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Un momento di tensione tra politica e magistratura di questa portata non si registrava, probabilmente, dai tempi di Silvio Berlusconi, quando le inchieste coinvolgevano costantemente l'ex Presidente del Consiglio tra affari personali, asset televisivi, la finanziaria e la proprietà della casa editrice. Il contenzioso con l’ordine giudiziario era allora un tratto strutturale della cronaca politica.
La riforma della giustizia del Governo Meloni rappresenta il coronamento politico del ventennio berlusconiano: la separazione delle carriere e l'indebolimento dell'autonomia delle Procure. Un cambiamento che lo stesso Berlusconi aveva perseguito senza successo, frenato dalla mancanza di numeri parlamentari sufficienti e da un’opposizione sociale diffusa nel Paese. Oggi il quadro è mutato. Giorgia Meloni dispone di un’ampia maggioranza in Parlamento e di un consenso consolidato fuori, elementi che hanno permesso di incardinare la riforma. Tuttavia, a circa un mese dalla consultazione referendaria, i fronti del "Sì" e del "No" appaiono sostanzialmente appaiati.
Il fronte migratorio e lo scontro istituzionale
In questo contesto si inseriscono le recenti critiche della Presidente del Consiglio alla magistratura, accusata di minare l’operato dell’esecutivo, in particolare sulla gestione dei flussi migratori. L'ultimo caso è la decisione di un giudice che ha disposto un rimborso di 700 euro a favore di un migrante trasferito illegittimamente nel CPR in Albania.
Non si tratta di un episodio isolato, anzi. Il tema migratorio è il principale terreno di scontro, focalizzato sulla costruzione e la gestione dei centri in Albania; la perentorietà con cui Meloni ha affermato in Aula che i centri "funzioneranno" è diventata il manifesto di questa battaglia politica. Nelle scorse settimane, gli attacchi ai giudici sono andati oltre il tema migratorio, citando casi di cronaca come Garlasco o quello della cosiddetta famiglia del bosco, evocando presunti errori giudiziari, per poi arrivare a ipotizzare reati come "tentato omicidio" dopo gli scontri di Torino durante la visita ai poliziotti feriti e rientrati in servizio poche ore dopo.
Il rischio politico del referendum
Le certezze della maggioranza sulla tenuta della riforma sembrano scricchiolare con l’avvicinarsi del voto. La durezza degli attacchi al comitato per il "No" da parte del ministro Nordio e alla magistratura da parte della maggioranza è sintomatica di una tensione crescente: una vittoria dei contrari alla riforma non solo manterrebbe l’assetto attuale della giustizia per lungo tempo, ma infliggerebbe a Meloni la prima vera sconfitta politica della legislatura.
Meloni non vuole personalizzare il referendum ma non può non farlo se il rischio è una sconfitta.
Un esito negativo indebolirebbe una posizione finora percepita come inattaccabile. Per questa ragione, il mese che abbiamo davanti si preannuncia caratterizzato da uno scontro frontale su ogni sentenza sgradita, nonostante l’indipendenza dei giudici resti un pilastro dello Stato di diritto, oggi sempre più messo in discussione.
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