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Il documentario Naza dovrebbe essere proiettato ovunque, anche in prima serata e a reti unificate in tutti i paesi. Non è solo la testimonianza di chi ha progettato e partecipato al genocidio, ma è soprattutto il racconto di un salto di qualità nella guerra e nell'organizzazione dello sterminio.
Il documentario racconta come l'intelligenza artificiale sia stata utilizzata non solo per individuare e uccidere i militanti di Hamas, compresi quelli di basso rango o gli ex effettivi dell'organizzazione palestinese, ma anche e soprattutto quelli che l'algoritmo calcola come vittime collaterali, definite appunto "Naza", che in realtà erano civili inermi e molto spesso bambini.
Sta qui il salto di qualità: attraverso uno spionaggio capillare gestito con il controllo della rete telefonica palestinese, i bersagli venivano monitorati nelle loro case. Venivano spiati i telefoni, le foto e ascoltate le conversazioni. Ed è proprio lì che il sistema israeliano ha voluto colpire: quando erano in casa con la propria famiglia, convinti che fosse il momento migliore per eliminarli, massacrando insieme a loro mogli e bambini.
Un silenzio tombale a fine proiezione
Ieri sera sono stato ad una proiezione di Naza dove erano presenti anche i leader del centrosinistra: Fratoianni, Bonelli, Giuseppe Conte ed Elly Schlein. La proiezione era organizzata dai gruppi parlamentari di AVS e Movimento 5 Stelle e c'erano giornalisti e intellettuali.
Al termine della visione, un silenzio tombale ha invaso la sala e il corridoio che portava verso l'esterno.
In molti sapevamo già che il genocidio fosse stato organizzato in modo consapevole ma il racconto freddo e lucido dei dettagli ha spiazzato anche noi.
L'algoritmo della morte e la frammentazione della responsabilità
Quello che colpisce non è solo l'uso esteso dell'algoritmo ma scelta di seguirlo in modo acritico.
Gli intervistati raccontano con estremo dettaglio come l'AI abbia guidato l'operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza, indicando gli obiettivi e calcolando il rischio di impatto sui civili. Uno di loro racconta di un alto ufficiale che ammette che c'è un margine d'errore del 15% ma che può essere accettabile.
Ma ciò che sorprende ulteriormente è la frammentazione della catena di comando e della responsabilità.
Uno dei testimoni, che dopo aver visitato Auschwitz si è sempre chiesto "come i nazisti potessero tornare alla vita normale dopo l'Olocausto", oggi si domanda: "loro continuano ad essere il male peggiore, ma io invece cosa sono?".
Un altro si autoassolve dicendo che ha eseguito degli ordini, esattamente come sostennero i nazisti al processo di Norimberga.
A differenza dei nazisti però qui il salto di qualità è incredibile: un algoritmo che gestisce un genocidio, individua gli obiettivi e indica dove bombardare. Basta un clic sul nome del potenziale bersaglio e si apre un menu a tendina con l'elenco delle persone che moriranno insieme a lui nello stesso bombardamento. Niente è lasciato al caso.
La diluizione della colpa e una nuova Norimberga
Se i soldati delle unità di élite continuano a dire di aver eseguito solo gli ordini, si assiste a una completa neutralizzazione della responsabilità personale: "Io ho scritto l'algoritmo, se non l'avessi fatto io lo avrebbe fatto qualcun altro. Non ho responsabilità perché è stato qualcun altro ad individuare l'obiettivo ed è stato un altro ancora a sganciare il missile".
Di fronte a questa atomizzazione della colpa, se ci fosse davvero una nuova Norimberga per Gaza ci si deve chiedere chi dovrebbe scontare la pena più alta: l'intelligenza artificiale o chi ha premuto il pulsante? chi ha scritto l'algoritmo o chi ha fornito le coordinate GPS all'aeronautica militare?
La desensibilizzazione e i crimini sul campo
I soldati descrivono un contesto inumano in cui l'adrenalina e l'eccitazione per l'uccisione annullavano ogni pensiero sui bambini presenti in casa o sul numero di vittime: l'attenzione era già rivolta al prossimo obiettivo.
Uno di loro racconta che dopo il turno nelle sale di comando usciva e andare a bere: "era un divertimento continuo, un divertimento malato".
Oggi emerge chi prova rimorsi, chi fatica a raccontare di un bambino ucciso da un missile sganciato da un drone solo perché si trovava nella zona che il comando israeliano aveva deciso di radere al suolo, ovvero il Nord della Striscia di Gaza, dopo lo sfollamento forzato. Una soldatessa racconta che, dopo aver lanciato un missile, ascoltava le urla dei sopravvissuti e ne sganciava un secondo per non sentirle più.
Le complicità dell'Occidente
Questa testimonianza inchioda l'Occidente, la stampa e i governi che hanno sostenuto il presunto diritto di Israele a difendersi, calpestando i diritti umani e giustificando crimini di guerra e contro l'umanità commessi in modo palese, etichettando come fiancheggiatore di Hamas chiunque denunciasse la realtà.
Inchioda i governi che scelgono di comprare tecnologia militare israeliana, testata sui palestinesi in modo brutale.
Inchioda il nostro governo che si rifiuta di sanzionare quel Paese e il suo governo.
Di fronte a queste dichiarazioni degli stessi militari israeliani, ci si chiede se ci sia ancora chi è disposto a difendere l'operato dello Stato ebraico e ad accusare di complicità col terrorismo chi ha sostenuto il popolo palestinese.
Per citare le parole scritte da Benjamin Netanyahu in un suo vecchio libro: il terrorismo è colpire in maniera indiscriminata i civili per ucciderli.