Caos Reddito di inclusione, il Ministero del Lavoro alza bandiera bianca e dice sì all’impegno di centri di assistenza fiscale e patronati in soccorso dei Comuni. Di recente, un’inchiesta di Fanpage aveva dimostrato come gli enti locali siano ormai al collasso, non riuscendo a gestire, con le poche risorse disponibili, l’enorme quantità di persone che chiedono il Rei, la misura di contrasto alla povertà creata dal governo Gentiloni. Il Ministero ha scritto una nota a tutti i Comuni chiarendo che “alla luce della determinazione di diversi Comuni di far ricorso a tali strutture [caf e patronati] si ritiene di poter considerare ammissibile, a far data dal primo dicembre 2017, il costo sostenuto dai beneficiari per le convenzioni con i caf, i patronati o altre strutture per i servizi di supporto alle famiglie nell’accesso al Rei”. Questo vuol dire che i Comuni potranno riconoscere dei corrispettivi a fronte delle prestazioni fornite dai caf e dai patronati, che, sostituendosi ai Comuni nella compilazione delle pratiche, sgravano gli uffici pubblici. Non solo: i Comuni che già avevano chiuso accordi con questo tipo di strutture private potranno rendicontare le spese in maniera retroattiva.

Questo vuol dire che una quota di soldi rivolta ai servizi per le famiglie dovrà essere necessariamente dirottata verso enti privati per la propria attività di intermediazione. Tramonta l’utopia del Governo Gentiloni che il settore pubblico dovesse gestire completamente da solo il reddito di inclusione: semplicemente, il settore pubblico ha dimostrato di non essere in grado di farlo.

Se ne sono accorti anche a Roma, dove il problema rischia di ingigantirsi con l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza promosso dal Governo Conte, che è rivolto ad una platea ben superiore di quella del Rei. Per questo motivo, negli scorsi giorni il sottosegretario all’economia Laura Castelli ha dovuto ammettere che i Centri per l’Impiego, che avrebbero dovuto rappresentare la centrale operativa del reddito di cittadinanza, non sono adeguati. Come sostituire i centri per l’impiego? Ovviamente con i caf ed i patronati, a cui saranno destinate parte delle risorse economiche a disposizione: risorse che dovranno essere necessariamente sottratte alle somme previste per i beneficiari.

La marcia indietro del Ministero guidato da Luigi Di Maio appare particolarmente curiosa perché i patronati (e numerosi caf) sono promossi da associazioni sindacali: le stesse che erano state oggetto di una dura invettiva del leader del Movimento Cinque Stelle nel 2017. Di Maio, nel corso di un intervento durante il Festival del Lavoro a Torino pronunciò parole che suscitarono un vespaio: “O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma.” A distanza di poco più di un anno non solo il Governo non ha presentato alcuna proposta per procedere a riformare i sindacati (che, tra l’altro, sono enti di diritto privato e non pubblico), ma chiede aiuto proprio ai sindacati per portare avanti il progetto politico che più gli sta a cuore.