazzi?
"Sto bene, tutto a posto. In questo periodo guardo tante partite e studio molto. Diciamo che le mie mansioni principali adesso sono queste: osservare, analizzare e cercare di capire sempre meglio il gioco".

Negli ultimi anni ha fatto parte di diversi staff tecnici. Che esperienze sono state?
"Due anni fa ho collaborato con mister Marco Zaffaroni tra Feralpisalò e Südtirol. In questo momento non stiamo lavorando, ma è stata un’esperienza molto formativa. Dopo aver smesso di giocare nel 2021 ho fatto anche un anno da collaboratore tecnico all’Alessandria, poi mi sono trasferito a Torino e ho lavorato nello staff dell’Under 17 del Torino".

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Il suo obiettivo è diventare primo allenatore?
"Il mio obiettivo è lavorare nel calcio. Poi sì, fare un’esperienza da primo allenatore sarebbe bello. Però non è una cosa che si può semplificare così. Quando ho smesso di giocare volevo prima capire bene come funziona uno staff tecnico, per avere un quadro completo prima di lanciarmi".

Cambiare prospettiva rispetto a quando era calciatore è stato complicato?
"È completamente un altro mondo. Quando giochi sei concentrato su te stesso e sul campo. Quando smetti, invece, si aprono prospettive diverse. Cambi punto di vista e inizi a guardare il calcio in modo più ampio".

Ho letto il suo libro e il suo blog e scorgo una grande attenzione e passione per la lettura. Che ruolo ha, o ha avuto, nella sua vita?
“Non leggo centinaia di libri, ma mi piace leggere in senso ampio: articoli, riviste e quotidiani. Negli anni da calciatore amavo le riviste di musica e cinema. Leggere mi aiuta a capire il mondo e a costruirmi una mia opinione".

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Che cosa leggeva quando giocava?
"Molte riviste musicali e di cinema, perché erano le mie passioni. Quando ero giovane leggevo riviste come ‘Rumore' o ‘Mucchio Selvaggio'. Le portavo con me sul treno quando andavo ad allenarmi a Treviso. È così che è nata la mia passione per la musica".

Nel suo libro, "Un lavoro da mediano. Ansia, sudore e Serie A", racconta anche momenti difficili della carriera. È stato complicato farlo?
"Importante sì, complicato no. Raccontare quei momenti dà un senso alla narrazione della carriera. Nel mio percorso ci sono stati momenti di ansia, cambi di squadra e cambi di allenatore. Sono cose normali nella vita di un calciatore, ma sono proprio quelle che ti fanno crescere".

C’è stato un libro che l'ha ispirata in questo senso?
"Sì, sicuramente ‘Open' di Andre Agassi. È uno spartiacque nella letteratura sportiva. Mi ha fatto capire che anche atleti di altissimo livello attraversano momenti di difficoltà".

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Oggi si parla molto più di psicologia nello sport. È cambiato qualcosa rispetto ai suoi anni da calciatore?
"Sì, oggi ci sono più professionisti e più attenzione. Però credo che certe dinamiche siano sempre esistite. Il calcio è un ambiente competitivo e serve equilibrio personale per affrontarlo".

Si ha ancora la sensazione che il calciatore debba essere un ‘superuomo'?
"Forse sì, ma è anche una semplificazione. Tutto dipende da come percepisci le situazioni: a volte quello che sembra negativo può diventare uno stimolo per migliorare".

Lei ha vissuto in campo l’inizio dell’era dei social: che rapporto aveva con commenti e forum?
"All’inizio capitava di leggere qualcosa nei forum. Poi capisci come funziona il meccanismo e prendi le distanze. I social possono essere una valvola di sfogo per chi commenta, ma io non ci ho mai dato troppo peso".

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Gazzi è partito da un piccolo paese in provincia di Belluno. Che ricordi ha dei suoi inizi?
"Ho iniziato nella squadra del mio paese, poi sono passato a Montebelluna e a Treviso. Fino ai 18 anni giocavo soprattutto per divertirmi e pensavo anche alla scuola. Diventare calciatore professionista era un sogno, ma non ci pensavo davvero".

L’esperienza nel settore giovanile della Lazio cosa le ha lasciato?
"È stato il primo vero passo da professionista. È stata un’esperienza bellissima ma anche complicata, perché era la prima volta lontano da casa. Non ho esordito in prima squadra, ma quei due anni mi sono serviti molto per capire se ero pronto per quel mondo".

Tanti hanno iniziato a conoscere Gazzi a Bari, dove ha vissuto una stagione straordinaria con la promozione in Serie A. Che squadra era?
"Una squadra molto competitiva. Con Antonio Conte giocavamo con il 4-2-4 e abbiamo fatto un campionato meraviglioso. È stato un anno fondamentale per tutti: per noi giocatori, per l’allenatore e per la città".

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Poi è arrivato anche Ventura…
"Sì, Gian Piero Ventura ha tolto un po’ di rigidità rispetto a Conte e in quel momento ha funzionato tutto. Probabilmente è stato uno dei periodi più formativi della mia carriera".

Gazzi ha vissuto annate importantissime a Torino dove ha giocato anche l’Europa League. Non le chiedo un ricordo delle diverse annate ma, personalmente, ho in mente la sua prestazione al San Mames contro l'Athletic Club. Lei che ricordo ha?
"È stata un’esperienza bellissima. Il Torino tornava in Europa dopo molti anni e l’atmosfera era speciale. Giocare in casa dell'Athletic Club è qualcosa di unico per l’attaccamento che c’è alla squadra".

Oggi Gazzi guarda il calcio e la Serie A con occhi diversi. C’è una squadra che la incuriosisce più di altre?
"Se dovessi dirne una, direi il Como. Ha un modo di giocare un po’ anomalo rispetto alla Serie A e questo lo rende interessante da osservare. È come confrontarsi con una cultura calcistica diversa".

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