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23 Novembre 2022
8:43

Russell Crowe: “Il dolore svuota bicchieri che la vita riempie. L’ho capito con la morte di mio padre”

Russell Crowe racconta a Fanpage.it l’emozione di tornare regista per il suo secondo film, Poker Face, dedicato a suo padre, morto pochi mesi prima di iniziare a girarlo. A 23 anni da Il Gladiatore, una nomina come ambasciatore di Roma nel mondo: “Il modo in cui la gente mi tratta quando vengo qui mi confonde, sono così gentili e generosi. Mi sento un po’ come lo zio di tutti”.
A cura di Eleonora D'Amore
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Esce al cinema il 24 novembre, distribuito da Vertice 360, Poker Face, il nuovo film di Russell Crowe, che per questa occasione è regista (per la seconda volta dopo The Water Diviner del 2014), sceneggiatore e attore protagonista. Nel cast: Liam Hemsworth, RZA, Elsa Pataky, Aden Young, Steve Bastoni, Daniel MacPherson, Brooke Satchwell, Molly Grace, Paul Tasson e Jack Thompson.

Ambientato nel mondo del poker high stakes, racconta la storia del miliardario e giocatore d'azzardo Jake Foley che, in un bivio critico della sua vita, offre ai suoi migliori amici una serata indimenticabile, con la possibilità di vincere più soldi di quanti possano immaginare, a una sola condizione: rinunciare ai loro segreti. La metafora del gioco incrocia quella dell'esistenza, fatta di perdite e rilanci, meravigliosa eppure complicata dalla gestione dei propri sentimenti quando dal gioco ormai è impossibile uscire.

A parlarne su Fanpage.it è Russell Crowe, incontrato a Roma in occasione della presentazione del film al Festival del cinema, nella sezione Alice nella Città. Una città di cui è diventato ambasciatore e che, da quando ha girato Il Gladiatore, continua a manifestargli tutto il suo amore e la sua riconoscenza: "Il modo in cui la gente mi tratta quando vengo qui a Roma, mi confonde ogni volta. Le persone sono così gentili e generose e hanno anche un grande senso dell’umorismo, è bellissimo. Mi sento un po’ come lo zio di tutti".

Poker Face. Perché questo titolo?

È risaputo che tra le abilità richieste nel poker c’è il provare a nascondere le proprie emozioni per non dare nessuna informazione su di sé e questo si adatta perfettamente alla storia del protagonista. È stata molto interessante la sfida di provare a raccontare una storia emozionante attraverso un personaggio che decide di non trasmettere emozioni.

Nel film, c’è uno stretto legame del protagonista Jake Foley con il mondo dell’arte. È una scelta dettata da una particolare intenzione?

Ho provato a considerare l’arte come qualcosa cui il protagonista giunge a un certo punto della sua vita. Potrebbe raggiungere un obiettivo, sia nel lavoro che in un qualsiasi altro campo, ma inizia a provare molta più soddisfazione con i dipinti e vivendo per la bellezza. Volevo dare qualcosa di più al personaggio rispetto all’ossessione per le carte da gioco e per la ricchezza. Perché la domanda è: sia che tu abbia 10 dollari o 10 milioni di dollari, in che modo li usi per migliorare la tua vita? È una sorta di mente matematica che a un tratto si apre anche ad altro, che lo rende più vulnerabile perché viene travolto dalle ossessioni degli altri. Ho lavorato a questo film in un periodo di forte dolore per la scomparsa di mio padre e dedicarmi alla sua realizzazione per 12 mesi è stato un modo per rendergli onore.

“Il dolore svuota bicchieri che la vita è destinata a riempire”, è una frase che recita con grande intensità. L'ha sperimentata sulla sua pelle?

È di mio padre. L’ho perso poco prima di sapere che avrei fatto questo film e quella è una frase che lui era solito ripetere ai suoi nipoti, cugini e a poche altre persone. Fa riferimento al non lasciarsi influenzare da chi vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto per comprendere, piuttosto, che il bicchiere può essere sempre riempito nuovamente. Credo che il protagonista affronti una sorta di ‘viaggio finale’, provando a controllare quello che potrebbe succedere dopo la sua stessa vita. Questo gli genera un certo senso di soddisfazione perché arriva a sentire che ha uno scopo, ovvero allontanare la tristezza sfruttando il tempo che gli rimane per organizzare il futuro. Anche se potrebbe non esserci in quello stesso futuro.

È stato nominato ambasciatore di Roma nel mondo. Come vive questa carica?

Sono molto legato a Roma, se qualcuno mi segue sui social specie nell’ultimo anno mi avrà visto pubblicare delle bellissime foto della città. “Il Gladiatore” è un film che tuttora ha vita propria, sono passati 23 anni da quando è stato realizzato e ogni sera c’è qualche posto nel mondo in cui viene trasmesso, è incredibile. Questo in realtà ci dice molto sul valore dei film di Ridley Scott, quanto riescano ad essere sempre avanti. I movimenti di macchina o l’uso della CGI hanno conservato la loro freschezza. Arriva sempre il momento in cui, rivedendo un film, pensi: “Ok, è di vecchia generazione”, ma in questo caso tutto sta ancora perfettamente in piedi.

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Dalla finzione alla realtà.

Sì, è divertente pensare, come dicevo al Sindaco di Roma, che sono legato alla città grazie a una finzione scenica, che però ha portato tante persone, aprendo i loro occhi e i loro cuore, a rivivere la grandezza della città di Roma. Lo si può vedere anche dai grafici: i turisti prima e quelli aumentati esponenzialmente dopo l’uscita de “Il Gladiatore”, un fenomeno incredibile.

Cosa la colpisce così tanto della Città Eterna?

Il modo in cui la gente mi tratta quando vengo qui a Roma mi confonde ogni volta: le persone sono così gentili e generose e hanno anche un grande senso dell’umorismo, è tutto bellissimo. Mi sento un po’ come lo zio di tutti, un vero privilegio. Vedermi consegnare un titolo solo per fare qualcosa che sento così naturale mi porta a non capire bene il motivo di questo riconoscimento, ma va bene così. Non smetterò mai di dire alla gente che devono assolutamente venire qui a Roma per vivere la città e per fortuna io stesso continuerò a visitarla.

Sono passati 23 anni da Il Gladiatore. Cosa ha mantenuto dell’attore di quel tempo e cosa ha lasciato andare?

Bisogna tornare indietro nel tempo. Era un film con un budget da 103 milioni di dollari, profondamente diverso da qualsiasi altro film che avessi mai fatto prima di allora, la responsabilità era molto diversa. Quando lo finii, andai a casa e ricordo che mia madre mi chiese come mi sentissi, all'epoca avevo 36 anni, e feci un paragone con il campionato di rugby, così le risposi che mi sentivo come un giocatore che aveva disputato una stagione di troppo.

Perché?

Ero molto provato fisicamente. Questa è una cosa che la gente non è detto capisca, ché il film lo vedi in un paio d’ore ma dietro ci sono più di cento dei miei giorni di lavoro, con 12-14 ore di lavoro ogni giorno, in cui per molti ciak ti dovevi rotolare a terra cercando di schivare i colpi di spada o di ascia di qualche bestione.

In cosa il cambiamento più significativo?

La mia intera carriera, la mia vita, il mio lavoro e il mio mondo cambiarono per sempre, la responsabilità di quello che stavo facendo era molto più grande. Ma arrivò tutto al momento giusto, non la sentivo come una sfida che non potessi affrontare, quindi alla fine fu un bene.

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