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Oltre due milioni di voti di distanza tra il "No" e il "Sì" ieri al referendum costituzionale per la riforma della giustizia. Un messaggio chiaro, chiarissimo a questo governo e in particolare a Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio, nonostante la sconfitta, era già sui social con un maglione grigio Ferragni a dire che nulla è cambiato, che i cittadini hanno scelto e che loro andranno avanti come se niente fosse.
Eppure qualcosa è successo. Nonostante la stessa Meloni circa due settimane fa avesse detto che, in caso di vittoria del "No", non si sarebbe dimessa, la cronaca politica racconta altro. È una situazione diversa dalla riforma costituzionale di Matteo Renzi nel 2016, quando l'allora Primo Ministro si dimise portando al governo Gentiloni e poi, nel 2018, alla vittoria della Lega di Matteo Salvini e del Movimento 5 Stelle con la nascita del governo Giallo-Verde.
Meloni è entrata a gamba tesa in questa campagna elettorale proprio quando il "No" iniziava a crescere nei sondaggi. Ha provato in ogni modo a dire che i casi di Garlasco, della famiglia Del Bosco, dei migranti trasferiti dai CPR in Albania all'Italia e degli stupratori non sarebbero più accaduti con la vittoria del "Sì". Una tesi smentita anche dal suo stesso ministro Nordio, che ha precisato come la riforma non c'entrasse nulla con i casi giudiziari.
Ma qual era il sottinteso di Giorgia Meloni? L'idea che se vince il "Sì", la giustizia si deve adeguare al potere esecutivo. Credo sia stata proprio questa la motivazione che ha spinto le persone a votare. Nonostante fosse un tema tecnico su CSM e Alta Corte, i cittadini hanno percepito che il potere giudiziario deve restare slegato dal potere esecutivo e dal potere legislativo, come voluto dai Padri Costituenti.
C'è bisogno di una riforma della giustizia? Sì. C'era bisogno di questa riforma? No, perché c'era un problema di bilanciamento dei poteri. Più Meloni parlava, più il "No" cresceva. L'effetto Meloni ha comunque portato al "Sì" 12 milioni di voti, che non sono pochi, ma l'altissima affluenza è stata una risposta ai suoi interventi.
La lezione di ieri, valida per questo governo ma anche per il cosiddetto centrosinistra, campo largo o campo progressista, è che le riforme costituzionali e la legge elettorale non si possono fare da soli. Bisogna parlare con l'opposizione perché queste sono le regole di base della nostra società e della democrazia. Le regole devono essere scritte con tutti e tutte.
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