Vincenzo Ferrera: “Fascisti spariti in Morbo K? Polemiche sterili. Sono antifascista, non ho paura di espormi”

Roma, settembre 1943. L’ospedale Fatebenefratelli diventa il cuore pulsante della Resistenza grazie al "Morbo K", una malattia inventata a tavolino dal professor Prati per terrorizzare i nazisti e salvare gli ebrei dal rastrellamento del Ghetto. A dare il volto al medico eroe è Vincenzo Ferrera, che in quest'intervista a Fanpage.it risponde punto su punto alle critiche di chi accusa la serie di aver raccontato la storia omettendo le colpe degli italiani.
Il contesto della polemica. Il rilascio della serie è stato accompagnato da un dibattito riguardante la rappresentazione del biennio 1943-1945. Alcuni hanno visto nella sceneggiatura una tendenza al revisionismo, ipotizzando una deliberata rimozione del ruolo dei fascisti per far apparire i nazisti come unici carnefici. L'accusa, mossa da alcune testate nazionali, è che il prodotto possa rientrare in una precisa narrazione politica volta a "ripulire" la memoria storica del Paese.
Partiamo dalla polemica che ha investito la serie. Cosa ne pensi?
Le accuse non sono vere, è un falso scritto da una giornalista che ha deciso di sparare nel mucchio. I fascisti ci sono nella serie, sono personaggi menzionati e presenti: ci sono poliziotti che intervengono, che creano le liste di proscrizione e che collaborano con i nazisti. Chi dice il contrario, semplicemente, non ha visto l'opera. È una polemica sterile, sollevata forse solo per capire se questa cosa sia stata fatta per ‘TeleMeloni' o per mettere in difficoltà la produzione.
Quindi rigetti l'idea che ci sia stato un intento politico dietro queste scelte narrative?
Assolutamente. Mi chiedo, chi dovremmo far contento? Si vuole far pensare che lo sceneggiatore non sia un antifascista, il che mi pare assurdo. Forse le scene dedicate ai fascisti erano poche rispetto a quello che immaginava la giornalista, ma negare la loro presenza è un’invenzione totale. Gli attori non hanno chissà quale potere sulla scrittura, ma la serie parla chiaro: l'asserramento del ghetto è stato fatto dai nazisti guidati da Kappler, ed è di questo che tratta la storia.
Resta il fatto che omettere o ridurre certe responsabilità storiche è un tema sensibile. Tu come ti poni, anche rispetto all'esposizione politica degli artisti?
Io sono antifascista, non ho problemi a dirlo. Sul tema dell'esporsi, credo dipenda dal carattere di ognuno. Non giudico chi decide di mantenersi equidistante, perché il nostro è un lavoro molto delicato. Abbiamo a che fare con un sistema che spesso desidera le fazioni e finisce per farti lavorare o meno proprio in base alla fazione a cui appartieni. Purtroppo viviamo in questo mondo e ci può essere l'attore che ha timore, così come quello che, con grande dignità, dice la sua.
Il tuo professor Prati è una figura quasi ascetica. Come hai affrontato un ruolo così carico di responsabilità morale?
Lui è una di quelle persone che capitano raramente al mondo. Nascono semplicemente per fare del bene, per diventare eroi o santi, e lui è uno di questi. È un medico che aveva tutte le comodità del mondo e, suo malgrado, ha preso una decisione importante e pericolosa per il bene altrui. Probabilmente io non sarei riuscito a fare lo stesso.

La serie racconta l'invenzione del Morbo K per salvare centinaia di ebrei. Quanto è stato difficile restare fedeli alla Storia?
Il dato fondamentale è che è successo sul serio. Questo dottore, insieme ai suoi assistenti, si è inventato una malattia fantomatica, una sorta di Covid-19 dell’epoca, e i tedeschi non entravano nell’ospedale per paura di contagiarsi. È una storia incredibile, una commedia all'interno di una tragedia, forse un unicum tra i film sull'Olocausto in cui alla fine gli ebrei si salvano veramente. È stato necessario un percorso romanzato perché nessuno conosceva bene questa vicenda, non si studia nei libri, c'è solo qualcosa su Wikipedia o nei ricordi dei parenti.
Avete girato proprio nei luoghi in cui tutto è successo. Qual è l'immagine che ti è rimasta più impressa del set?
Quelle girate all'ospedale all'Isola Tiberina, proprio dove è stato inventato il Morbo K. Vedere entrare i cani con l’attore che interpretava Kappler, tutti vestiti da nazisti, mi ha fatto un’impressione enorme. Inevitabilmente ti prende un’emozione forte al pensiero che quelle mura abbiano visto davvero quella roba. I cani che abbaiavano creavano una situazione quasi surreale.
Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Questa ricorrenza non rischia, secondo te, di essere un rito ipocrita mentre il mondo assiste a nuove derive d'odio?
Un po’ sì, infatti non dovrebbero chiamarlo Giorno della Memoria, ma Giorno del Presente. Viviamo tempi bui, forse anche peggiori della Seconda Guerra Mondiale. Siamo circondati da uomini terribili e il problema principale è la totale indifferenza. Siamo dentro una terza guerra mondiale e non ce ne rendiamo conto. Oggi regna l'anestetizzazione al dolore, viviamo la nostra vita come se non succedesse mai nulla.
Ti ritrovi ancora una volta sul set con Giacomo Giorgio, con cui hai condiviso l'esperienza di Mare Fuori. È una scelta di "sicurezza" o c’è il rischio che diventi un’etichetta?
Vivo questa cosa benissimo. Con Giacomo siamo una coppia affiatata, abbiamo trovato una sinergia che la Rai ha capito e di cui si fida. Ma abbiamo creato personaggi talmente diversi che la gente non si è mai lamentata. Abbiamo fatto Elisa Claps, Belcanto, Sopravvissuti: eravamo sempre agli antipodi rispetto ai ruoli dell'IPM. Spesso i registi si fidano, e come si dice: squadra che vince non si cambia.

Non hai paura che la gente ti riconduca sempre a Beppe?
No, perché credo nella verità del lavoro. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Carmine Elia, che è stato il primo regista di Mare Fuori, e lui sa come tirare fuori sfumature diverse da noi. Se i personaggi sono scritti bene e interpretati con onestà, il pubblico riesce a scindere. Certo, Beppe è un marchio forte, ma la mia carriera racconta anche altro.
A proposito di Mare Fuori, anche lì Beppe è una sorta di guida morale. Ti vedremo mai nei panni di un cattivo?
Mi piacerebbe moltissimo. Purtroppo in Italia vige la regola che se hai gli occhi buoni devi interpretare sempre i buoni. È un cliché da cui non si vuole uscire, non si vuole rischiare. Eppure io penso che un cattivo con gli occhi dolci possa essere molto più inquietante di uno che ha già la faccia truce. Sarei un ottimo cattivo, ma l'industria spesso preferisce andare sul sicuro.
Se oggi dovessi inventare un nuovo "Morbo K" per tenere lontano un male moderno, contro cosa lo useresti?
Contro il qualunquismo dei social, indubbiamente. Questa forma di totale indifferenza dove chiunque può sparare un'opinione senza avere alcuna competenza. Credo che questo sia il vero male di oggi, e pagheremo le conseguenze tra un po' di anni.