
Se credevate di aver visto tutto con il famoso plastico, non avete ancora visto niente. In prima serata su Rai1, spunta Bruno Vespa che passeggia per le corsie d'ospedale con un camice chirurgico.
Corridoio d'ospedale, mascherina, sopravest di plastica azzurra. L'uomo che per trent'anni ha ricostruito la realtà italiana comodamente seduto in studio, tra plastici in miniatura e presidenti del Consiglio in poltrona, adesso cammina tra le corsie. Va a vedere i ragazzi sopravvissuti alla strage di Crans-Montana. La puntata è prevista per questo venerdì in prima serata.
Perché Crans-Montana non è una storia che si racconta con i modellini, sebbene due mesi fa ci ha provato con una versione digitalizzata dei locali che hanno portato quaranta morti a Capodanno nell'ormai celeberrimo bar svizzero Le Constellation. È una storia che ha tanti numeri. Tante storie nella storia: quella di sei ragazzi italiani che non sono tornati a casa. Quelli dei giornalisti della Rai aggrediti davanti al ristorante dei Moretti, spintonati, insultati, colpiti con acqua gelida a meno dieci gradi, mentre cercavano di fare il loro lavoro.
Bruno Vespa decide di raccontarla e affrontarla in questo modo. Di persona. In camice. Ora: si può discutere del suo istinto teatrale, della sua capacità di trasformare qualsiasi evento nel set naturale del suo prossimo speciale. Ma qui non si tratta di istinto. Si tratta di metodo. Il plastico era un fondale. Il Parlamento era un fondale. Il tavolo di Berlusconi, ricordate la promessa con gli italiani?, era un fondale. E adesso il reparto di terapia intensiva è un fondale.
Cambia il costume. Non cambia il copione. Quaranta morti, sei italiani, giornalisti aggrediti nel gelo svizzero — e Bruno Vespa ci costruisce sopra la prima serata del venerdì. Con il camice chirurgico. Come se la vicinanza fisica alle vittime fosse un argomento giornalistico. Come se passeggiare in corsia valesse un'inchiesta. Non è giornalismo. È scenografia.