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Giusto ieri, nell'editoriale di apertura, parlavo di come le guerre umanitarie non esistano e di come non ci sia un interesse reale da parte di Donald Trump e Benjamin Netanyahu nei confronti della popolazione iraniana. C’è esclusivamente un interesse economico e politico rispetto a questo conflitto; tutto il dibattito che lo circonda è incentrato sugli interessi.
Ieri Giorgia Meloni ha riferito – e direi finalmente – alle Camere, dopo la pessima figura dei ministri di Difesa ed Esteri, Crosetto e Tajani, che avevano riferito nei giorni precedenti prima in Commissione e poi in aula. Al di là della solita dinamica politica tra maggioranza e opposizione, Meloni ha incentrato buona parte del suo intervento sulle energie, sulla sovranità, sulla necessità delle energie italiane e, ovviamente, sul caro bollette. Si è parlato anche di basi nucleari.
Dopo una lunga fase di non centralità del Parlamento rispetto alle decisioni importanti – ricordo che tutti i provvedimenti, dal decreto Sicurezza a quelli Caivano, Rave o Maranza, fino alla riforma della giustizia, sono stati ratificati senza una vera discussione – Meloni ha fatto un passo indietro sulle basi militari. Ha dichiarato che sarà il Parlamento a decidere e che si valuterà di caso in caso.
Tuttavia, bisogna considerare che la maggioranza è schiacciante e la vicinanza di questo governo a Donald Trump indica che, se gli Stati Uniti dovessero chiedere l'utilizzo delle basi italiane per le cosiddette "operazioni cinetiche" (i bombardamenti), il Parlamento darebbe l'ok. Tutto il resto – l’intelligence, il volo dei droni di ricognizione – è in realtà già operativo, regolamentato da accordi che risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale e rinnovati di volta in volta.
Tornando all'energia, questo è il tema che tiene banco a livello internazionale. Donald Trump continua a sostenere che la guerra stia per finire perché sono stati colpiti tutti gli obiettivi. In realtà il regime è ancora lì; quello che questa guerra lascerà dietro di sé sarà solo un'altra ondata di repressione, oltre ai morti civili. Teheran, dal canto suo, risponde: "Preparatevi al petrolio a 200 dollari al barile". È una guerra economica: lo Stretto di Hormuz continua a essere chiuso e da lì petrolio e gas non passano.
Una controrisposta arriva da Bruxelles: Ursula von der Leyen ha affermato che la guerra è già costata 3 miliardi di euro ai contribuenti italiani. Poche ore prima aveva ribadito che dire addio al nucleare è stato un errore che oggi stiamo pagando, sostenendo che il futuro dell’Europa dovrà basarsi su un mix di rinnovabili e nucleare. Tutto viene declinato in termini energetici, industriali ed economici.
Le vittime civili passano in secondo piano perché, è evidente, questa guerra è iniziata per questi motivi: Netanyahu ha la necessità di mantenere uno stato di guerra permanente per sopravvivere politicamente; Donald Trump ha bisogno di far dimenticare Minneapolis, di ottenere una vittoria internazionale e di distogliere l'attenzione dagli Epstein files.
Sul piano macroeconomico, l'obiettivo resta isolare l'Iran dalla Cina, interrompendo la catena di approvvigionamento del petrolio verso Pechino, che è il vero competitor degli Stati Uniti. Anche se gli USA stanno colpendo i pozzi, le raffinerie e i luoghi di transito, il regime resta al suo posto. Per questo, il dibattito sulla necessità di "liberare quel popolo" diventa una farsa: una copertura etica e politica per un'operazione che ha obiettivi puramente economici e politici.