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La rassegna stampa per capire il mondo, ogni mattina.

Siamo in guerra, non nel senso più stretto del termine. Siamo in una guerra culturale che ci porta verso uno stato permanente di guerra sociale.
La normalizzazione della guerra
Pensateci.
Da anni sempre più spesso sentiamo usare un linguaggio militare, è successo anche durante la pandemia da COVID-19. Sempre più spesso la presenza dell'esercito nelle nostre strade è considerata normale dopo l'avvio dell'operazione "Strade Sicure". Sempre più spesso assistiamo a bombardamenti, a dichiarazioni di guerra e lo facciamo attraverso uno schermo che ci ha privato della terza dimensione della guerra: l'odore della morte che ti resta nelle narici e non ti lascia. Perché chi la guerra la conosce per davvero sa che è una merda, chi invece l'ha sempre vissuta mediata dalla TV o dallo smartphone la vive diversamente. È successo anche mentre assistevamo a un genocidio in diretta: anche chi voleva denunciare i crimini israeliani condivideva immagini feroci che ci hanno fatto alzare ogni giorno l'asticella dell'indignazione, un pezzetto al giorno verso la disumanità.
La guerra come videogame
Oggi la guerra sembra un videogioco e spesso lo è davvero: a seguito dell'utilizzo dei cannoni in Europa nel XIV secolo si ragionava se la guerra si stesse disumanizzando per via della distanza tra chi sparava il colpo e chi veniva ucciso. Oggi si colpisce a centinaia di chilometri di distanza con droni guidati in una serena stanza riscaldata. È guerra vera, di quella che uccide i civili, eppure viene combattuta come un videogioco.
Dove voglio arrivare con questo editoriale?
Al fatto che viviamo in uno stato di guerra permanente dove tutto questo ci sembra normale e dove i governi non riescono a fermare questa follia, l'ultima solo in ordine di tempo, scatenata da Trump e Netanyahu. Una trappola per il mondo per mantenere in vita un criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale e un presidente che non vuole che si discuta dei suoi rapporti con un finanziere pedofilo.
C'è bisogno di mobilitazioni
Sembrano così lontane le piazze oceaniche e pacifiste in Italia, sembra così lontana la marcia dei 500 che chiedeva la fine dell'assedio di Sarajevo, sembra così lontana anche la flottilla di appena pochi mesi fa.
Se non riusciamo a dire di no a questo stato di guerra permanente siamo diventati anche noi parte del problema.
Oggi Scanner parte da qui.