Nando Sanvito: “Giornalista per caso dopo un tentativo di colpo di Stato. Diventai nonno e andai in pensione in anticipo”

“Intervistare me equivale ad intervistare un reduce del Vietnam. Sono fuori da tutti i social, credo di essere l’unico giornalista in Italia”. Ferdinando Sanvito, per tutti ‘Nando’, usa l’ironia per raccontare quella che dal 2016 è la sua nuova vita, lontano dalle telecamere e dai riflettori.
Classe 1957, quasi dieci anni fa scelse la via della pensione anticipata e a convincerlo fu un avvenimento speciale. “Mia figlia avrebbe partorito di lì a breve – confida a Fanpage.it – dato che come padre non ero stato presentissimo, avendo girato il mondo, mi sembrò giusto di rimediare perlomeno nel ruolo di nonno”.
Originario di Carate Brianza, Sanvito è tornato nel luogo di partenza, come in una sorte di chiusura del cerchio. “Continuo a fare le mie cose, ma fuori dallo schermo. Intervengo in radio e ho ripreso a scrivere libri sulla storia della Brianza, una mia vecchia passione”.
Nella sua carriera le coincidenze sono state ricorrenti, a partire da quella che lo indirizzò sulla strada del giornalismo. Laureato con lode in Lettere Moderne, si trovava in Spagna nel febbraio del 1981 quando un gruppo di militari guidati dal colonnello Antonio Tejero tentò il colpo di Stato facendo irruzione in Parlamento. “Soggiornavo a Madrid per preparare la tesi di laurea dedicata alla storiografia spagnola durante il franchismo e mi chiamarono per chiedermi di raccontare ciò che stava accadendo. Ero un testimone oculare e cominciai a fare il cronista così. Pubblicai articoli sul ‘Giornale’ di Montanelli e sul settimanale ‘Il Sabato’, col direttore che mi conosceva perché abitavamo vicini”.
Non esistevano i cellulari.
C’erano ancora i dimafonisti. Chiamavi e dettavi il pezzo scritto a penna ad un tecnico che lo trasferiva sul testo stampato. Una situazione davvero comica, dal momento che nemmeno avevo il telefono in casa, né i soldi per contattare l’Italia. Ero uno studente decisamente spiantato sul fronte economico.
La soluzione quale fu?
Abitando in centro, scendevo al Cafè Comercial. Telefonavo e addebitavo la chiamata al ricevente. Ma l’addetto al telefono del locale mi guardava malissimo perché, di fatto, al bar non lasciavo una peseta (ride, ndr).
Ha mai pensato al suo destino senza quel tentativo di colpo di Stato?
Certo. E devi considerare anche un altro aspetto: a quei tempi la Spagna era talmente marginale nel racconto della cronaca estera che solo il ‘Corriere’ e la Rai credo avessero un corrispondente. Nessun altro media copriva Madrid, d’altronde erano passati pochi anni dalla morte di Franco. Circostanze fortunate che resero appetibile uno sbarbatello come me.
Rientrò in Italia che era un giornalista.
Una volta tornato mi imbarcai in questa avventura, seguendo diversi settori, dal costume alla politica internazionale, dalla cronaca alla politica. Non c’era lo sport, che arrivò solo successivamente.
Nel 1985, in occasione della finale di Coppa dei Campioni a Siviglia tra Barcellona e Steaua Bucarest, realizzò un’inchiesta sui tifosi rumeni che sfruttarono la partita per scappare dalla dittatura di Ceausescu.
Avevo mantenuto dei rapporti in Spagna e conoscevo la lingua. Quando si verificava qualche episodio legato al mondo iberico venivo coinvolto. In quella circostanza documentai il tentativo di molti tifosi rumeni di approfittare del match per passare nella parte occidentale. C’era ancora il Muro e poteva funzionare la scelta di scappare dal comunismo per potersi definire un profugo politico.
Come approdò a Telecapodistria?
Nel 1988 ‘Il Sabato’ venne acquisito da una cordata romana. La sede milanese sarebbe stata chiusa, quindi iniziai a guardarmi intorno e si presentò questa possibilità.
Telecapodistria era una protesi della Fininvest.
Sì. Berlusconi volle incrementare la raccolta pubblicitaria investendo nello sport, ma nel nostro Paese la diretta era vietata a tutti quei soggetti diversi dalla Rai. La differita, però, era un limite importante e trovò questo escamotage ispirandosi a quello che già faceva Telemontecarlo.
In che senso?
Ci si munì di uno status internazionale che consentì la trasmissione in diretta sul territorio italiano. In tal senso, Berlusconi si ricordò che nell’accordo di pace di Osimo tra Italia e Jugoslavia era inserita anche la garanzia di tutelare le minoranze linguistiche italiane. Pertanto, si decise di mettere a disposizione una radio e una tv e il Cavaliere colse la palla al balzo prendendo in affitto il canale.
Un colpo di genio.
Questo permise di coprire il 70 per cento della Penisola, sfruttando alcune frequenze sottratte a Canale 5, Italia 1 e Rete 4. Fu il primo esperimento di una tv tematica, esclusivamente sportiva. Davamo spazio a manifestazioni che prima di allora avevamo solo sognato: atletica leggera, tornei integrali di tennis, gare di ciclismo di due ore, partite di basket.
Il primo incarico?
Arrivai in questa realtà in concomitanza delle Olimpiadi invernali di Calgary, che Telecapodistria mandò in onda. La redazione era a Milano, ma gli studi in Jugoslavia. Ebbi modo di visitarli e posso dirti che una emittente locale della più piccola provincia italiana avrebbe posseduto più mezzi. Era come avere il motore di una Ferrari dentro ad una Cinquecento, ma fu un periodo entusiasmante. Vivemmo qualcosa di inedito e di storico.
Di cosa si occupava?
Divenni l’addetto stampa unico della tv. Dovevo comunicare all’esterno i nostri prodotti, ero nel settore direttivo. Avevamo un palinsesto di massima, tuttavia la programmazione effettiva la facevamo di giorno in giorno.
L’esperienza si prolungò per quattro anni.
Terminò con l’approvazione della legge Mammì. A quel punto entrai ufficialmente alla Fininvest, con Capodistria che diventò Telepiù. Berlusconi dovette cedere le sue quote perché la normativa gli impediva di cumulare la generalista e la pay-tv.
Lei si trovò costretto a scegliere tra le due opzioni.
Scelsi di rientrare alla casa madre, facendo tutta la trafila e partendo dal basso. Esordii con la serie B, poi grazie alla mia attitudine venni spostato al calcio internazionale.
Forse a Telepiù avrebbe trovato il percorso in discesa.
Non ho mai avuto rimpianti. La mia formazione non era sportiva, in passato mi ero occupato di tutt’altro e il contesto generalista mi andava più che bene. E poi il clima che si respirava era davvero piacevole e goliardico.
Perché?
Per un lasso di tempo condividemmo la redazione con ‘Striscia la notizia’ e ‘Mai dire gol’. Puoi immaginare il divertimento. Mentre io scrivevo i pezzi da montare c’erano i colleghi di ‘Striscia’ in pausa che giocavano a biliardino. Inoltre, capitava di incrociare Teocoli, Albanese, Aldo, Giovanni e Giacomo…
In seguito divenne inviato.
Per ‘Studio Sport’ andavo quasi ogni giorno sui campi di allenamento di Juventus, Milan ed Inter. L’intervista ai protagonisti era assicurata, potevi costruire rapporti diretti. Oggi questa possibilità è sparita. Adesso tutto è filtrato dagli uffici stampa.
Un altro mondo.
Mi arrampicavo sugli alberi della Pinetina per spiare gli allenamenti e intuire la formazione. Era un vero lavoro di cronista. Con l’acquisto dei diritti della Champions mi affidarono spesso gli impegni di Real Madrid e Barcellona. Poi con l’avvento di Mediaset Premium diventai pure bordocampista.
Nel 2005 Mediaset scippò “Novantesimo Minuto” alla Rai. Ma l’investimento si rivelò un flop.
Quella vicenda mi coinvolse direttamente perché ero rappresentante sindacale. Avevamo già vissuto la commistione tra sport e spettacolo con ‘Pressing’ e Vianello. La formula aveva funzionato. Purtroppo quel colpaccio ingolosì l’editore, che pensò di sfruttare il programma e di inserirci tanta pubblicità, dilatando i tempi.
In effetti durava due ore.
A ‘Novantesimo Minuto’ in 40 minuti vedevi tutto, nel nostro caso si partiva alle 18 e si finiva alle 20. Ricordo che nella giornata d’esordio seguii il Milan. Mi diedero la linea alle 8 meno un quarto. Lo spettatore non ti attende per due ore, è normale che ti abbandoni.
La scelta di affidare la trasmissione a Bonolis contribuì ad alimentare la tensione.
Ci fu un problema di convivenza tra il suo entourage e il nostro direttore Ettore Rognoni. Bonolis tentò di risollevare gli ascolti introducendo un quiz che consentiva di vincere premi in denaro, ma non gli fu permesso.
A novembre alzò bandiera bianca e abbandonò.
I rapporti si erano deteriorati e lui stesso comprese che c’era solo da perdere. Non ci furono né vincitori, né vinti. Ne uscimmo male tutti. Fu una scommessa importante che fallimmo.
Capitolo scoop. A bordocampo si colgono dettagli che da altre postazioni è impossibile notare.
Si respira un’aria diversa, incameri delle sfumature che dall’area stampa non osserveresti mai. Nella finale di Coppa Intercontinentale del 2003, ad esempio, mi resi conto che il Boca stava strategicamente ritardando il rientro dall’intervallo. Il loro scopo era attendere che il Milan si schierasse per monitorare sostituzioni o cambi di modulo.
A proposito di Milan, era a San Siro la notte del famoso gol annullato a Muntari.
Febbraio 2012, big match con la Juve. La palla entrò di un metro ma la rete non venne concessa. Intuii che nell’intervallo sarebbe successo qualcosa e prima della fine del primo tempo tolsi la cuffia e mi diressi negli spogliatoi, dove avevamo una telecamera installata per le interviste. Mi nascosi dietro la fioriera e dopo dieci minuti apparve Galliani. Era infuriato. Attese in cima alla scalinata e quando beccò Conte si verificò il parapiglia. Volarono parole grosse che, al rientro in campo, riportai. Il mio fiuto giornalistico mi aiutò.
“Siete la mafia del calcio”. Se non sbaglio il virgolettato di Conte incriminato fu questo.
Confermo. E questa storia segnò i rapporti tra la Lega e le televisioni che, dalla stagione seguente, vennero espulse dall’area degli spogliatoi. Temo di essere stato io la causa di questo provvedimento. Ma io avevo raccolto una notizia ed era doveroso raccontarla.
Altri colpacci?
Galatasaray-Juve del 2013. Cominciò a nevicare e la partita fu sospesa. Seppi dal capo-delegazione della Polizia turca che non c’erano i numeri per ripristinare la sorveglianza allo stadio. Fui io ad informare i bianconeri su quando si sarebbe rigiocata. Infine, ci fu un altro incontro degno di nota.
Prego.
Nell’agosto del 2014 mi spedirono a Cardiff per la Supercoppa Europea tra il Real Madrid di Ancelotti e il Siviglia. Il Real fece due gol con Cristiano Ronaldo e verso il 60esimo il compagno di squadra Bale conquistò una punizione. In genere le tirava tutte CR7, sulla palla però si avventò Bale, che era gallese e voleva fare bella figura dinanzi al suo pubblico. Io ero posizionato esattamente dietro il portiere del Siviglia e mi accorsi che Ronaldo era andato da Beto, suo connazionale, a parlottare. Intuii che gli stava suggerendo dove Bale avrebbe tirato.
Lasciò due anni prima dei Mondiali in Russia, gli unici trasmessi da Mediaset.
Nessun dispiacere, anche perché ebbi la fortuna di seguire quelli del 2006 e di essere a Berlino la sera della finale vinta. Praticamente il top.
Era al seguito della Francia.
Fino ai quarti avevo raccontato i ritiri del Brasile, che in quella spedizione trasformò gli allenamenti in una specie di happening. Quando i verdeoro vennero eliminati mi spostai sulla Francia. All’Olympiastadion avevo attorno a me persone sconosciute, tutte con addosso la maglia azzurra. Alle mie spalle c’era un gruppo di canadesi, composto in larga parte da emigrati italiani. La loro gioia fu clamorosa. L’aspetto divertente è che non ci accorgemmo immediatamente di aver trionfato. Non avevamo capito che quello di Grosso sarebbe stato l’ultimo rigore.
Nessuna nostalgia per il mestiere?
Affatto. Considero solo esaurita una fase. Non c’erano più le condizioni per poter fare qualcosa e, come ti dicevo, la prospettiva di diventare nonno mi fece prendere quella decisione. Negli ultimi anni avevo smesso i panni dell’inviato e mi ero spostato sull’approfondimento e sul giornalismo d’inchiesta. Mi occupai di Alex Schwazer e fui il primo a documentare l’esito delle analisi del Dna delle provette acquisite dalla Procura di Bolzano per valutare se ci fosse stata la manipolazione.
Restituì pure alla storia del calcio un gol di Alfredo Di Stefano di un lontano Spagna-Belgio del 1957.
Il gol più bello della storia del calcio, letteralmente sfuggito a cineprese e fotografi. Lo ricostruii in digitale col supporto di Luis Suarez, che quel giorno era in campo. Fu uno splendido contributo, ma Mediaset Premium non era una piattaforma idonea per questo tipo di produzioni. Infatti furono lavori sporadici.
Attualmente cosa fa?
Oltre a scrivere, racconto storie di sport in giro per l’Italia. Un’esperienza che inaugurai nel 2004 e che porto ancora avanti. Cominciai a privilegiare una narrativa legata all’immagine e mi resi conto che le storie di sport erano un paradigma del vivere. Poteva essere educativo andare nelle scuole, nelle università, nelle parrocchie, nelle carceri e nelle comunità a raccontarle. Il tutto senza alcuna pubblicità.
Potere del passaparola.
È capitato di coinvolgere grandi personalità come Zanetti, Zamorano, Leonardo, Trapattoni. Ai ragazzi che incontro ripeto sempre che è fondamentale coltivare i propri sogni, a patto che non si innamorino di una sola forma per realizzarli.
Cioè?
Io avrei voluto fare l’insegnante e mi sono ritrovato a comunicare le mie storie nelle vesti di giornalista. Non è che la mia vocazione sia venuta meno, semplicemente ha preso un’altra forma. Non devi innamorarti di un’unica soluzione. Devi essere fedele ai sogni e al contempo flessibile sul concetto delle sembianze che possono prendere.
Torniamo al punto di partenza: non frequenta i social. Come mai?
Sono arrivato alla fine della corsa con una rete di contatti tale da consentirmi di fare il cronista senza usufruirne. Certo, se fossi entrato ora nel settore sarebbe stato impensabile.
Ѐ rimasto in contatto con i suoi colleghi?
Ci sentiamo su WhatsApp. Ho mantenuto i rapporti con Sandro Piccinini, Paolo Ziliani, Carlo Landoni, solo per citarne alcuni. Ho un bel ricordo di tutti. Se capita ci si incontra, per me è sempre un piacere.