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Il trucco degli ascolti di Ballando con le Stelle: chiudere a notte fonda per sopravvivere

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La macchina di Rai 1 condotta da Milly Carlucci sfrutta il tempo per regalarsi un’illusione di vittoria contro Maria De Filippi. Qualcuno potrebbe accusarli di falsare i dati, ma sono le regole del gioco che, per esistere, serve conoscere e sfruttare.

C’è una sottile forma di "magia nera" che ogni autunno si rinnova nei bilanci degli ascolti del sabato sera. Una matematica alchemica che trasforma il tempo in percentuale e la stanchezza in successo formale. I dati della prima vera sfida stagionale tra Ballando con le Stelle e Tú Sí Que Vales, andata in onda sabato 3 ottobre, ne offrono la fotografia più nitida e implacabile.

Osservando i numeri superficialmente, le due ammiraglie sembrano essersi combattute ad armi pari, con Rai 1 in grado di esibire uno share competitivo (e persino superiore nella quota complessiva) rispetto all'inossidabile show di Canale 5. Ma basta grattare via la prima patina per accorgersi del gioco di prestidigitazione. La realtà netta dei telespettatori racconta un'altra storia: la creatura di Maria De Filippi continua a raccogliere un bacino di telespettatori più ampio durante il blocco centrale della serata. Com'è possibile, allora, che Milly Carlucci riesca a pareggiare o a vincere la sfida percentuale?

La risposta sta nel cronometro e nell'ingegneria del palinsesto. Prolungando la trasmissione fino a notte fonda, arrivando a sforare anche di un'ora e mezza rispetto alla chiusura di Tú Sí Que Vales, Rai 1 sfrutta l'abbassamento drastico della platea televisiva totale nelle ore piccole. In quella fascia oraria, un numero contenuto di fedelissimi rimasti accesi sul canale pesa enormemente di più sulla torta percentuale complessiva, pompando lo share verso l'alto.

È un paradosso? Assolutamente sì. Un dato che a uno sguardo distratto appare quasi "falsato", ma che rientra perfettamente nelle regole del gioco e nelle matematiche dell'Auditel. Non c'è alcun illecito, è la tattica legittima di chi conosce il sistema e lo sfrutta fino all'ultimo secondo utile.

È lecito chiedersi a chi serve davvero questa "magia nera"? A prima vista si potrebbe pensare a un autogol autoriale, a uno show cannibalizzato dalla propria durata. La realtà, però, è molto più cinica e pragmatica. In un'epoca di frammentazione dei consumi e di fuga verso lo streaming, la dilatazione tattica dei palinsesti non è un errore di percorso, ma una precisa strategia di sopravvivenza.

Fabbricare uno share competitivo, anche a costo di stiracchiare la diretta fino a notte fonda, è uno dei modi che la TV di Stato possiede per difendere il proprio perimetro. È un’illusione collettiva sapientemente orchestrata, che serve prima di tutto a rassicurare se stessi e a parlare al mercato. Presentarsi l'indomani agli investitori con un +0,1% di share rispetto alla concorrenza significa vendere meglio gli spazi, giustificare i budget milionari dei varietà del sabato sera e reclamare una leadership politica e culturale altrimenti traballante.

In questo gioco di specchi, il prodotto televisivo non viene sacrificato per distrazione, ma piegato a una funzione diversa: non è più soltanto un'opera di intrattenimento per il pubblico da casa, ma una macchina finanziaria il cui obiettivo primario è presidiare la messa in onda il più possibile, col fine di gonfiare il dati Auditel. Questo sempre e solo per una ragione, la solita: la televisione è, prima di tutto, uno strumento per vendere pubblicità.

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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