Ricorso al Tar su data referendum Giustizia, comitato per il No: “Governo disprezza volontà popolare”

"Incomprensibile". Così l'avvocato Carlo Guglielmi, portavoce del Comitato dei 15 giuristi che sta raccogliendo le firme popolari per il referendum sulla riforma Nordio, definisce la scelta del governo di indicare le date del 22 e 23 marzo per lo svolgimento del referendum sulla riforma della Giustizia, che contiene la separazione delle carriere dei magistrati.
Il comitato ha appena depositato un ricorso urgente al Tar del Lazio con cui chiede la ‘sospensiva cautelare' della delibera del Consiglio dei ministri che ieri ha ufficializzato la data delle urne. "Come annunciato abbiamo proceduto – dopo aver scritto per darne doverosa e preventiva informazione alla Presidenza della Repubblica – a depositare un ricorso al Tar del Lazio per l'annullamento, previa sospensiva, della Delibera del Consiglio dei Ministri che ha fissato al 22 e 23 marzo la data per la votazione relativa al referendum sulla legge di revisione costituzionale promosso dai parlamentari", ha spiegato Guglielmi, aggiungendo di aver quasi toccato la soglia di 400mila sottoscrizioni.
Guglielmi, contattato da Fanpage.it, sottolinea come sia stata violata una prassi ormai consolidata: il governo ha violato l'articolo 138 della Costituzione, che concede tre mesi di tempo dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale per raccogliere le 500mila firme di elettori necessarie a chiedere un referendum. La maggioranza, partendo dalla richiesta avanzata da un quinto dei membri di una Camera ritiene invece legittima l'indicazione della data, senza aspettare la scadenza dei 90 giorni il prossimo 30 gennaio, perché richiama l’articolo 15 della legge n. 352 del 25 maggio 1970, che stabilisce che il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie lo scorso 18 novembre. Per cui, è il ragionamento, il governo era tenuto a comunicare una data per la consultazione referendaria entro il 17 gennaio.
Guglielmi a Fanpage: "Governo se ne frega della volontà popolare, mai accaduto prima"
Nessuno sa cosa possa succedere adesso, dopo la richiesta di sospensiva al Tar. Si tratta di un fatto inedito, e non ci sono precedenti: dal governo Amato del 2001 i governi hanno sempre aspettato il termine di tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. "Cosa succede adesso? Non lo sa nessuno, perché non è mai accaduta una cosa del genere. In tutte le altre quattro occasioni in cui c'era sia una raccolta firme, sia un quesito fatto dai parlamentari — visto che è ovvio che un quesito dei parlamentari ci mette 3 giorni e una raccolta firme ci mette 3 mesi — tutti i governi avevano atteso il termine dei 3 mesi. Nessuno ha mai detto ‘io me ne frego dei 3 mesi' e quindi non sappiamo cosa succederà", commenta a Fanpage.it Guglielmi.
L'avvocato ci tiene a precisare che il comitato ha ritenuto "corretto, prima di depositare il ricorso, informare sinteticamente il Colle sui motivi, con una lettera di meno di 10 righe. Non abbiamo chiesto incontri, non abbiamo chiesto iniziative, non abbiamo fatto moral suasion", sottolinea.
"La nostra è un'iniziativa di servizio. Non siamo un altro comitato per il No, ma un comitato di scopo: finiamo la raccolta e, se va bene, regaliamo il raccolto ai comitati per il no e torniamo alla nostra vita".
La raccolta firme per il No alla riforma sulla Giustizia continua
L'avvocato è certo che entro il 30 gennaio si potrà raggiungere il numero di firme previsto per richiedere un referendum sulla riforma: "Stiamo procedendo a colpi di 30.000 firme al giorno. In una settimana saremmo arrivati a 500.000 firme. C'è un trend consolidato che va avanti dal 22 dicembre – La raccolta firme continua, ma non si capisce perché non si potessero aspettare 7-10 giorni per fissare la data al 22 marzo. Il governo mostra di avere disprezzo per l'iniziativa popolare per il piacere di avere disprezzo".
Il centrodestra continua a ricordare la legge numero 352 del 25 maggio 1970, spiegando così la necessità di forzare la procedura, per rispettare la scadenza del 17 gennaio, data ultima per comunicare il giorno del voto.
"Ma avevano anche la necessità di consentire i 3 mesi previsti dall'articolo 138 della Costituzione – replica Gugliemi – C'è un articolo della Costituzione che dice di concedere 3 mesi e una legge ordinaria che parla di 60 giorni dall'ordinanza della Cassazione. Perché violare la Costituzione per non violare una legge ordinaria, quando tutti i governi negli ultimi 20 anni hanno fatto il contrario?", è la domanda.
La battaglia del comitato ‘Società civile per il NO': "Governo teme che il tempo allarghi la partecipazione"
Il comitato dei 15 giuristi non è solo. Di fronte alla forzatura del governo, che ha voluto fissare subito il referendum nonostante ci sia una raccolta in corso, anche il comitato "Società civile per il NO" appoggia la battaglia di Guglielmi, come spiega a Fanpage.it il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari, membro del Consiglio Direttivo del comitato (che non ha partecipato direttamente all'iniziativa dei 15 giuristi).
"Noi sosteniamo tutte le iniziative che vadano nella direzione di rafforzare le ragioni del No – dice Ferrari contattato da Fanpage.it – Abbiamo condiviso e sostenuto in particolar modo la richiesta di referendum attraverso la raccolta delle firme e stiamo contribuendo fattivamente; direi che questa raccolta ha fatto emergere una grande domanda di partecipazione. Siamo ormai arrivati a quasi 400.000 firme nel giro di poche settimane".
Il governo non era obbligato per legge ad aspettare la data del 30 gennaio. Eppure fino ad ora si è sempre fatto così. "Oltre ad una prassi consolidata c'è anche una ragione di opportunità politica evidente. Più si allargano gli spazi e i tempi del coinvolgimento popolare, più si rende questo confronto approfondito per mettere le persone nelle condizioni di potersi fare un'idea e quindi di votare consapevolmente. L'articolo 138 comma 2 prevede un termine di 90 giorni dalla pubblicazione" del testo in Gazzetta Ufficiale "in cui è data facoltà ai parlamentari, alle regioni o ai cittadini di chiedere il referendum. Non c'era una sola ragione per non attendere, se non il timore di lasciare che il tempo allarghi la partecipazione. Siamo di fronte sostanzialmente ad una riforma della Costituzione approvata in Consiglio dei Ministri e poi fatta passare in Parlamento senza alcun dibattito. Non vorremmo che si puntasse ora a comprimere i tempi della campagna elettorale. Tutti i precedenti governi hanno rispettato quei termini, quindi ribadiamo: consideriamo questa una forzatura", dice Ferrari a Fanpage.it.
Secondo il segretario confederale Cgil "Calamandrei diceva che quando si discute di Costituzione in Parlamento i banchi del governo dovrebbero restare vuoti; qui invece sulla Costituzione è il governo che ‘se la suona e se la canta'. Sappiamo tutti che si puntava ad anticipare addirittura il voto nel mese di febbraio, come detto dallo stesso ministro Nordio".
Il comitato continuerà quindi a essere impegnato sulla raccolta delle firme, in vista delle urne: "Ci prepariamo a giocarci la nostra partita in vista del 22-23 di marzo. Noi diamo indicazione e facciamo appello perché si continui a firmare, perché è importante. Non ci appassionano le vie legali, ma è del tutto legittimo che i 15 firmatari assumano le determinazioni che li riguardano. Noi puntiamo all'obiettivo politico: la raccolta ha fatto emergere una domanda di partecipazione e diventa un primo momento di coinvolgimento sulle ragioni del No. È importante superare ampiamente le 500.000 firme a prescindere dagli effetti legali, per mandare il messaggio che c'è un popolo che vuole partecipare dal basso e non si fa imporre riforme calate dall'alto".
Per Ferrari non è la campagna referendaria a essere compromessa, ma è "il tentativo di riforma della Costituzione che parte già viziato per colpa del protagonismo del governo, dell'azzeramento del dibattito e della volontà di forzare i tempi. La campagna, per quanto ci riguarda, non parte assolutamente viziata. Anzi, vogliamo farne un'occasione di rilancio della partecipazione popolare, visto che la nostra democrazia soffre di una crisi conclamata e di un alto grado di astensionismo. Vogliamo far partecipare quanta più gente possibile e siamo convinti di potercela fare tranquillamente".
"Agendo in questo modo il governo non rispetta la volontà e la partecipazione popolare e si espone a eventuali conseguenze legali. Bastava aspettare altri 15 giorni per eliminare qualsiasi dubbio. Qui si tratta di privare i cittadini di un loro diritto riconosciuto dall'articolo 138 della Costituzione".