La famiglia Anania: “A Sanremo qualcuno esagerò, ma accettammo le critiche. Sapevamo di finire nel tritacarne”

Salirono sul palco nella serata inaugurale del primo Festival di Carlo Conti. Un’apparizione, quella dei componenti della famiglia Anania, che scatenò ogni tipo di reazione, tra consensi, feroce sarcasmo e immancabili contestazioni.
Sedici figli, sette maschi e nove femmine, che nel febbraio del 2015 si affacciarono all’Ariston accompagnati da papà Aurelio e dalla mamma Rita Procopio. “Ci siamo conosciuti da ragazzi, l’8 marzo 1986”, raccontano i due a Fanpage.it. “Avevamo 18 e 14 anni. Ci siamo subito piaciuti e nel 1993 ci siamo sposati. In questo lasso di tempo il Signore ci ha aiutato a non avere rapporti prematrimoniali. Entrambi facevamo e facciamo parte del cammino neocatecumenale, vivemmo quell’esperienza con tutte le difficoltà connesse. Era spontaneo desiderare dei rapporti, ma con l’aiuto di Dio rimanemmo casti”.
A Sanremo i catanzaresi Aurelio e Rita vennero affiancati da Marta, all’epoca 19enne, Priscilla (18 anni), Luca (17), Maria (16), Giacomo (15), Lucia (14), Felicita (12), Giuditta (11), Elia (10), Beatrice (9), Benedetto (8), Giovanni (6), Salvatore (5), Bruno (4), Domitilla (3) e Paola (2). “Ci siamo sposati per fare la volontà del Creatore, che ci ha benedetto con sedici figli. Non è stata una cosa calcolata e non abbiamo fatto niente di eccezionale”.
Il primo parto risale al febbraio del 1995: “A dire il vero, inizialmente temevamo di non poter avere figli. La gravidanza arrivò sei mesi dopo il matrimonio. Lo considerammo un messaggio”.

Come si prospettò l’occasione del Festival?
Fu la produzione a contattarci per conto di Carlo Conti, che voleva portare sul palco le eccellenze italiane. Vennero a conoscenza della nostra situazione dopo la pubblicazione di un articolo su ‘Tempi’, nell’agosto precedente. Lessero il pezzo e attorno a novembre ci comunicarono che avrebbero voluto coinvolgerci. Non fu facile, ci vergognavamo e i nostri figli erano intimiditi dall’ipotesi. A convincerci fu l’ultima telefonata, che avvenne poco prima di Natale.
Cosa vi dissero?
Che non si poteva tenere nascosta la nostra storia. Fu il campanello decisivo. Il nostro compito da cristiani è annunciare l’amore di Cristo. Quindi ci decidemmo, andando anche incontro alle normali critiche.
In molti sostennero che la vostra presenza servì a bilanciare la contestata performance di Conchita Wurst.
Non abbiamo mai pensato a questo e non ce ne preoccupammo. Potevamo essere venuti prima o dopo, non importava. Il Signore ama tutti e non giudica nessuno. Papa Francesco lo ripeteva sempre: ‘Chi sono io per giudicare?’. Siamo persone libere e scegliamo cosa a nostro avviso ci sembra giusto. Ognuno testimonia la propria verità. Nella vita ci vuole equilibrio, gli estremismi non vanne bene, né da una parte, né dall’altra.
Come fu spostarsi in diciotto da Catanzaro a Sanremo?
La Rai ci trattò benissimo, pagandoci il pullman e ospitandoci in un bellissimo hotel ad Arma di Taggia. Impiegammo sedici ore ad andare e sedici a tornare. Scegliemmo noi di non prendere l’aereo, sarebbe stato più complicato. Fu una bellissima esperienza, soprattutto per i ragazzi.
Quante stanze d’albergo occupaste?
Quattro camere. C’erano letti matrimoniali e altri lettini. Restammo due notti: arrivammo il lunedì e ripartimmo il mercoledì. Non ci diedero soldi, vogliamo precisarlo. Fu una partecipazione a titolo gratuito.
Conti vi accolse con una battuta: “Ma voi a casa la televisione non ce l'avete?”.
È la classica ironia che fanno tutti, la più abusata. Fummo noi stessi i primi a riderne. Stimiamo molto Conti, è un grande professionista ed una persona in gamba. Non ci offendemmo, ricevemmo commenti ben peggiori. Comprendiamo che si possa non capire il nostro messaggio, non possiamo farci niente. La gente non è obbligata ad approvare la nostra scelta di vita.
Aurelio dichiarò: "Tutto questo è opera di Dio e della Divina Provvidenza”.
Sentimmo il mormorio della platea. Per qualcuno eravamo dei pazzi, ma siamo convinti che lo Spirito Santo spinga l’uomo verso le decisioni più belle. Pronunciato così può sembrare un concetto astratto, però non facemmo altro che svelare fatti ed episodi della nostra esistenza. Optare per una cosa piuttosto che per un’altra non è un caso.
Qualche giorno prima, Papa Francesco aveva sottolineato l’importanza della paternità responsabile: “Essere cattolici non significa fare figli come conigli”. Parole che Luciana Littizzetto rilanciò provocatoriamente a “Che tempo che fa”.
Il Papa pronunciò quella frase in aereo, tornando dalle Filippine. In quei giorni pure un’altra persona ci rinfacciò quell’uscita e gli spiegammo che Francesco l’aveva detta in riferimento ad uno scenario di sofferenza e povertà inaudita che si era trovato di fronte. ‘Non fate figli come conigli’ si riferiva alla consapevolezza di essere genitori, alla responsabilità morale che si ha. Non puoi mettere al mondo una persona e mandarla a fare l’elemosina.

La Littizzetto vi punzecchiò anche sulla teoria dei sedici figli “opera di Dio”: “Mi sembra che ci sia stato uno step precedente. Dio ci ha messo la volontà, lui la manodopera”.
Un altro aspetto che non fu capito, ma ci può stare, è una comica. Le concediamo il beneficio del dubbio. Magari si è espressa così non perché ci credesse davvero, ma per il gusto della battuta. Non la giudicammo allora, non lo facciamo adesso. Per capire il cristianesimo bisogna frequentare la Chiesa.
Saverio Raimondo, al Dopofestival, ci andò giù pesante: “Ricordo che l’aborto è passato con il referendum. È evidente che a casa Anania non si pratichi il sesso anale”.
Viviamo in un Paese democratico, accettiamo tutto. Certe esternazioni possono ferire, perché ci si rende conto che la gente non capisce quello che viviamo. Qualcuno esagerò, ma non abbiamo mai voluto replicare. Siamo felici così. Se tornassimo indietro rifaremmo esattamente le stesse cose. Andando a Sanremo sapevamo che saremmo finiti nel tritacarne. I primi cristiani morivano da martiri nell’arena e la tv possiamo paragonarla proprio ad un’arena, al Colosseo.
La corrente laica vi definì “talebani della religione”.
Frequentando i neocatecumenali veniamo spesso additati come quelli integralisti. Non è così, non siamo fondamentalisti. Nessuno ci ha mai detto che se non avessimo fatto sedici figli saremmo stati bruciati. Quella della famiglia numerosa non è stata una scelta aprioristica, abbiamo seguito la volontà di Dio. Leggetevi l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, è una pietra miliare. Tutto il resto lascia il tempo che trova.
Dopo quella sbornia, come fu tornare a Catanzaro?
La Rai ci ringraziò e ci informò che nei primi venti minuti il nostro intervento aveva generato la pubblicazione di centinaia di migliaia di tweet. D’altronde, lo scopo di questa famiglia era quello di far parlare di sé, nel bene e nel male.
Seguirono altre interviste ed ospitate.
E non prendemmo nemmeno un euro. Non ci offrirono compensi e non li avremmo chiesti. Il Signore ci ha dato tutto gratis, perché avremmo dovuto sfruttare il suo nome ed essere pagati? Nel 2018 andammo a ‘Domenica In’ e anche lì ci pagarono solo viaggio ed albergo.
Vi siete fermati a sedici figli.
In realtà sarebbe potuto arrivare il diciassettesimo. Purtroppo all’ottava settimana ci fu un aborto spontaneo. Il Signore lo ha voluto prendere con sé, lo ha tenuto in cielo come garante della nostra fede. Quando ce ne andremo conosceremo pure lui. Abbiamo affrontato tanti problemi, ci sono stati incidenti, malattie, non siamo stati esenti da sofferenze. Ma non ci siamo mai scoraggiati. La presenza di Cristo ci illumina, aiuta e sostiene.

A quei tempi Aurelio lavorava all’accademia di Belle Arti di Catanzaro come coadiutore.
Aurelio: Ci lavoro ancora. Sono un felice bidello, mi piace chiamare così la mia attività, suona meglio.
Rita invece è casalinga.
Rita: Sì. In passato lavorai negli uffici amministrativi del Policlinico Mater Domini con un contratto a tempo determinato. Quando si trattò di decidere se partecipare o meno al concorso, declinai. Avevamo solo tre figli e preferii fare la mamma a tempo pieno. Non immaginavamo che li avremmo più che quintuplicati!
Campavate con un unico stipendio.
Sommandoci gli assegni familiari toccavamo i 3500 euro mensili. Una cifra ora diminuita perché i figli sono cresciuti e alcuni sono diventati indipendenti.
Oggi quanti siete in casa?
Siamo in dodici. Cinque figli si sono sposati e un altro, che non sta più da noi, lo farà a breve. Otto di loro si sono laureati o stanno per farlo. Siamo orgogliosi, dal momento che abbiamo raggiunto tutto questo con un solo stipendio. Ripetiamo: l’unico sostegno è stato quello della Provvidenza. Dio assiste tutti. Nel mondo siamo in 8 miliardi e il Signore ci ama senza distinzioni di razza o religione.
Nel frattempo, siete diventati nonni.
Abbiamo due nipoti e altri tre in arrivo. Uno nascerà a giorni, un altro a giugno e il terzo a settembre. Sarebbero potuti essere di più, ma purtroppo una delle figlie ha subìto tre aborti. Fare i nonni è tutt’altra cosa, si hanno responsabilità diverse. Se con i nostri figli eravamo intransigenti, con i nipoti concediamo molto di più (ridono, ndr).
Torniamo a quando eravate in sedici, stretti in 110 metri quadrati. Chi decideva cosa guardare in tv?
Ne avevamo e ne abbiamo una sola e veniva gestita insieme. Durante il periodo di Quaresima, tra l’altro, la spegniamo, vivendo senza dal mercoledì delle Ceneri a Pasqua. È il nostro fioretto. Per il resto, i programmi da guardare li decidevamo di comune accordo.
Affrontaste assieme anche la pandemia e il lungo lockdown. Sarà stato traumatico.
Eravamo in diciassette, una figlia si era sposata. Ad essere sinceri pensavamo che sarebbe stato più difficile. Quando ci chiusero a casa ci dicemmo ‘oddio, è ora?’. Ma alla fine andò bene. Certo, ci auguriamo che quel dramma non si ripresenti più, però ce la cavammo. I nostri figli studiavano come se fossero a scuola, si alzavano alle sette. Qualcuno rimaneva in camera, altri si mettevano sulle scale, altri ancora in cucina e in garage.
L’isolamento coincise con i giorni di Quaresima. Dunque niente televisione.
Facevamo altro, nemmeno ci pensavamo. Non abbiamo mai dovuto convincerli. Giocavano persino a nascondino, in un certo senso si divertirono. Guardavamo a malapena il tg e la Santa Messa, visto che non si poteva andare in Chiesa.
Insomma, sembrate l’emblema della famiglia felice.
Siamo una famiglia straordinariamente normale, non ci reputiamo degli alieni. La nostra fede ci ha sempre fatto andare avanti.
Poi riprende la parola Aurelio: Mi faccia affermare un’ultima cosa. Quando mi dicono che sono un grande uomo, io rispondo che ho una donna che mi supera. Avere accanto Rita, una persona con cui ho sempre condiviso il percorso, significa essere fortunati. Se non avessi lei, non sarei nessuno.