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La bestemmia è l’ultimo momento di verità rimasto al Grande Fratello Vip

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La bestemmia di Simone Annicchiarico, che porti o meno alla sua squalifica dal GF Vip, ci ricorda che la blasfemia nei reality è rimasta uno dei pochi sprazzi di spontaneità non filtrata in TV. E, forse non a caso, viene puntualmente punita.

Il Grande Fratello ha cambiato radicalmente i connotati della bestemmia. L’imprecazione, la blasfemia, chiamiamola come vogliamo, ha vissuto una nuova, grottesca età dell’oro dal momento in cui ha iniziato a dover fare i conti con il perbenismo a targhe alterne del Grande Fratello, colui che tutto vede e tutto giudica dall'alto della sua morale Tv.

Al di là della volatilità con cui il giudizio umano stabilisce che un'imprecazione sia più punibile di un'altra ai fini della squalifica, è interessante notare come la parola stessa, immessa nel linguaggio della TV, abbia acquisito una vita nuova. Non è più un’offesa al sacro, ma il sinonimo diretto dell’espulsione dal programma, un feticcio regolamentare attorno a cui ruota l'ipocrisia del palinsesto.

Di vittime in quindici anni se ne sono viste tantissime: dal caso di Marco Predolin a quello di Denis Dosio, Riccardo Fogli, Fausto Leali, fino alla vicenda clamorosa di Silvano dei Cugini di Campagna, squalificato un secondo dopo aver messo piede sulla spiaggia dell’Isola dei Famosi. Ora è il turno di Simone Annicchiarico, che impreca mentre un coinquilino lascia andare troppa pasta nella pentola e capisce immediatamente l’entità dell'errore, portandosi le mani al volto in segno di disperazione per una probabile (ma non certa) squalifica in vista.

La bestemmia nel reality si è così trasformata nella risata di LOL: il passo falso da evitare, la prova suprema di un game show, la casella del gioco dell’oca da schivare a ogni costo. Diventa il termometro del tempo che viviamo, in cui imprecare in diretta è ritenuto infinitamente più grave di qualsiasi bassezza morale, lite a tavolino o dinamica tossica esibita per fare ascolti.

Eppure, paradossalmente, resta l'unico vero momento di imprevedibile e autentica realtà che sia rimasto a certi reality: uno sprazzo di spontaneità non filtrata. Ammesso e non concesso che non facciano di proposito pure quello…

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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