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Violenza ostetrica: tutte le testimonianze

Ma dove sta scritto che dobbiamo partorire con dolore

Partorire non è ‘una passeggiata’ e di questo ne siamo consapevoli: questo non vuol dire che deve essere un’esperienza traumatica e che le donne ne debbano portare le conseguenze fisiche e psicologiche per anni.
A cura di Natascia Grbic
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"Donna, tu partorirai con dolore". Una frase che in molte si sono sentite dire con fare scherzoso almeno una volta nella vita, e alla quale raramente si fa caso. Eppure mai come in questi giorni sembra aver assunto un nuovo significato. In seguito alla vicenda del neonato morto all'ospedale Pertini di Roma, sono tantissime le donne che hanno voluto raccontare come è stato il loro parto. Storie che hanno in comune un enorme senso di solitudine provato durante e dopo il travaglio, oltre a un trattamento che di professionale ha molto poco.

Perché se è vero, ed è chiaro a tutti, che partorire è un evento doloroso, è anche normale che le donne non si aspettino di essere trattate come un mero contenitore, un pezzo di carne al quale si può fare di tutto senza informarle in modo adeguato e senza il loro consenso.

Qui bisogna fare una dovuta premessa: in Italia le strutture sanitarie sono un'eccellenza, cosa che in questa sede non viene messa in discussione. Il tasso di mortalità materna e neonatale è tra i più bassi in Europa, e gli operatori del sistema sanitario nazionale sono tra i più preparati. Partorire in ospedale è una scelta estremamente sicura per la donna e per il bambino, che in caso di difficoltà potrà essere assistito da personale medico competente, che ha gli strumenti e le capacità per intervenire laddove sia necessario. E non si può negare l'abnegazione degli operatori, spesso stremati a causa di turni massacranti e carenza di personale, e costretti a lavorare in condizioni svantaggiose.

A fronte di molte donne per cui il parto è una bella esperienza, ce ne sono altre per cui invece quel momento diventa un incubo. Negli ultimi mesi abbiamo parlato con diverse donne, vittime di violenza ostetrica. Tutte loro hanno subito offese, denigrazioni, metodi invasivi di assistenza al parto, in quello che dovrebbe essere uno dei momenti più delicati della loro vita. In molte hanno dichiarato che la paura di indispettire il personale sanitario con rifiuti e richieste le ha portate ad accettare tutto quello che veniva fatto loro, spesso senza spiegazione o consenso.

Tra queste ci sono la cosiddetta ‘manovra di Kristeller‘, vietata in Spagna e Gran Bretagna e fortemente sconsigliata dall'Organizzazione mondiale della Sanità per i gravi danni che potrebbe causare alla partoriente e al neonato. Eppure in Italia è una pratica di routine, cui moltissime donne sono sottoposte senza essere avvertite e senza spiegazioni adeguate. Quasi tutte le donne che ci hanno raccontato la loro storia l'hanno subita: alcune di loro, non appena si sono accorte di cosa stava per accadere, hanno cominciato a urlare dicendo che rifiutavano la manovra. Che è stata comunque eseguita.

Ed è proprio il mancato consenso uno dei nodi attraverso il quale viene praticata la violenza ostetrica: è diritto di ogni paziente essere informata rispetto alle pratiche cui si viene sottoposte. Nelle loro storie, procedure come l'episiotomia (il taglio della vagina e del perineo, ndr), sono state effettuate senza metterle a conoscenza né di cosa stavano facendo i medici, né delle loro conseguenze. In molte, nei mesi dopo il parto, si sono trovate ad avere poi problemi di incontinenza e difficoltà ad avere una vita sessuale soddisfacente. L'episiotomia, così come la Kristeller, non è raccomandata dall'Oms nei parti spontanei, ma avviene nella maggior parte dei casi. Senza nessuna considerazione per la vita sessuale della donna, considerata di secondaria importanza, ignorata e mortificata.

Rottura delle membrane, uso del clistere, depilazione pubica, posizione supina o sdraiata con le gambe piegate a novanta gradi, taglio precoce del cordone e separazione del neonato, episiotomia, Kristeller, uso dell'ossitocina e altri metodi di induzione al parto: sono tutte pratiche non raccomandate dall'Oms se non in casi limite, e che invece in Italia sono routine. È diritto di ogni donna rifiutare questa assistenza aggressiva, e rispettare – qualora ovviamente non vi siano condizioni di necessità e urgenza – i tempi fisiologici del parto. Questo diritto a volte è negato: sono ancora troppe le strutture che ricorrono all'induzione per velocizzare i tempi del parto. Un po' perché ‘ si è sempre fatto così', un po' perché i posti disponibili negli ospedali sono limitati e c'è bisogno di ricambio. Tutto questo crolla a cascata sulle spalle delle donne: sono loro che poi subiranno gli effetti di queste decisioni.

A questo si sono aggiunti abusi verbali, umiliazioni e offese da parte del personale medico nei confronti delle partorienti. Frasi come ‘che madre sei', ‘ma tu lo vuoi questo bambino?', ‘non vuoi bene a tuo figlio', ‘ti lamenti troppo', quando non veri e propri insulti, sono stati proferiti con grande facilità, con effetti spesso devastanti da punto di vista psicologico. In quello che è uno dei momenti più delicati della vita di una donna non si viene accompagnate e sostenute, ma denigrate. Come se non si fosse persone, ma corpi da manovrare e controllare.

La violenza ostetrica è violenza di genere. Le donne hanno i propri diritti anche sul fronte della loro salute sessuale e riproduttiva. Da secoli i corpi delle donne sono soggetti a tentativi di disciplinamento, in particolare in merito all'ambito della procreazione come forma di controllo della riproduzione sociale. Il fatto che la maggioranza di loro sia sottoposta ad atti medici potenzialmente dannosi, spesso senza consenso, fa si che l'esperienza del parto, del postparto e dell'allattamento, possano essere traumatiche. Con conseguenze nel breve, medio e lungo termine sia sul piano fisico sia sul piano emotivo. Queste conseguenze erano prima vissute solo nel privato, adesso stanno venendo alla luce. Ed è bene che se ne inizi a parlare, per far sì che le cose possano cambiare.

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Giornalista dal 2013, redattrice alla cronaca di Roma di Fanpage dal 2019. Ho lavorato come freelance e copywriter per diversi anni, collaborando con vari siti, agenzie di comunicazione e riviste. Laureata in Scienze politiche all'Università la Sapienza, ho frequentato nel 2014 la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso.
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