Antonio Catania: “Egemonia culturale di destra? Non sono capaci. Sorrentino non mi prese, per Garrone lavorerei gratis”

“L’egemonia culturale della destra, se davvero la vogliono, perché non partono da Pound, Céline o Malaparte? Perché non sono capaci”, Antonio Catania non gira intorno ai concetti quando si parla di politica. In questa intervista a Fanpage.it l’attore, 74 anni il prossimo 22 febbraio e protagonista di alcune delle scene più iconiche del nostro cinema, attraversa cinquant’anni di carriera, dall’opera dei pupi ai film con Salvatores, Scola, Mazzacurati e Moretti, e non si tira indietro nel criticare i tagli a cinema e teatro: "Il ministro della Cultura dovrebbe evitare gli sprechi, non tagliare tutto indiscriminatamente".
Nello stesso modo non apprezza il politicamente corretto, che “ti impedisce di dire qualsiasi cosa”, e bacchetta le piattaforme streaming dove a decidere sono manager “che non vengono da una formazione culturale”. La sua unica paura è l’intelligenza artificiale con la manipolazione della realtà: “I video taroccati fanno credere alle persone cose non vere”. I premi "finiscono in un angolo della casa” e la commedia è "considerata un sottogenere da critici e festival". E sui registi dei sogni: “Sorrentino non mi ha preso, per Garrone lavorerei gratis”. In mezzo, una vita che rifiuta la nostalgia e usa l’ironia come forma di resistenza.
Sei nato ad Acireale e il tuo primo incontro con il teatro passa dall’opera dei pupi. Hai detto che non era intrattenimento ma arte, come quella del puparo Emanuele Macrì.
Sì, perché il puparo che ho visto io da bambino, Macrì, era uno dei più importanti. Recitava come gli attori di allora, un po’ tromboni con voci roboanti, ma interpretava tutti i personaggi. Un attore multiforme. E il pubblico, che era del popolino, ne veniva coinvolto talmente tanto che piangeva e si arrabbiava, fino a lanciargli contro gli oggetti.
Hai raccontato che il teatro, all’inizio, non era una priorità. Quando capisci che non è più “una cosa secondaria” ma qualcosa destinato ad assorbire tutto il resto?
No, è stato un incontro casuale. Un amico si presentò all’esame di ammissione della Scuola di teatro Paolo Grassi e mi chiese di fargli da spalla. Vedendo l’ambiente ho capito che mi piaceva, mi è tornata alla mente l’opera dei pupi, e alla fine ci hanno presi entrambi.
Alla Scuola Paolo Grassi arrivi quasi per caso, poi resti per dieci anni al Teatro dell’Elfo. Che tipo di attore eri allora?
Ho subito molto il passaggio dal Sud al Nord: ero introverso, timido, non proprio espansivo, invece il teatro mi ha tolto tutte le insicurezze e mi ha fatto rinascere a nuova vita. Lo consiglio a tutti, a partire dalle scuole, perché è terapeutico. Da giovane, come tutti agli inizi, ero un po’ presuntuosetto. Quando passavano grandi attori già affermati, insieme ai miei coetanei li trattavamo male, pensavamo di essere in grado di portare qualcosa di nuovo.
In quegli anni lavori con Franco Parenti, Stefano Benni, Paolo Rossi, Claudio Bisio, Davide Riondino. Che cosa ti hanno insegnato sul mestiere dell’attore?
Sono stati incontri fortunati, di quelli che portano a uno scambio con persone che stimi. Il tutto si è tradotto negli scherzi, nei giochi e quindi nel lavoro comune. Agli inizi mica eravamo bravi, avevamo energia, coinvolgevamo il pubblico e sperimentavamo spazi alternativi. A poco a poco siamo anche diventati bravi, con l’esperienza e altri incontri decisivi, come Dario Fo, Stefano Benni e Franco Parenti stesso, fino a Gabriele Salvatores.
Gli scherzi tra voi sono diventati leggendari, soprattutto durante Comedias. Che clima c’era in quella compagnia e quanto quella goliardia entrava anche nello spettacolo?
Comedias, lo spettacolo che ha suggellato la nostra amicizia, era con tutti attori maschi, per cui il clima era particolarmente goliardico. Ed era basato sulla rivalità su chi faceva più ridere rispetto agli altri, per cui ce la portavamo anche fuori dal palco, persino nelle partite di pallone. Paolo Rossi era il più intraprendente negli scherzi, poi mandava avanti altri. Sono stati momenti dove eravamo giovani, con la voglia di divertirci e anche di prenderci in giro.

Nel film Mediterraneo, è celebre il tuo arrivo in scena mentre giocano a calcio.
Gabriele Salvatores era una spugna nel guardare quello che succedeva tra noi e poi riportarlo al cinema. Infatti diceva spesso che il nostro modo di comportarci era come una band che eseguiva una jam session. Con le nostre improvvisazioni, anche fuori dalle telecamere, sono nate tante scene. E il calcio è stato un terreno di scontro molto fecondo. Ci dividevamo tra milanisti e interisti, persino nei parcheggi dei ristoranti, e allestivamo un match. Una volta, in una giornata di pioggia mentre giocavamo in mezzo alle pozzanghere, ci fu una discussione se l’insegnante di teatro Walter Vezzosi avesse preso il pallone con una mano, ma alla fine la prova della sua onestà fu confermata dalla macchia di fango sul cappotto di cachemire. Poi è arrivato anche Diego Abatantuono, che ha rappresentato un elemento dirompente per film come Mediterraneo e Marrakech Express e ci ha permesso una crescita esponenziale.
E con Salvatores arriva il cinema con Kamikazen e poi tanti altri film insieme. Che tipo di attore ha sempre visto in te, tanto da volerti spessissimo nei suoi film?
Mi ha sempre riconosciuto una caratteristica, come anche altri registi, di essere un elemento un po’ folle adatto a personaggi che si spingono più in là della caratterizzazione senza finire nella macchietta. Di solito, quando arrivo io succede qualcosa che rilancia il racconto. Lo stesso anche in Boris, con Mattia Torre che mi faceva interpretare un medico al quale piaceva la musica o recitava Baudelaire, e si arrabbiava perché lo interrompevano visto che gli altri volevano vedere le analisi. Insomma, personaggi che non esistono ma potrebbero esistere.
“Minchia, ttri anni!”, sempre in Mediterraneo, è diventata una battuta generazionale.
Sono, guarda caso, quelle improvvisate sul set, che nascono da sole, e poi hanno questa vita così lunga. Vai a capire… anche negli ambienti di lavoro si parlava con le battute del film.
Dopo l’Oscar è cambiato qualcosa nella tua carriera?
Quello devo dire di no, non siamo in America. In Italia, di solito, c’è un dieci per cento molto contento che un regista italiano abbia vinto un Oscar, mentre il resto rosica. Così è successo anche per Salvatores. Dobbiamo tenere conto che questi premi sono arrivati per film che facevano vedere un paese, il nostro, che non c’era più. Che descrivevano un passato idealizzato. Forse solo Paolo Sorrentino è riuscito a stregare il pubblico, anche straniero, con un’Italia più recente. Di solito funziona la malinconia di un Paese povero e spensierato.
Hai lavorato anche con Carlo Mazzacurati, Ettore Scola e Nanni Moretti. Se dovessi raccontare tre idee diverse di cinema italiano attraverso loro, quali sarebbero?
Tutti mi hanno insegnato qualcosa. Scola mi ha fatto capire come si vive il set, con quale disciplina e dedizione. Vedere Vittorio Gassman, Giancarlo Giannini, Stefania Sandrelli o Fanny Ardant in disparte e silenziosi senza protestare o scene di divismo ad aspettare il loro turno mi ha fatto capire quanto fossi fortunato a fare questo mestiere. Mazzacurati aveva un modo di girare bello dal punto di vista registico, con dei piani sequenza unici. Moretti lo conosciamo, ha una grande attenzione per ogni dettaglio. Ricordo una scena ripetuta un sacco di volte e all’ultima esclama: “È venuta, ma secondo me a culo”. Non si concede nulla.
Sei stato candidato più volte ai David di Donatello. Guardando indietro, pensi che avresti meritato più riconoscimenti o i premi non ti hanno mai influenzato?
I premi sono riconoscimenti legati anche al prestigio del regista e della produzione. Un premio in più o in meno non cambia tanto. A questa età so quello che sono, quello che valgo, quello che potrei fare e non ho fatto e non potrò mai fare. Fanno piacere i premi perché passi una bella serata, poi ti danno un oggetto che però finisce in un angolo della casa.
La commedia è stata sottovalutata dalla critica?
È sempre stata considerata dalla critica e dai festival come un sottoprodotto. Persino un genio come Pietro Germi veniva criticato e stroncato con film meravigliosi. Anche oggi c’è un po’ di snobismo. Io vado a vedere i film di Checco Zalone e lo apprezzo, invece altri storcono il naso. Il cinema è anche quello, se poi fa 70 milioni di incasso ci sarà un motivo, no?
Lo dimostrano anche i film di Aldo, Giovanni e Giacomo, dove la tua presenza era fissa.
Ci siamo divertiti molto, anche in quei film improvvisavamo tantissimo. È rimasta iconica la scena del viaggio in macchina con Giacomo mentre tento di baciarlo. Guardando indietro quelli sono i momenti più belli del lavoro di attore, perché vedi che qualcosa rimane.
La serie Boris si è trasformata in una lente attraverso cui leggere il sistema italiano. Vi rendevate conto, fin dall’inizio, che poteva diventare così profetica?
Ci siamo accorti subito quando la leggevamo che era bellissima e di un altro livello. Per questo in tanti abbiamo aderito, nonostante ci fossero pochi soldi e quindi i mille altri impegni da incastrare per trovarci sul set. Molti dicevano che sarebbe stata solo per gli addetti ai lavori, invece no. Perché raccontava delle storie comuni a tutti gli ambienti lavorativi, dove spesso devi abbassare il livello per cercare di stare alla pari con gli altri. Da lì derivano la mancanza di qualità, la cialtroneria, le raccomandazioni. Noi stessi li vivevamo in modo simile. Per cui abbiamo raccontato tutto quello in modo realistico, anche se esagerando.
Nella quarta stagione emerge con forza anche il tema del controllo delle piattaforme. Secondo te lo streaming è stato più un bene o un male per il cinema?
Da una parte hai una possibilità di scelta infinita e puoi vedere tutto da casa, dall’altro è negativo per la partecipazione in sala. Ma era un fenomeno già in atto. Certo è che vedere i film al cinema in una bella sala, con il suono giusto, lo schermo ampio e altre persone intorno ha tutto un sapore diverso che non dovremmo perdere. Ma bisogna accettare i cambiamenti.

In Il sol dell’avvenire Nanni Moretti mette in scena lo scontro con il linguaggio delle piattaforme, il famoso “momento what the fuck”. È un conflitto reale quello tra chi viene dal cinema e chi oggi prende le decisioni?
È un altro aspetto negativo. Quella scena mette bene in evidenza come le persone che comandano nelle piattaforme o in certi ambienti non vengano dal teatro, dal cinema o da una formazione culturale, ma che arrivino da altri ambienti e siano convinti di avere delle idee per mandare avanti dei progetti come dicono loro. Solo che poi si scontrano con i professionisti del cinema o del teatro, quelli veri che hanno una formazione solida alle spalle, che possono dire di sì, ma per quieto vivere, oppure spesso si ribellano a queste logiche.
In epoca di politicamente corretto tu sostieni che “lo scorretto fa più ridere”.
È liberatorio! Ora, invece, si è esagerato nel verso opposto: non si può più dire nulla. Per ogni battuta dovresti pensare prima alle etnie, alla sessualità, a chi potrebbe offendersi, ma così si perde completamente la forza dell’improvvisazione e quindi della sua forza liberatoria.
A Teledurruti, la “televisione monolocale” di Fulvio Abbate su YouTube, hai detto: “Provo raccapriccio per Montalbano e la distruzione della nostra lingua siciliana”.
Confermo, anche se Luca Zingaretti è un attore straordinario che con Montalbano ha interpretato un ruolo magnifico. Sulla lingua, però, noi siciliani, contrariamente ai napoletani che pretendono molto di più, siamo decisamente troppo accoglienti. Arriva chiunque che imita un siciliano e lo salutiamo a braccia aperte. Se invece la stessa cosa la facesse con il napoletano non ne uscirebbe vivo. Infatti io non mi sono mai azzardato a interpretare un personaggio napoletano, perché è una lingua vera, con una storia e una cultura importanti. Di contro ci sono diversi attori che si improvvisano siciliani e spesso mi chiedo: ma perché?
Oltre al cinema non hai mai abbandonato il teatro. Prendo spunto dal titolo di un’opera che hai portato in scena, Se devi dire una bugia dilla ancora più grossa, per chiederti se hai mai detto delle bugie e, affinché funzionassero meglio, le hai esasperate?
In passato ne ho dette tante, anche se poi le paghi. A questa età ho capito che però, prima o poi, ti scoprono. E io sono uno che, se dice una bugia, prima o poi lo beccano.
Nella vita quotidiana, a volte, un attore recita?
In passato sì, quando ero più cinico. Ora no. In fondo l’attore è uno che deve essere credibile anche mentendo. È un mestiere di bugie, non a caso in passato gli attori venivano seppelliti in terra sconsacrata. L’attore, in qualche modo, si impossessa dell’emotività e dell’espressività degli altri, quindi poi nella vita è un bel casino. Come fai a fidarti di uno che fa l’attore?
Negli ultimi tempi si discute molto di tagli a cinema e teatro. I fondi pubblici sono davvero tutti uno spreco o restano uno strumento indispensabile per la cultura?
È vero che ci sono stati errori, approssimazioni e approfittatori, ma un ministro della Cultura dovrebbe stare attento proprio a queste cose e trovare rimedi appropriati. Colpevolizzare tutto un settore così importante è sbagliato. Non parliamo solo degli attori o dei registi, ma anche delle produzioni con tantissime maestranze e professionalità. Che tra l’altro è provato abbia come settore un ritorno economico e d’immagine evidenti, sia all’estero che sui vari territori. In sintesi parliamo di cultura e, quindi, il ministro della Cultura dovrebbe stare molto attento a quello che dice. Dovrebbe apportare strumenti giusti per evitare sprechi e furti, ma poi rilanciare finanziando ancora di più un settore, non tagliare tutto indiscriminatamente.
Ho fatto la stessa domanda a Paolo Rossi e ha risposto: “In Italia i ministri della Cultura hanno il corpo in questo paese ma il cervello all’estero”.
Almeno Paolino il loro cervello sa dov’è, io non l’ho ancora trovato.
E la fantomatica “egemonia culturale” del governo Meloni si fa sentire?
È vero che chi ha qualcosa da raccontare e da dire di solito è più a sinistra, se vogliamo utilizzare queste classificazioni. La destra, se vuole ottenere una vera egemonia culturale, perché non parte dai propri riferimenti? Cominciando da Ezra Pound per poi passare ai vari Louis-Ferdinand Céline o Curzio Malaparte. Sai perché non si concentrano sul loro patrimonio culturale? Perché non sono capaci di farlo, tutto qui.
Guardando al prossimo futuro, l’intelligenza artificiale ti spaventa?
Questa sì, perché vedo intorno a me cose preoccupanti. Come tutti i video che circolano sui social che sono inquietanti. Ci sono filmati taroccati che fanno credere alle persone delle circostanze non vere, per cui è preoccupante. La manipolazione della mente delle persone mi spaventa. E non solo il cinema rischia, persino i medici possono essere sostituiti.
Se potessi scegliere un ruolo ideale nel prossimo film, quale sarebbe?
Non ce n’è uno in particolare, ce ne sono diversi, sia a livello teatrale che cinematografico. Poi attenzione, dovrebbero essere tutti compatibili con la mia età. Però mi piacerebbe un ruolo che fa sorridere ma anche riflettere, che in fondo è il sogno di tutti gli attori.
C’è invece un regista con cui ti piacerebbe lavorare e non è ancora successo?
Paolo Sorrentino mi fece un provino e poi non mi prese, ma sono cose che capitano in questo mestiere. A Matteo Garrone ho detto: “Lavorerei con te anche gratis”, ma per ora non mi ha mai preso in considerazione. Ma sai, dopo tanti anni di cinema, ho capito che è importante lavorare con il regista che ti stima e riconosce il tuo valore. Quello è il mio regista preferito.