Antonio Albanese contro il governo: “Hanno chiuso il Leoncavallo, disperdono i giovani per eliminare gli spazi”

L'attore e regista Antonio Albanese non usa mezzi termini quando parla della chiusura del Leoncavallo, lo storico centro sociale milanese sgomberato dove da ragazzo ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo. In un'intervista a Repubblica, lancia un j'accuse contro una politica che, a suo dire, sta cancellando gli spazi di aggregazione giovanile.
"Centro sociale è una parola bellissima"
"Se chiudi un centro sociale, se elimini gli spazi, i giovani si disperdono", dichiara Albanese senza giri di parole. La sua non è nostalgia personale, ma una critica precisa a scelte politiche che considera pericolose per il tessuto sociale del paese. L'attore, di chiaro stampo progressista, rivendica le sue origini: "Vengo da una famiglia operaia, non potevo permettermi altro".
Il popolo non è un'azienda
"Il popolo italiano non è una grande azienda: ci sono persone con poche o nessuna possibilità", ribadisce Albanese. La sua analisi si fa ancora più netta quando parla dell'energia giovanile che ha visto nei concerti di Marracash, Sfera Ebbasta, Fibra ed Ernia: "Un'energia spettacolare. Se non la focalizzi è un danno grande". Il messaggio è chiaro: chiudere i centri sociali significa sprecare e disperdere una forza che andrebbe invece incanalata e valorizzata. E alla domanda su come si affronti il momento storico attuale, Albanese risponde con lucidità: "Non facendosi trascinare ma accantonarlo un attimo, per accumulare energia e affrontarlo insieme ad altri. Sennò a me si alza la pressione minima a 105".
Il nuovo personaggio: il "quasi generale"
Antonio Albanese sta costruendo un nuovo personaggio che promette di far discutere: il "quasi generale". Precisa subito: "Non è Vannacci", anche se il riferimento al generale più chiacchierato del momento, che adesso ha fondato anche un movimento tutto suo, è inevitabile.
"È quasi perché ha il doppio mento e si sa che l'estetica in quei campi conta", spiega con la sua consueta ironia tagliente. "Ma è quasi anche nel linguaggio: quasi guerra, quasi ordine, quasi vittoria". Una satira che sembra colpire dritta al cuore della retorica bellicista e securitaria che domina il dibattito pubblico. Non è la prima volta che Albanese anticipa i tempi. Ricorda di aver interpretato Donald Trump da Fazio prima che diventasse presidente: "Mi aveva colpito il suo modo di fare, il potere mediatico. Era già una figura televisiva potentissima". Uno sguardo che, evidentemente, aveva visto lungo.