pirati somali

La domanda è diventata una ossessione per tutti noi. Perché dobbiamo morire? Perché? Eravamo a bordo per lavoro, siamo persone oneste e innocenti, non trasportavamo droga e non facevamo contrabbando. Perché tutto questo, allora? Ce lo chiediamo tutti qui, e per tutto il giorno. E pensiamo che siamo italiani, che il popolo italiano non può averci abbandonato così… E pensiamo ai nostri figli. Noi vogliamo rivederli…“ era il maggio scorso quando il comandante della Savina Caylyn, Giuseppe Lubrano Lavadera, pronunciava queste parole dal telefono di bordo. Erano trascorsi "appena" 3 mesi e l'equipaggio si dichiarava già sfiancato dai soprusi dei pirati, dalle umiliazioni. "Siete cittadini italiani e il vostro Governo non ha alcuno interesse per le vostre sorti" ripetevano a quei 5 uomini che assieme  ai 17 indiani formano l'equipaggio della motocisterna di proprietà della società armatoriale Fratelli D'Amato.

L'arrembaggio

La tragedia della Savina Caylyn comincia l'8 febbraio scorso. Alle 5.30 del mattino la petroliera Savina Caylyn si trova a un migliaio di chilometri ad est dell’isola di Socotra. Cinque predoni tentano il blitz con armi e funi, decisi ad arrembare la nave. Il comandante Lubrano Lavadera risponde all'attacco accelerando la velocità, poi cambia rotta, infine tenta il tutto per tutto e prova ad arrestare la presa lanciando potenti getti d'acqua sui pirati. All'acqua si risponde col fuoco e i predoni riescono a prendere la nave dopo una guerriglia durata un paio d'ore, un diluvio di colpi di mitra e granate incendiarie. La Savina Caylyn è sotto scacco.  I primi aggiornamenti sulla situazione della nave informano che  in quella zona, ma comunque  a 500 miglia di distanza,  c'è la nave Zefiro della Marina Militare. Poi a intervenire è Pio Schiano, il direttore della società armatoriale: dice di aver avuto un colloquio con i pirati somali e, al tempo stesso, di non aver compreso alcunché dal momento che nessuno di questi è in grado di esprimersi in inglese. Schiano riferisce anche di aver sentito la voce del comandante in sottofondo: "Stiamo bene" avrebbe detto il responsabile della nave. Schiano riferisce che la Savina ha riserve per un mese e che, al momento,  nessuna richiesta di riscatto è pervenuta alla società napoletana.

Un silenzio irreale

Passano le settimane e cala una coltre di riserbo sulle sorti dell'equipaggio e sulla Savina Caylyn. La Farnesina informa che è necessario mantenere il silenzio stampa affinché le trattative, vere o presunte che siano, possano procedere in maniera serena. I marittimi, così come le loro famiglie, sono abituati a convivere con l'attesa e accettano le direttive: nei lunghi  mesi di navigazione ogni giorno si attende una telefonata dei propri cari, quella boccata di ossigeno mentre si aspetta, appunto,  che facciano ritorno a casa.

La fiaccolata del Primo maggio

E' maggio quando i riflettori si riaccendono sul caso. In questo periodo due onorevoli hanno richiesto l'attenzione e l'impegno del Governo per la liberazione degli ostaggi sulla Savina Caylyn. Si tratta della deputata del Pd Luisa Bossa e di Luigi Muro di Fli, entrambi campani: si chiede alla Farnesina e al Governo in generale di illustrare lo status della trattativa e soprattutto di non delegarne all'armatore la gestione della stessa. A fine aprile un'altra nave della società armatoriale F.lli D'Amato viene presa in ostaggio dai pirati, è la Rosalia d'Amato e  bordo ci sono altri marittimi italiani.

L'isola di Procida risponde in massa a quanto sta accadendo nel Golfo di Aden e in occasione del Primo Maggio, per le strade dell'isola si organizza una fiaccolata per chiedere il ritorno a casa dei marittimi sequestrati. All'isola partenopea ne appartengono ben 4 su un totale di 11 italiani: è chiaro che quella delle due navi non è una vicenda che può passare inosservata sull'isola. La manifestazione ha successo, si contano quasi 3000 partecipanti e la notizia delle due navi dimenticate comincia a rimbalzare nelle tv e sui giornali locali. Poco dopo arriverà la telefonata dei marittimi ai loro familiari.

L'ultimatum dei pirati

Gli uomini della Savina Caylyn, per ordine dei pirati, fanno sapere che: "O l’armatore invia un fax dove accetta le nostre condizioni, 16 milioni di dollari come riscatto, oppure entro domani mattina, porteremo a terra il comandante, il Direttore di Macchina e il primo Ufficiale." L'allarme è generale: portare a terra parte dell'equipaggio equivale ad esporlo a pericoli di ogni sorta. Dopo qualche giorno di silenzio, i pirati fanno sapere che hanno abbandonato nelle alture del deserto Crescenzo Guardascione, Eugenio Bon e Gianmaria Cesaro, ma la Farnesina non lo conferma. Il sindaco di Procida, sentito il Ministero degli Affari Esteri, fa sapere che la nave è monitorata e che un tale epilogo per i tre marittimi italiani è da escludere.

Di qui in poi sarà un'escalation di tensione: dalla Savina arrivano fax, così come dichiarazioni via telefono, che fanno presagire tutt'altro che una risoluzione semplice della questione. Il comandante Lubrano Lavadera, durante le telefonate con la stampa, conferma l'inasprimento delle condizioni di vita dell'equipaggio. A bordo della Savina alle pressioni psicologiche si aggiungono condizioni di vita disumane: l'equipaggio condivide un solo bagno, è relegato in un angolo del ponte e non può spostarsi. Alcuni membri sono malati, hanno febbre alta e malattie della pelle, le medicine sono finite e scarseggiano le riserve alimentari.

Il comandante conferma  che i tre membri del suo equipaggio sono sulla terraferma e a che, a detta dei pirati, torneranno a bordo una volta ricucita la trattativa. L'armatore D'Amato sembra essere svanito, così come il suo ufficio legale londinese, che dovrebbe gestire la relazione con i pirati. La gang a bordo della Savina, composta oramai da 60 pirati, è nervosa: ci sono scontri interni  e quando un qualsiasi elicottero sorvola la zona i pirati aprono il fuoco temendo un intervento militare.  E' in questo momento che salta fuori la possibilità di una trattativa; a pagare sarà il Cavalier D'Amato e le assicurazioni, ma  ancora una volta qualcosa va storto, forse per via di problemi sulla spartizione del riscatto tra i membri della gang che ha lavorato al sequestro, e la trattativa salta.

Torna il silenzio, mentre i media cominciano a mostrare un timido interesse per  la vicenda. Siamo oramai a giugno e sono trascorsi 4 mesi da quando la Savina Caylyn cadeva prigioniera dei pirati. Chi conosce le storie dei sequestri messi in atto dai pirati sa che talvolta il silenzio è foriero di buone notizie, di relazioni attive e fruttuose ma stavolta non è così. Quello di giugno sarà un silenzio irreale: nessun appello del comandante, nessun fax, tutto fermo, tutto sparito, quasi inghiottito dal mare del Golfo di Aden.

I familiari rompono il silenzio

E' agosto quando il silenzio dei familiari cessa, e i sentimenti che portavano dentro da mesi dilagano come un fiume in piena. Puntano il dito contro il Governo, contro le rassicurazioni prive di consistenza e ragion d'essere, accusano l'armatore di menefreghismo. Tante, troppe le telefonate rivolte a lui e rimaste senza risposta. Ancora di più l'angoscia dei familiari, costretti a fronteggiare la preoccupazione quotidiana  per le sorti dei loro cari. Il 9 agosto una lettera del fratello di Enzo Guardascione comparsa su Repubblica  dà il lasciapassare per una serie di iniziative pacifiche volte a portare alla ribalta la questione. Di lì in poi sarà un susseguirsi di manifestazioni: a Procida, così come a Trieste, Piano di Sorrento e Gaeta la cittadinanza prende parte alle manifestazioni per la liberazione degli ostaggi sulla Savina Caylyn.

Sull'isola del Golfo di Napoli si costituisce un coordinamento di cittadini che prende il nome di "Liberi Subito". Un gruppo cospicuo di concittadini, familiari e amici dei marittimi rapiti che organizza e partecipa attivamente a svariate iniziative: la protesta del 13 agosto al porto di Procida, un corteo di barche verso Ischia, la fiaccolata pacifica  del 20 agosto e la presenza al Meeting di Comunione e Liberazione per chiedere l'intervento del Presidente Napolitano in merito alla questione.

Nulla sembra smuoversi il Comitato  rende nota la sua presenza a Roma il 7 settembre, in Piazza Montecitorio. Una giornata densa di incontri: i familiari vedono il presidente della Camera, il sottosegretario agli Esteri Scotti e infine il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Si conferma l'interesse per la questione ma il Governo fa sapere che non intende pagare il riscatto. Cedere al ricatto dei predoni vorrebbe dire, secondo il Governo, favorire il fenomeno della pirateria. E questo non è possibile.

Il governo non pagherà. A sette mesi di distanza dalla resa della Savina Caylyn è questa l'amara conclusione. I familiari temono che il governo voglia tentare un intervento militare: un'azione assurda, secondo quanto conferma anche il direttore di Libero Reporter: i pirati  attualmente conoscono la nave, sono in numero maggiore rispetto ai primi giorni e sono pronti a far morire l'equipaggio se si percorrerà la strada della forza.

Non c'è più tempo

Arriva un'altra tremenda telefonata dalla Savina: i marinai riferiscono di condizioni  di vita ancora più estreme, il comandante Lubrano Lavadera al telefono con la moglie fa sapere:

Se entro una settimana non si chiude la trattativa, qui a bordo inizieranno le torture sistematiche di tutti i membri dell’equipaggio.Con conseguenze tragiche. Questi ci preannunciano che ci ammazzeranno ad uno ad uno. Santo Iddio, perché? Che male abbiamo fatto per non essere aiutati? Siamo persone che sono andate a guadagnarsi il pane onestamente in un tipo di lavoro duro, pieno di sacrifici, sul mare.

Quella della Savina Caylyn è la storia di 22 onesti lavoratori, da 7 mesi in ostaggio. Colpevoli di nulla, soltanto di aver attraversato per lavoro una zona infestata dai predoni del mare. Quella della Savina Caylyn è la storia di una parte d'Italia che da decenni contribuisce a portare alto il nome della nostra nazione nel mondo, la storia di persone che hanno fatto del sacrificio e dell'abnegazione dei compagni di vita. E' un mestiere duro quello di chi lavora sul mare, un mestiere pericoloso, come si evince da questa storia.

Qualunque mente lucida non può non chiedersi com'è possibile che a distanza di 7 mesi il Governo non sia riuscito, con i mezzi che possiede, a venire a capo della vicenda. Com'è possibile che un imprenditore, che  decide di abbandonare i suoi dipendenti al loro atroce destino, non venga richiamato alle proprie responsabilità? E come è possibile, ancora, che quegli uomini, Gianmaria, Giuseppe, Antonio, Crescenzo, Eugenio e i 17 indiani, vivano da mesi con l'incubo di poter morire da un momento all'altro, per mano di un manipolo di delinquenti sotto effetto del knut e dei nervi tesi?

Cosa accadrà se, malauguratamente, qualcuno di questi 22 uomini dovesse perire miseramente? Potrà mai quel tricolore, vessillo di uno Stato che sul lavoro si fonda ma che per mezzo di quello sta conducendo alla morte un intero equipaggio, essere degno di essere appoggiato su uno soltanto di quei feretri?

Foto Credits: Sergio Assante di Cupillo per Procidablogolandia.