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Eugenio Mastrandrea: “L’effetto Bova in Don Matteo non lo abbiamo sentito. Ho denunciato incontri fasulli con me”

Eugenio Mastrandrea è il Capitano Martini nella fiction Don Matteo 15, ora in onda, ma di cui si stanno ultimando le riprese. Romano, formatosi alla Silvio d’Amico, è innamorato della recitazione, potrebbe parlarne per ore, ma in questa intervista si racconta, parlando anche di truffe social a suo nome e di come quanto successo a Roul Bova non abbia influito sull’armonia del set.
A cura di Ilaria Costabile
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È un sabato mattina quando raggiungo Eugenio Mastrandrea al telefono, è a Roma dopo l'intera settimana trascorsa a Spoleto sul set di Don Matteo, per concludere le riprese della quindicesima stagione ancora in onda: "Abbiamo iniziato a giugno e finiremo più o meno a fine febbraio". Una trafila lunghissima, quasi inaspettata, che sottende alla realizzazione di una delle fiction più conosciute della tv e, senza dubbio, tra le più longeve. Il ruolo del Capitano Diego Martini è arrivato perché -di questo l'attore romano 32enne ne è convinto- ci sono certi personaggi che ti chiamano, e dopo una serie di produzioni internazionali, è arrivata l'occasione di entrare nelle case degli italiani. Un'opportunità unica per chi desidera raccontare storie e vede nella recitazione non solo una passione, ma una scelta di vita. Mastrandrea si racconta, parlando anche di esperienze spiacevoli avute sui social: "Ho scoperto che c'era una truffa a mio nome" e sottolinea come sul set, quanto accaduto a Raoul Bova, non abbia avuto ripercussioni: "C'era brio e coesione tra tutti noi". 

Ancora sul set di Don Matteo 15, nove mesi di riprese sono tanti, come si spiega una produzione così lunga?

Sono dieci episodi da 100 minuti, il che significa 1 ora e 40, è come se girassimo il tempo di dieci film. Nove mesi diviso dieci puntate sono circa tre settimane e mezzo a episodio. Poi, certo, essendo una serie che va in onda da tanto tempo, ci sono anche scene formulari che ritornano e questo ci salva anche nel girare. È una serie lunga, puoi scegliere se vederla come un anno scolastico o una gravidanza (ride ndr).

Momenti di cedimento, desiderio di tornare a casa?

Il mio lavoro è la cosa che mi rende più felice al mondo. Se potessi, farei durare 150 mesi le riprese di un film, come farei durare 150 mesi una tournée a teatro. Recitare è sempre bello, non è una passeggiata, si lavora a ritmi serrati, ma lo facciamo tutti con grande partecipazione ed entusiasmo.

Da due stagioni sei il Capitano Diego Martini, ma venivi da produzioni internazionali, come sei approdato in un prodotto così mainstream come Don Matteo?

La recitazione ti insegna che, se sai ascoltare, sono i personaggi a chiamarti nel momento in cui è necessario che tu presti loro corpo e voce. A un certo punto della tua vita succedono delle cose per cui diventi la persona più adatta a far sì che quel personaggio venga raccontato al pubblico. Quindi, ho fatto il provino, mi hanno proposto il ruolo e io con grande gioia ho accettato. Don Matteo è un pezzo di storia della tv italiana, lo conoscono tutti. Ed è quello che gli attori vogliono, trovare tanto pubblico a cui raccontare.

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Il fatto di essere entrato in una serie così popolare, visti i precedenti, pensi possa essere un limite per progetti futuri?

Credo che questo fosse vero fino a una decina d'anni fa. Oggi è tutto un po' confuso, perché l'avvento delle piattaforme ha moltiplicato anche le collaborazioni internazionali e le possibilità lavorative. Se faccio tv non posso passare al cinema oppure se prima ho fatto il cinema e adesso faccio televisione è come se io se scendessi di un gradino, ma perché?

Però in Italia funziona un po' così. Il famoso "circoletto" di cui tanto si parla si unisce al fatto che, forse, c'è ancora una distinzione tra chi fa tv e chi fa cinema. 

Sono vecchie strutture di pensiero, anche un po' provincialotte. Facciamo gli attori e andiamo dove è necessario per raccontare delle storie, almeno questa è stata la mia esperienza. Ho iniziato facendo una serie Rai nel 2020, La Fuggitiva, e l'anno successivo recitavo insieme a Zoe Saldana a Melrose Street dove ci sono gli studi in cui Charlie Chaplin ha girato tutti i suoi film.

Ecco, co-protagonista con Zoe Saldana in un film Netflix. Ti sei mai sentito fuori posto?

Con tutta la modestia del mondo, non ho mai pensato di essere fuori luogo. Sapevo di poter fare un buon lavoro, proprio perché ero affiancato da attori straordinari, prima fra tutte Zoe che è stata una compagna di viaggio incredibile, una persona splendida e umilissima, è stata lei a mettermi completamente a suo livello. Di fatto lei era Zoe Saldana e io il pischello venuto dall'Italia, ma fin dal primo istante abbiamo lavorato insieme alle scene. Poi, possiamo dire una cosa?

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Certamente.

Lavorare con i grandi attori è semplice. C'è bisogno di concentrazione, certo, ma è come giocare in squadra con Messi. Se gli passi la palla sei sicuro che farà qualcosa di grandioso.

Metafora calcistica, appassionato?

No macché, il calcio non mi piace molto, ma è un ottimo esempio per parlare di gioco di squadra.

A proposito di squadra, quella di Don Matteo ha dei giocatori fissi e altri che cambiano spesso, sei riuscito ad ambientarti?

L'accoglienza da parte del cast è stata straordinaria, sono entrato nella fiction in punta di piedi, con grande rispetto e attenzione, tutti loro si conoscono da anni. Ero desideroso di imparare e fare bene il personaggio.

Diego Martini è legato al personaggio di Giulia, interpretata da Federica Sabatini. Sono già nate ship su di voi e la vostra storia, qualcuno potrebbe restare deluso?

Che domande! La storia di Diego e Giulia ha appassionato il pubblico, è vero, ma l'unica cosa che posso dire è di continuare a vedere le puntate (ride ndr).

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Tra i personaggi con cui interagisci di più c'è il Maresciallo Cecchini. Raccontaci Nino Frassica sul set. 

Di aneddoti e risate ce ne facciamo talmente tante che davvero non ricordo nemmeno quante sono. Mi hanno insegnato che questo mestiere si impara guardando chi ne sa più di te. Recitare con Nino Frassica mi ha cambiato la vita, ho imparato a scrivere la scena in modo diverso, ho affinato i tempi della recitazione. La recitazione è questione di musica, di intonazione.

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D'altra parte, vieni dal teatro, allievo della Silvio d'Amico. Come hai vissuto quel periodo?

Era la scuola che volevo, anche se non è mai stata una passeggiata di salute. Ho faticato tanto, mi sono divertito, ho anche pianto tanto, ho sofferto, avevo tante frustrazioni. Dio solo sa di quanta sicurezza e di quante rassicurazioni necessita un giovane attore o una una giovane attrice.

L'attore deve fare i conti costantemente col giudizio degli altri. Che effetto fa non essere scelti?

Nei tre anni di accademia sei in una bolla e quando vai nel mondo capisci che funziona in un modo a cui non ti avevano preparato. Però sono fatalista sull'essere scelti, ci sono momenti in cui lo senti. A me con From Scratch è successo, ho letto le scene e ho detto "questo lo farò io", non mi è mai più capitato, nemmeno per le altre cose che ho fatto. Non penso che questo lavoro si faccia, come spesso ci fanno credere, col mors tua vita mea. C'è una cosa a cui non mi sono ancora abituato.

Sarebbe?

Il roller coaster continuo: tanto tanto tanto lavoro, niente. Tanto tanto tanto lavoro, niente. Per carità, amo l'otium contemplativo, posso restare per sempre nella mia stanza con i miei libri e le chitarre, io mi scordo il mondo e lui di scorda di me, però questi passaggi sono stancanti fisicamente. Non è una maratona, diventa una gara a stacchi continua.

Facciamo un passo indietro. Avete iniziato a girare nel periodo in cui è scoppiato l'affaire tra Raoul Bova e Martina Ceretti, seguito dalla separazione da Rociò Munoz Morales. Bova aveva anche pensato di lasciare la fiction, avete mai temuto potesse succedere?

Partendo dal presupposto che detesto il gossip in tutte le sue forme, la trovo una forma di invadenza nella vita delle persone, ma sul set non abbiamo minimamente avvertito l'influenza negativa di quanto stava accadendo fuori. Le riprese sono andate alla grande, siamo coesi e motivati, a partire da Raoul che è stato il nostro capofila e si è fatto portatore di una nuova energia.

La storia di Raoul Bova insegna che la popolarità ha in sé un compromesso: la tua vita diventa un po' anche degli altri, come ti tuteli?

Non sono affatto social, metto il minimo indispensabile sui miei profili e solo cose riguardanti il lavoro. Sono contenuti che riguardano il personaggio a cui presto corpo e voce, non metto foto mie, della mia fidanzata, di dove vado in vacanza, dove abito, nulla. Poi, parliamoci chiaro, non sono Johnny Depp, non è che mi privo di fare una passeggiata. Però c'è una cosa che mi mette davvero in imbarazzo.

Più della possibilità che le persone possano conoscere il tuo privato?

Sì, c'è una cosa che a me mette molto in imbarazzo, come tendenza generale, la facilità con cui facciamo foto e video agli sconosciuti. Mi è successo un paio di volte, vedere che qualcuno mi facesse delle foto di nascosto, è una cosa talmente sdoganata che non posso nemmeno andare lì e dire "questa cosa non la dovresti fare". Si dà per scontato che a me vada di essere in una tua foto o in un video, è un'invadenza grandissima.

E finora ti è mai successo qualcosa di sgradevole tramite i social?

Mentre ero a Ravello per le riprese di Equalizer 3, ho scoperto che esisteva una pagina mia fasulla, che chiedeva soldi per incontrarmi. Sono dovuto andare a fare una denuncia ai Carabinieri. Se fai una pagina col mio nome, chiedendo soldi alle persone per incontrarli, a casa mia si chiama truffa.

Come l'hai scoperto?

Mi hanno mandato delle segnalazioni, dopodiché sono andato dai Carabinieri con 250 fogli stampati di questi tizi che adescavano le persone sempre nello stesso modo, fingendosi me, parlando come se fossi io e alla fine chiedendo dei soldi. Una truffa non particolarmente raffinata devo dire.

A proposito del tuo nome, puoi dirlo, quanti ti hanno chiesto se fossi parente di Valerio Mastandrea?

Ma tantissimi! Però, ad un certo punto, spero si fermino (ride ndr).

Ho letto che avresti voluto fare il medico. Non pensi che, in realtà, ci sia un punto di contatto tra la medicina e la recitazione? Magari l'esercizio dell'empatia.

Assolutamente sì e ti dico anche perché. Non credo sia questione di empatia, che a volte è un termine scomodo e molto abusato. Ci sono fior fior di attori presenti, passati e certamente futuri che sono degli esseri umani terrificanti, ma sullo schermo o in teatro sono straordinari, non credo che essere una buona persona faccia di te un buon professionista, qualunque sia il tuo campo. Il punto di contatto tra medici e attori è l'osservazione, sia il dottore che l'attore deve osservare l'essere umano, l'uno per curarlo, l'altro per imitarlo al meglio.

E tu pensi di riuscirci?

Per fare questo mestiere è importante studiare, solo così puoi raccontare le storie nel modo migliore possibile. E non ho intenzione di smettere.

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