La serie Tutto l’amore che resta è ispirata alla storia vera di Fanny Riedberger e al liceo Toulouse – Lautrec
Quanto c'è di vero nella fiction Tutto l'amore che resta con Raoul Bova. La nuova serie TV di Rai1 racconta agli spettatori le vicende di Stefano Fogli, preside e fondatore del Liceo Helen Keller situato alle porte di Roma. È un istituto che si fonda sul valore dell'inclusione e che si impegna ad accogliere studenti normodotati e con disabilità in un percorso di apprendimento comune. Stefano Fogli non è un personaggio realmente esistente, anche l'istituto Helen Keller è immaginario. Tuttavia, nella trama c'è un fondo di verità.
Le puntate di Tutto l'amore che resta sono prodotte da Rai Fiction e Fabula Pictures. La fiction è basata sulla serie franco-belga Lycée Toulouse-Lautrec. E proprio tra le pieghe del progetto originale si nasconde la verità di questa storia. Non solo il Liceo Toulouse-Lautrec esiste realmente, ma la trama è ispirata alla storia personale di Fanny Riedberger, produttrice, sceneggiatrice e regista del progetto.
Il liceo Helen Keller non esiste, è ispirato al Liceo Toulouse-Lautrec
L'istituto Toulouse-Lautrec, che raccoglie scuole medie e superiori, è stato fondato nel 1980 e si trova a Vaucresson, una cittadina poco distante da Parigi. La regista Fanny Riedberger iniziò a frequentarlo in terza media. Il fratello era affetto da una grave disabilità dopo essere caduto dal sesto piano. I genitori si rivolsero a quell'istituto principalmente per lui, ma iscrissero anche Fanny. Restò lì per tre anni.
Il punto di forza della struttura è la presenza costante dei medici. Così, gli studenti con o senza disabilità possono dedicarsi agli studi sapendo che in caso di necessità, i professionisti sono pronti a intervenire. Una realtà estremamente importante se si considera che la malattia con cui convivono alcuni dei ragazzi è ad un livello talmente grave che il loro destino sembrava ormai segnato: trascorrere la vita confinati in un ospedale a studiare da soli o seguendo corsi a distanza.
Al fine di agevolare l'integrazione degli studenti, spesso viene richiesto ai normodotati di prendersi cura di uno studente con disabilità, diventando il suo mentore. Fanny, nei tre anni trascorsi nell'istituto, ha conosciuto casi particolarmente difficili ma nessuno veniva lasciato solo. Ad esempio, un suo compagno di classe era quasi completamente paralizzato. Poteva azionare il telecomando della sedia a rotelle usando solo il mento. Gli infermieri dovevano occuparsi di girarlo nel letto tre volte a notte per scongiurare il rischio delle piaghe da decubito.
Tutto si svolgeva nella più assoluta riservatezza e tutela degli studenti. Nessuno sapeva realmente di cosa soffrissero i compagni che erano affetti da disabilità e anche quando si verificavano rari casi di suicidio, il preside gestiva tutto senza che nessuno potesse essere turbato dalla tragedia. Durante i giorni di scuola, si faceva il possibile per donare a tutti gli studenti il prezioso conforto della normalità.
La storia di Fanny Riedberger
Negli anni trascorsi al Liceo Toulouse-Lautrec, anche a Fanny Riedberger fu assegnata una compagna di cui prendersi cura. Le fu chiesto di aiutare Marie-Antoinette che era reduce da una tracheotomia. E tra quei banchi è nata una bella amicizia. Nonostante la lontananza, infatti, sono ancora in contatto attraverso i social. Insomma, è evidente quanto una struttura simile sia fondamentale per permettere l'inclusione di coloro che sono costretti a un cammino in salita. È un aiuto prezioso contro il rischio che la giornata di chi è affetto da una grave disabilità ruoti attorno alla malattia e alle cure necessarie. Per questo Fanny Riedberger negli anni ha sollevato spesso il tema dei finanziamenti. Un istituto pubblico con questa spiccata valenza sociale deve essere sostenuto con gli appositi sovvenzionamenti anche perché affronta costi elevati. Ed è proprio per questo che la sceneggiatrice ha scritto la serie, per accendere un riflettore sull'istituto e proteggerlo.