Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha firmato un'ordinanza che impone il coprifuoco in tutto il territorio dalle 24 alle 5 di mattina. Inoltre viene aumentata la disponibilità di posti letto per pazienti Covid, portando a 2500 quelli ordinari e a oltre 500 quelli di terapia intensiva. Probabilmente, infine, la sindaca Raggi deciderà nelle prossime ore di chiudere le principali piazze della movida romana. Abbiamo parlato delle nuove restrizioni con la direttrice generale dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani', Marta Branca.

L'ordinanza firmata ieri sera da Zingaretti può davvero aiutare ad abbassare i contagi?  

Questa ordinanza risponde a una necessità e cioè quella di gestire l'aumento dei contagi. Dobbiamo cercare nel territorio della nostra regione di contenere questo aumento il più possibile. Tanti casi non solo affaticano la rete ospedaliera, ma determinano anche una serie conseguenze importanti per chi non deve andare in ospedale: lo stare in isolamento a casa, la possibilità di contagiare i familiari, gli anziani, le persone fragili. Questa ordinanza dispone una serie di misure al fine di evitare l'aumento di contagi e una di queste misure è quella di evitare di uscire dalle proprie abitazioni dopo le 24 e prima delle 5. Questo perché durante la notte si effettuano delle attività a cui forse, per un periodo di tempo, si può anche rinunciare. Ad esempio assembramenti o gruppi, soprattutto di ragazzi, fuori dai locali.

Ma sono così tante le persone che escono dopo la mezzanotte? 

Il problema si è posto perché si è visto che in alcune zone, in particolare a Roma, durante la notte o comunque dopo la mezzanotte, anche durante la settimana, si creano assembramenti di ragazzi rischiosi per quanto riguarda l'aspetto del contagio. Si è cercato di insistere molto sugli aspetti della prevenzione, e cioè mascherina e distanziamento su tutti, ma si è anche notato che, specialmente di notte, dopo magari essere andati al ristorante, magari aver bevuto un bicchiere in più, questo non veniva rispettato. C'era una maggiore rilassatezza e quindi si rispettavano un po' meno queste regole. E allora si è deciso per una stretta ancora più forte proprio per evitare che almeno queste attività, non indispensabili, si possano evitare e con esse i contagi che portano con loro. Ultimamente i cluster principali avvengono proprio nelle famiglie: tornare in famiglia, specialmente per i ragazzi, coloro che si muovono di più durante le ore notturne, significa, a volte, portare nelle case il contagio. Questo è il senso della misura: capisco che è un sacrificio, anche io ho due figlie giovani e anche loro soffrono un po' questa cosa. Ma per un motivo così importante questo sacrificio si può fare.

L'ordinanza è sufficiente? In Lombardia e in Campania molti medici sostengono che il coprifuoco sia una misura insufficiente…

Io mi auguro che sia sufficiente. Questa ordinanza vorrebbe fare capire ai cittadini quanto è importante che tutti siano responsabili. Lavare le mani, tenere le mascherine, mantenere le distanze ed evitare gli assembramenti: se tutti lo facessero, aumenterebbe di mille volte la possibilità di evitare il contagio. Se questo viene compreso, allora può bastare. Altrimenti il rischio è che si debba imporre altri divieti, che saranno progressivi. Non ci sarà probabilmente una chiusura totale come a marzo, ma divieti progressivi. Se lo vogliamo evitare, bisogna essere tutti molto più responsabili.

L'ordinanza aumenta anche i posti letto per pazienti Covid. Nel Lazio la situazione è come in Campania e in Lombardia?

Questa ordinanza aumenta anche i posti letto e le terapie intensive e questo vi fa capire quanto sia grave la situazione. Il Lazio è in una situazione un po' diversa dalle altre regioni perché c'è un'organizzazione diversa anche dal punto di vista territoriale. C'è un uso maggiore dei tamponi, c'è l'organizzazione dei drive-in che è molto capillare, si fa in generale molta diagnosi e si cerca di prendere in tempo i casi positivi. La situazione è ancora sotto controllo, ma non ci deve sfuggire di mano. C'è uno sforzo da parte della sanità ad ampliare la rete Covid e quindi si chiede uno sforzo anche ai cittadini, ai ragazzi, soprattutto ai giovani. E questo lo si vede anche nell'altro articolo dell'ordinanza che riguarda la didattica a distanza. Certamente coloro che devono fare non saranno felici, si richiede uno sforzo globale, complessivo a tutte le categorie. Ognuno ci dovrebbe mettere un po' del suo. E' l'unico modo che abbiamo per cercare di contenere il contagio. Questo mi pare il senso di questa ordinanza, che va vista globalmente.

Nel Lazio, fotografano i dati, si ricovera di più. Si tratta di una strategia?

Le percentuali attualmente sono: 95 per cento dei positivi in isolamento a casa con pochi sintomi o nessun sintomo, il 5/6 per cento ricoverati in ospedale e meno dell'1 per cento ricoverati in terapia intensiva. Se rimane questo tipo di quadro, la situazione può essere tenuta sotto controllo. Se questo rapporto si modificasse molto, ovviamente saremmo in difficoltà. Noi ricoveriamo di più, questo emerge dai dati, ma non c'è una strategia dietro. Probabilmente è proprio una linea di condotta che utilizzano i medici nella nostra regione: chiaro che stando in ospedale c'è una situazione di maggiore assistenza e di maggiore cura rispetto allo stare a casa. E' pure vero che la comunità scientifica si confronta su questo e quindi se ci sarà la necessità di avere un atteggiamento meno prudente, di avere parametri più bassi rispetto al ricovero, verrà fatto un discorso complessivo sulle modalità di ricovero.

Rispetto allo scorso marzo, nel pieno della prima ondata, com'è la situazione all'Istituto Spallanzani?

Abbiamo una situazione certamente meno pesante rispetto a quella di marzo. La maggior parte delle persone che vanno in terapia intensiva, poi tornano in reparto. Non c'è quella situazione grave che c'è stata lo scorso inverno. Probabilmente anche perché l'età media si è abbassata e le persone che hanno bisogno di terapia intensiva hanno meno comorbidità (altre malattie ndr.), riescono a superare più facilmente la ventilazione assistita e quindi poi tornano in reparto e riescono a superare l'infezione. Si, quindi, la situazione è migliore, siamo più pronti sia dal punto di vista delle attrezzature e sia dal punto di vista del personale (abbiamo assunto molti infermieri e medici in più). La situazione è migliore anche dal puto di vista della esperienza sulle terapie da utilizzare e su come usare i dispositivi di protezione: siamo attenti a utilizzarli in maniera intelligente e appropriata. Sicuramente l'esperienza dell'inverno ci ha fatto imparare molte cose e sicuramente oggi siamo più efficaci nell'assistenza ai nostri pazienti.