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Se mai ce ne fosse stata necessità, è arrivata la conferma: la Repubblica Islamica d'Iran non intende diventare il giardino di casa degli Stati Uniti e questa guerra sarà lunga. Non è stato sufficiente uccidere la guida suprema Alì Khamenei; questa non è un’operazione simile al Venezuela di Maduro, dove, una volta rapito e rimosso il presidente, la fedeltà e il petrolio sono passati da Pechino a Washington. La scelta della nuova guida spirituale, ricaduta sul figlio, indica una piena continuità ideologica e repressiva con il passato.
Non si resta al potere per 47 anni in uno stato di guerra permanente se alla base non vi è una profonda convinzione, un’idea che trascende la mera gestione e spartizione del potere; è per questo che la caduta del regime resta un obiettivo complesso. Nonostante le dichiarazioni di Trump circa l'esaurimento degli armamenti e il collasso del regime — ribadite anche dopo la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno — l’apparato iraniano è ancora operativo, pronto a reprimere la popolazione che chiede libertà, la stessa che subisce gli effetti dei bombardamenti occidentali.
Hezbollah e la rete di consenso
Analoga dinamica si osserva sul fronte libanese: Hezbollah è stata dichiarata sconfitta più volte, dalle esplosioni dei cercapersone ai massicci bombardamenti durante l’invasione israeliana, fino all'uccisione di Nasrallah con missili bunker-buster su Beirut. Eppure, Hezbollah mantiene la propria rete di consenso, che non si esaurisce nella sola gestione del potere.
L'invasione di terra e il terrorismo
Questa guerra sarà lunga. Un'eventuale invasione di terra configurerebbe un pantano analogo a quello iracheno e afghano; nonostante la differenza tra sciiti e sunniti, il rischio di insorgenza di nuovi movimenti radicali è elevato. Se invece il conflitto dovesse terminare prematuramente, rappresenterebbe una sconfitta politica per l'amministrazione Trump e innescherebbe un nuovo ciclo di repressione interna contro gli oppositori. In ogni caso, l'esito si prospetta disastroso.