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“Corriamo contro il tempo per salvare vite da inferno libico”: il reportage dalla Humanity

Sono appena le dieci, ma nel Mediterraneo centrale è già notte inoltrata, un’imbarcazione alla deriva con circa 60 persone a bordo ha immediato bisogno di aiuto. Le autorità italiane avvisano la nave umanitaria Humanity 1. C’è la paura di arrivare tardi con il soccorso, quando la barca si è già ribaltata. O quando sono già arrivati i libici.
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Foto di Lidia Ginestra Giuffrida, a bordo dell'Humanity 1
Foto di Lidia Ginestra Giuffrida, a bordo dell'Humanity 1
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Quando avverti un mayday, quando sai che c’è un’imbarcazione in pericolo, hai una sola paura: quella di arrivare troppo tardi. Arrivare quando la barca si è già ribaltata, arrivare quando le persone sono già in acqua, o arrivare dopo la cosiddetta Guardia costiera libica.

Sono appena le dieci, ma nel Mediterraneo centrale è già notte inoltrata, un’imbarcazione alla deriva con circa 60 persone a bordo ha immediato bisogno di soccorso. È il terzo salvataggio che viene assegnato nella giornata di ieri, dalle autorità italiane all’Humanity 1, la nave umanitaria dell’ong tedesca Sos Humanity, Le operazioni iniziano alle 6 del mattino con il primo salvataggio di 31 uomini e un secondo avvenuto verso le 12 di 75 persone, tra cui 8 donne e 16 minori. Nel pomeriggio l’MRCC italiano (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) assegna, all’Humanity 1 il salvataggio di altre circa 18 persone, e nella notte quello di altre circa 60 persone alla deriva.

Foto di Lidia Ginestra Giuffrida, a bordo dell'Humanity 1
Foto di Lidia Ginestra Giuffrida, a bordo dell'Humanity 1

In entrambi i casi la cosiddetta Guardia costiera libica è arrivata prima e ha preso in carico dei salvataggi precedentemente assegnati all’Humanity 1, rivendicato il fatto che ci si trovasse nella zona Sar libica. Nello stesso giorno l’aereo di ricognizione Seabird, dell’ong tedesca Sea Watch, ha segnalato l’intercettazione da parte della cosiddetta Guardia costiera libica di altre circa 60 persone. “Le acque internazionali sono divise in zone Sar, ma questo non significa che le nazioni abbiano competenza giuridica nelle proprie zone Sar, la Libia non ha competenza giuridica nella zona di ricerca e soccorso libica”, spiega Viviana Di Bartolo, Sar coordinator della tredicesima missione dell’Humanity 1. “Per il diritto internazionale tutte le navi in transito hanno la libertà di muoversi nelle acque internazionali ma anche in quelle territoriali a meno che non siano accusate di atteggiamenti di pirateria, ma se non ci sono queste condizioni il libero passaggio di ogni imbarcazione deve essere garantito, questo non è avvenuto ieri quando i libici ci hanno chiesto di lasciare la zona del soccorso”, conclude Di Bartolo.

Circa 138 persone, di fatto, ieri sono state illegalmente riportate indietro in un porto non sicuro, lo stesso da cui stavano fuggendo. Solo pochi giorni fa Sea Watch ha documentato il respingimento illegale di altre sessanta persone. Erano già state tratte in salvo dal mercantile Mardive Zohr 1, quando – come testimonia il video girato da Seabird – la cosiddetta guardia costiera libica è salita a bordo del peschereccio e ha costretto a colpi di bastonate i naufraghi a salire nella loro motovedetta. “Il soccorso in mare dovrebbe essere il frutto della coordinazione delle diverse unità di ricerca e soccorso, con i libici questa cosa non avviene mai anzi intralciano il nostro lavoro mettendo in serio pericolo la vita dei naufraghi e le operazioni in mare”, continua la coordinatrice delle operazioni Sar di Humanity 1.

Intanto sulla nave battente bandiera tedesca ci sono 106 sopravvissuti provenienti da diversi Paesi tra cui Siria, Bangladesh, Etiopia, Egitto.
Di fronte a loro adesso quattro lunghi giorni di navigazione verso Ortona, il porto sicuro che è stato assegnato dalle autorità italiane.

Foto di Lidia Ginestra Giuffrida, a bordo dell'Humanity 1
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