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Ogni giorno in più nel quale prosegue l’attacco all’Iran è un giorno in più in cui il conflitto rischia di diventare sempre più esteso. Trump ha cantato vittoria troppo presto dicendo che la guerra era quasi finita, convinto di calmare i mercati e la sua base MAGA. Netanyahu invece prosegue dritto, sapendo che una lunga guerra e la caduta del regime siano l’unica speranza di sopravvivenza politica per lui e il suo entourage.
Ma ogni giorno il rischio è sempre più alto: dopo aver colpito la base britannica a Cipro e gli Emirati, l’Iran punta sempre più verso l’Iraq e le basi occidentali che ospita: gli Stati Uniti, ovviamente, che hanno una grandissima base a Erbil e un consolato tra i più operativi dell’area, ma anche l’Italia e la Francia. Il nostro contingente rientrerà a breve: lo ha annunciato Crosetto dopo che la base di Erbil è stata colpita da un drone iraniano, mentre è morto un soldato francese proprio a causa di un attacco nella stessa area.
La linea dura iraniana
La nuova guida spirituale Mojtaba Khamenei, nel suo primo discorso scritto — perché ancora non appare in pubblico dopo il ferimento avvenuto nelle prime ore della guerra — ha ribadito la linea dura di vendetta per i martiri, ma anche contro chi sostiene la guerra o non la condanna, e ha confermato la chiusura dello Stretto di Hormuz, ormai pieno di mine iraniane. Il petrolio sale, l’area si incendia sempre di più e chi ha iniziato la guerra non sa come uscirne o non vuole farlo, e si rifugia nella propaganda fatta di video al suono della macarena o che sembrano videogiochi, come se la guerra fosse pop e i civili non morissero.
Erdogan si propone come mediatore, Putin riprende a vendere petrolio e l’Europa non sa che fare: seguire il "Re Sole" Trump e le sue follie o tentare una terza via che persegua la democrazia.