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Sparatoria a Fidene

Un anno fa la strage di Fidene, il racconto dei sopravvissuti: “Eravamo tutti dei bersagli”

L’11 dicembre 2022 Claudio Campiti entra in un bar a Fidene, dove è in corso una riunione di un consorzio, inizia a sparare uccidendo quattro persone. Ad un anno dalla strage di sopravvissuti e i parenti delle vittime ripercorrono quella terribile mattina.
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A cura di Simona Berterame
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Sparatoria a Fidene

"Ha aperto la porta e ha detto vi ammazzo a tutti". Giovanni Caruso torna con la mente all'11 dicembre di un anno fa, quando Claudio Campiti ha ucciso quattro persone davanti ai suoi occhi. Quattro donne, Sabina Sperandio, Elisabetta Silenzi, Nicoletta Golisano e Fabiana De Angelis, freddate con un colpo di pistola. Tutto è accauto in una manciata di secondi. Nel gazebo fuori dal bar "Il posto giusto" a Fidene è in corso una riunione del consorzio Valleverde. Campiti entra all'improvviso e inizia a sparare. Nel giro di pochi istanti l'uomo viene bloccato e disarmato da uno sei consorziati, Silvio Paganini, grazie la gesto eroico di una delle vittime, Elisabetta Silenzi. La donna ha pagato con la vita quel tentativo di fermare il killer, e ha permesso ai presenti di salvarsi dando il tempo di disarmare l'uomo. Tra loro anche Emilio Brancadoro, che sarebbe stato il prossimo nella linea di tiro di Campiti ma grazie ad Elisabetta il proiettile non è andato a segno. "Io e Elisabetta ci conoscevamo fin da bambini – racconta oggi Emilio – e quando eravamo piccoli io le dissi ti proteggerò sempre. Invece quel giorno non ce l'ho fatta, non sono riuscito a proteggerla invece lei ha salvato tutti noi". Giovanni Caruso si trovava proprio alle spalle di Elisabetta. "Se il proiettile avesse trapassato il suo corpo forse sarei morto anche io – spiega il testimone mentre ripercorre con noi quella terribile mattina – quando ha sparato mi sono invece buttato verso la porta per cercare di aprirla e far fuggire le persone"

Ma come ha fatto Claudio Campiti a procurarsi un'arma? Nessun mistero, già poche ore dopo la strage è chiaro che la Glock calibro 45 usata dall'uomo proviene dal poligono di Tor di Quinto a Roma. L'uomo era socio della struttura, e si recava regolarmente al poligono per sparare da quasi quattro anni. Era titolare di una tessera platinum nonostante non fosse riuscito ad ottenere il porto d'armi. Un rifiuto avuto proprio per le denunce incrociate tra l'uomo e il Consorzio Valleverde.

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Le immagini delle telecamere dentro il poligono

Sono proprio le telecamere di sorveglianza del poligono a catturare le ultime immagini di Campiti prima della tragedia. Nei video si vede Claudio Campiti entrare con la sua autovettura nel parcheggio, poi lo attraversa a piedi per recarsi all'armeria. Lì ritira decine di proiettili e una valigetta nera con all'interno una semiautomatica Glock 45. L'armeria dista dalla linea di tiro 247 metri, un tragitto che Campiti non ha fatto perché si è diretto invece verso il bagno. "Lì rimuove la fascetta che teneva chiusa la valigetta – spiega l'avvocato di parte civile Francesco Innocenticarica l'arma e si allontana dal poligono senza essere fermato da nessuno". E c'è di più: "Nessuno si era accorto che Campiti non si trovava sulla linea di tiro ma era invece uscito con una pistola – aggiunge l'avvocata di parte civile Natalie De Cintio i carabinieri vanno sul posto quasi un'ora e mezza dopo l'uscita di Campiti ma quando chiedono dove si trovi l'uomo dal poligono rispondono che era sulla linea di tiro. Nessuno ancora si era reso conto e lui aveva già ucciso quattro donne".

I mariti di Nicoletta e Fabiana: "Vogliamo giustizia"

Quello che si chiedono i sopravvissuti e i parenti delle quattro vittime è come sia potuta uscire un'arma dal poligono di tiro. Fabiana De Angelis e Nicoletta Golisano erano amiche ed entrambe hanno perso la vita quella mattina di dicembre. I loro mariti, Giulio Iachetti e Giovanni Betti, ora chiedono che la loro morte non sia vana e che diventi un monito per aumentare i controlli e la sicurezza dove circolano armi, come all'interno dei poligoni di tiro a segno. "Qualcuno ha armato Campiti e la responsabilità qualcuno ce l'avrà" spiega con voce ferma Giovanni Betti, marito di Nicoletta Golisano. Giulio invece sottolinea come Campiti fosse un esperto tiratore, dato che frequentava il poligono da quasi quattro anni. "Ha una capacità di focalizzare un obiettivo, sparare, continuare a caricare l'arma, avendo la capacità di centrare le persone".

Il processo atteso dai sopravvissuti: "Vogliamo vedere punite tutte le responsabilità"

A fine novembre Claudio Campiti è stato rinviato a giudizio con le accuse di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi e di tentato omicidio. La prima udienza del processo è fissata per il 5 febbraio davanti ai giudici della I sezione della Corte d'assise. Durante la stessa udienza è stato confermato anche il rinvio a giudizio come responsabili civili  per la Sezione Tiro a Segno Nazionale sezione di Roma, il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa mentre è stata prosciolta la posizione del Tiro a Segno Nazionale. Oltre che per Campiti la procura ha chiesto il processo anche per il presidente della Sezione Tiro a Segno Nazionale di Roma Bruno Ardovini e per un dipendente addetto al locale dell’armeria del poligono romano di tiro di Tor di Quinto Giovanni Maturo dove Campiti prese l’arma utilizzata per la strage. Entrambi, accusati di omissioni sul controllo e la vigilanza sulle armi, hanno scelto però di rinunciare all’udienza preliminare e andranno direttamente a giudizio con la prima data del processo fissata nel 2024.

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