Sofia Di Vico morta a Ostia, sequestrate cucina e pentole del campeggio: indagini anche sui soccorsi

Dopo i funerali nella sua Maddaloni, in provincia di Caserta, proseguono le indagini della Procura di Roma sulla morte di Sofia Di Vico, la ragazzina di 15 anni morta giovedì sera all'ospedale Grassi di Ostia dopo una cena con gli amici al camping Village Capitol. L'Asl, su disposizione dell'autorità giudiziaria, ha posto sotto sequestro la cucina e le pentole del campeggio dove Sofia risiedeva insieme al padre e alle compagne di squadra della Unio Basket Maddaloni, in città per il torneo giovanile ‘Mare di Roma Trophy in Pink'. Secondo le prime ricostruzioni i responsabili della struttura erano stati messi al corrente dell'allergia al latte della 15enne. Gli investigatori stanno cercando di capire se ci sono stati anche ritardi nei soccorsi che siano costati la vita alla ragazza.
Sequestrate cucina e stoviglie del campeggio dove alloggiava Sofia Di Vico
L'inchiesta per omicidio colposo è coordinata dalla pubblico ministero Daria Monsurrò, che segue una doppia pista. La prima è quella di una negligenza o una mancanza di comunicazione fra gestori e cuochi del campeggio. Sofia Di Vico ha mangiato delle uova e dei fagiolini: pietanze in cui non dovrebbero essere presenti le proteine del latte a cui era allergica. Potrebbe, però, esserci stata una contaminazione. Fra queste c'è la caseina, elemento che non si denatura neanche oltre i 100 gradi centigradi e che per questo è altamente pericolosa per i soggetti allergici. Potrebbe non bastare un lavaggio ad alta temperatura delle stoviglie a eliminarne ogni traccia e anche sotto forma gassosa può risultare letale.
Per questo l'Asl Roma 3, competente per il territorio di Ostia, ha posto sotto sequestro sia la cucina che tutte le pentole utilizzate per la cena di giovedì 2 aprile. È importante verificare se ci sia stata una contaminazione. Presto arriveranno i risultati dell'esame autoptico, ma le testimonianze sembrano puntare sullo shock anafilattico: pochi secondi dopo aver iniziato a mangiare, Sofia si è messa le mani al collo dicendo di non riuscire a respirare.
Ipotesi su mancanze nei soccorsi
La seconda pista battuta dai pm è quella dei soccorsi. Subito dopo i primi segnali, è stato chiamato il 118. Nel frattempo il padre della 15enne le ha somministrato l'adrenalina che porta sempre con sé proprio per queste situazioni. L'adrenalina è fondamentale perché consente di guadagnare tempo per l'arrivo dei soccorsi e il trasporto in ospedale. Secondo quanto ricostruito dalla procura, una prima ambulanza è arrivata prontamente sul posto, ma non aveva a bordo un medico rianimatore. La presenza di questa figura non è obbligatoria per legge, ma in molti casi risulta fondamentale. Una seconda, con il rianimatore, è arrivata dopo altri 15 minuti. Gli inquirenti vogliono capire se anche qua ci sia stato un gap di comunicazione che ha portato a inviare i soccorsi senza questo medico. Inoltre, sempre l'autopsia potrà dire se la sua presenza avrebbe garantito alla giovane cestista qualche speranza di sopravvivenza in più.