Vinicio Marchioni: “Ho avuto un tumore alle ossa, è stato curato”, la malattia vissuta nel massimo riserbo
Nella vita e nella carriera di Vinicio Marchioni c'è stato un momento in cui il rapporto con il proprio corpo è cambiato radicalmente. È accaduto durante le prove di Un tram che si chiama Desiderio, il suo primo spettacolo con Antonio Latella, che debuttato nel 2012. Marchioni, che non aveva nemmeno 40 anni, stava lavorando alla costruzione fisica di Stanley Kowalski, un personaggio segnato da una presenza scenica imponente e da una "mascolinità violentissima", quando ha scoperto di avere un tumore alle ossa.
La malattia vissuta senza condivisione pubblica
A raccontarlo è oggi lo stesso attore in un'intervista a Repubblica, alla vigilia dell'uscita di Le vite in atto (Marsilio). È un momento d'oro dal punto di vista professionale e anche privato. Sposato con l'attrice ed ex ballerina Milena Mancini dal 2011, con la quale ha i due figli Marco e Marcello, Marchioni è riuscito a diventare un volto molto apprezzato del cinema italiano, complice la visibilità mondiale avuta con Paola Cortellesi nel suo dramma familiare C'è ancora domani e film record al botteghino come Diamanti di Ozpetek. Ma non è solo questo, la riservatezza con la quale ha sempre trattato la sua sfera privata e tutelato i suoi affetti ha restituito un forte senso di rispetto per il suo personaggio pubblico. Forse è per questo che l'aver vissuto la malattia con il massimo riserbo oggi suona come qualcosa di legittimo e prevedibile. E ancora una volta, oggi, apre a una parte di vita per condividerla passando attraverso il lavoro. Non accenna ad alcun tipo di motivazione altra se non quella di riuscirsi a spiegare come attore e come uomo in un'unica intensa sessione.
Il tumore alle ossa e la scoperta di un nuovo rapporto con il corpo
La malattia è arrivata proprio mentre il noto attore romano era chiamato a costruire il corpo di Stanley Kowalski, uno dei personaggi più fisici e brutali del teatro di Tennessee Williams. Un paradosso che ha finito per trasformare anche il modo in cui l'attore guardava a se stesso: da una parte il corpo potente che doveva portare in scena, dall'altra quello reale, alle prese con un serio problema di salute. "Fortunatamente è rientrato, è stato curato", racconta oggi Marchioni, spiegando come l'esperienza l'abbia fortemente segnato dopo operazione, fisioterapia e cure. Un lavoro su se stesso mentre a teatro ne faceva un altro diametralmente opposto, facendo i conti con il suo corpo mentre tentava di costruire quello di Stanley.
Marchioni, però, ha sempre scelto di non trasformare la propria malattia in un racconto pubblico. Anche oggi, nel parlarne, mantiene una certa riservatezza e preferisce raccontare quella fase della sua vita attraverso il teatro. L'ha vissuta senza voler mettere in piazza le sue sofferenze, costruendoci intorno un altro personaggio per imparare a convivere con una condizione che non aveva mai conosciuto così da vicino e che gli aveva procurato un forte scompenso emotivo, sebbene non fosse riuscita a minarlo nel profondo. Rimane fatalista e conclude spiegando quanto la malattia al tempo gli diede modo di lavorare anche sul personaggio che stava per interpretare a teatro. Un momento in cui realtà e finzione si scontrano e si fondono per darsi linfa reciproca, uno scambio di esperienze che ancora oggi sembra aver scavato un solco nelle consapevolezze del celebre attore.