18 Dicembre 2021
9:30

Monica Bellucci a Fanpage.it: “Abbiamo tutti bisogno di normalità, oggi più che mai”

Monica Bellucci, in questa intervista esclusiva, presenta “La Befana Vien di Notte II – Le Origini” dal 30 dicembre al cinema: “È bellissimo essere una strega”.

Monica Bellucci è la protagonista del nuovo film "La Befana Vien di Notte II – Le Origini", prodotto da Lucky Red con Rai Cinema in collaborazione con Sky Cinema e in uscita al cinema il prossimo 30 dicembre. Il film, diretto da Paola Randi, vede l'attrice nel ruolo della strega Dolores che, nel XVIII secolo, si prende cura dei bambini delle streghe messe al rogo. Tra queste c'è anche Paola (Zoe Massenti) e con lei il personaggio di Monica Bellucci sviluppa un rapporto che – come ci ha raccontato in questa intervista esclusiva – "è una metafora dell'esistenza femminile: una donna adulta che aiuta una donna giovane a trovare la sua strada". Nel cast, anche Fabio De Luigi, un cattivo inedito e credibilissimo: "Uno come lui, in grado di fare quel personaggio, può fare davvero tutto in questo mestiere". E sul rapporto con la vita: "Faccio un lavoro che ha a che fare con il sogno, che crea il sogno. Ma, appunto, non è la realtà. E tutti abbiamo bisogno di cose vere, di cose normali per vivere".

Monica, che personaggio è Dolores? 

Dolores è una strega, ma anche una fata, che nel XVIII secolo protegge i figli delle streghe bruciate. Tra questi c'è Paola, una ragazzina scapestrata di 15 anni, che proprio attraverso Dolores, scoprirà di avere un destino molto particolare.

Su Paola, il personaggio interpretato da Zoe Massenti, la mia impressione è che la produzione abbia saputo scegliere la ragazza perfetta da accostare al tuo personaggio. Mi sembra molto visibile la connessione che c'è non solo tra Dolores e Paola, ma anche tra Monica e Zoe. Sei d'accordo?

Zoe è meravigliosa. È il suo primo film, ha dimostrato un talento incredibile. È naturale, è brava nello stare in questa relazione un po' da madre-figlia. Perché, in qualche modo, è come se Paola avesse trovato in Dolores una madre che la protegge e che le insegna la vita. È un po' una metafora dell'esistenza femminile: una donna adulta che aiuta una ragazzina a trovare qual è la sua vera missione e la forza che c'è in lei, di cui lei non è neanche cosciente. È la trasmissione di cosa deve fare una donna adulta per aiutare una donna giovane a trovare la sua strada.

Lavorando con Zoe, ma anche con tanti giovanissimi e anche bambini, hai rivisto un po' di te stessa a quell'età?

Dico sempre che noi attori dobbiamo essere umili perché lavoriamo in un mondo in cui i bambini sanno fare il nostro lavoro molto meglio di noi. I bambini sono degli attori meravigliosi. Lavorano d'istinto, senza la tecnica che a volte crea un filtro un po' fasullo. In questo caso, siamo a un lavoro puro che ci insegna anche tanto.

Nel film parli tre lingue: italiano, francese e un dialetto che è molto vicino a quello campano. 

Alla fine, lo abbiamo usato pochissimo il dialetto. Abbiamo deciso di smussarlo rispetto a quanto è stato fatto nel girato. Dolores è una donna che ha avuto più vite, non sappiamo precisamente quanti anni ha. Potrebbe essere centenaria, oppure no. E allora è interessante che questa donna, che ha vissuto una vita così intensa e così lunga e con un grande dolore, come vedremo, si rifugia in questo mondo con un atteggiamento un po' stralunato. Ora sembra più giovane, poi sembra più vecchia, a volte parla una lingua, a volte un'altra. Come se parlare, ad esempio, il francese, la riportasse in una vita che ha vissuto in precedenza.

La sensazione è che ti sia divertita molto nel fare questo film. 

Sì, tantissimo. Adoro i bambini, mi hanno dato una freschezza incredibile. E poi Paola Randi è una regista incredibile, piena di idee, anche lei si è divertita tantissimo. Anche tutto il cast è stato incredibile.

Ecco, a proposito del cast: Fabio De Luigi è il tuo antagonista. Un ruolo inedito, è stato un vero cattivo. 

È stato bravissimo. È un lavoro incredibile, di trasformazione fisica. Si svegliava alle 4 del mattino, sottoponendosi a cinque ore di trucco tutti i giorni, per poter lavorare pronto alle 9. Penso che uno che ha fatto quel ruolo, può fare tutto in questo mestiere.

Di recente ti abbiamo visto a Ballando con le stelle. Hai impreziosito un’edizione che è stata probabilmente la migliore del decennio – non solo sul piano degli ascolti, ma soprattutto su quello dei contenuti. Cosa ha rappresentato per te essere lì?

Prima di tutto, voglio fare i complimenti a Milly Carlucci. Ballando con le stelle è un programma che fa bene, che fa sognare e capta l'attenzione in una maniera incredibile. Riesce a diventare un programma molto umano, come se la gente si possa ritrovare in un messaggio condiviso: chiunque ci si può immedesimare e dire che ballare è liberatorio, che non c'è un limite d'età per farlo. È consentito a tutti. Questo crea una relazione molto forte fra il pubblico e lo spettacolo.

“Normale non è la prima cosa che ti viene da pensare, guardandoti”. Te lo chiede Grégory Montel in "Dix pour cent", la serie Netflix nella quale ti abbiamo visto cercare un bisogno di normalità. Quello che abbiamo visto in quella serie corrisponde, o ha corrisposto, a un periodo della tua vita?

In effetti, è l'anormalità a farmi paura. La normalità è qualcosa di cui tutti hanno bisogno, abbiamo bisogno di vita vera. Oggi più che mai. Poi, è chiaro che io faccio un lavoro che ha a che fare con il sogno, che crea il sogno. Ma, appunto, è tutto sogno, è tutto immagine: non è la realtà. E tutti abbiamo bisogno di cose vere, di cose normali per vivere.

Tu mi dai la sensazione di avere un rapporto molto sereno con la vita e in generale con l’età, con il tempo che passa. 

Non so se il rapporto è sereno, ma bisogna certamente fare la pace con il tempo. La guerra con il tempo non la puoi vincere, quindi bisogna fare in modo di vivere questo tempo a disposizione nel migliore modo possibile (ride, ndr) perché tanto non siamo noi a dirigere le ore che passano.

Ti piace leggere? 

Sì, quando posso e ho tempo. Proprio in questi giorni, ho finito un romanzo.

Quale?

"Due vite" di Emanuele Trevi (Premio Strega 2021, ndr).

Bellissimo: le storie di Rocco Carbone e Pia Pera. 

È una storia bellissima, sì. Bello questo concetto che fa Trevi dell'amicizia: amare le persone nella differenza, rispettando a volte anche l'impossibilità di comunicazione. L'amicizia è anche questo.

Leggevo che le tue due figlie, Deva e Léonie, hanno cambiato l'ordine delle tue priorità. "Penso a loro e meno a me", hai detto. Ti chiedo: come si mette in pratica questo cambio di priorità?

Penso che in realtà ci sia poco da preparare, alla fine è tutto abbastanza naturale. Già quando i figli sono piccoli, ti svegli la mattina e non riesci ad avere il tempo nemmeno di guardarti allo specchio. Non hai altro tempo, se non per loro. Così al pomeriggio, così alla sera. Così quando crescono, arriva la scuola e via via altri impegni che ti staccano dal girare intorno al tuo ombelico. Però, è importante ricordare una cosa.

Cosa? 

Che il rapporto con i propri figli, ma anche il non averne, è assolutamente personale. Non c'è una formula, non è uno standard. Ci sono uomini e donne che non hanno bisogno di passare per la paternità e la maternità e fanno benissimo il loro percorso evolutivo in un altro modo.

L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà. Cosa ti aspetti dal 2022?

Veniamo proprio da anni durissimi, me li aspetto più leggeri. E quindi spero che la medicina faccia i progressi necessari per farci uscire di casa con serenità. Questo mi aspetto dal 2022: di ritornare alla normalità di cui parlavamo prima, perché ce n'è tanto bisogno.

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