Referendum Giustizia, Silvia Albano: “Correnti non sono un virus, Meloni vuole magistrati più deboli e isolati”

La presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano, intervistata da Fanpage.it, in vista del voto sul referendum sulla Giustizia analizza alcuni dei punti più controversi della riforma Nordio, e spiega perché voterà No.
Dopo la decisione della Cassazione di ieri sera la data della consultazione, che inizialmente era stata fissata per il 22-23 marzo, potrebbe slittare: l'Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione con un'ordinanza ha riformulato il testo che verrà sottoposto agli elettori, alla luce della raccolta firma depositata dai 15 promotori guidati dall'avvocato Carlo Guglielmi. Il vecchio quesito è stato dunque superato il primo quesito enunciato nella precedente ordinanza della Cassazione dello scorso 18 novembre.
Un caso del genere non si è mai verificato, non ci sono precedenti. Secondo una delle possibili interpretazioni, se è stata dichiarata legittima la richiesta dei 500mila elettori, dovrebbe ripartire il procedimento previsto dalla legge: dell'ordinanza va data immediata comunicazione al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Corte costituzionale, e ai soggetti promotori; quindi, riconosciuta la legittimità della richiesta da parte della Cassazione, entro 60 giorni dalla comunicazione della decisione di quest'ultima va fissata la data del referendum per "una domenica compresa tra il 50º e il 70º giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione". Questo equivarrebbe a uno rinvio certo del voto, di almeno un paio di settimane. La palla a questo punto è lanciata nel campo del governo, che analizzata la nuova ordinanza, che è stata già depositata, farà le sue valutazioni.
Il governo secondo lei ha forzato la procedura, fissando la data del referendum prima che si potesse concludere la raccolta delle firme di iniziativa popolare, organizzata da un comitato di giuristi per il No?
Diciamo che ha forzato una prassi che c'è sempre stata, in applicazione l'articolo 138 della Costituzione che disciplina il procedimento di revisione costituzionale. In tutti i referendum che avevano come oggetto progetti di revisione costituzionale, nonostante ci fossero richieste precedenti di altri soggetti legittimati come un quinto dei parlamentari, prima di fissare la data del voto si è sempre deciso di aspettare la scadenza del termine di 90 giorni, previsto dall'articolo 138 della Costituzione. Questo per fare in modo che entro quei 90 giorni tutti i soggetti legittimati, tra cui appunto 500mila cittadini, avessero la possibilità di presentare un quesito. Quando il comitato promotore raccoglie le firme, quando viene ammesso il suo quesito e sono verificate le firme, quello diventa un soggetto giuridico, che ha diritto per legge ad avere spazi nella campagna elettorale.
Cosa succede adesso, visto che la Corte di Cassazione ha accolto la nuova formulazione del quesito? Verrà cambiata la data di svolgimento del referendum?
Sì, questo è quello che prevede la legge. Visto che è cambiato il quesito, dovrebbe ripartire l'iter e devono passare 50 giorni dall'emanazione del decreto di indizione. In teoria il governo dovrebbe adottare un nuovo provvedimento per fissare un'altra data.
La terzietà del giudice, prevista dall’articolo 111 della Costituzione è garantita in un sistema in cui i giudici e i per condividono la stessa carriera, gli stessi organismi associativi e lo stesso concorso?
I fatti dimostrano di Sì, visto che nell'oltre 50% dei casi il giudice non segue le richieste del pubblico ministero. La terzietà del giudice non dipende dal fatto che condivida o meno il Consiglio Superiore della Magistratura coi pubblici ministeri, fermo restando che i pubblici ministeri nel CSM sono cinque in tutto e gli altri 15 sono giudici. La terzietà del giudice è garantita dalla sua indipendenza e l'indipendenza dal pubblico ministero è ampiamente dimostrata dai fatti, per cui non si sentiva proprio la necessità di una riforma costituzionale. Un'ulteriore separazione delle funzioni rispetto a quella che c'è già poteva tranquillamente essere realizzata con una legge ordinaria. E infatti il tema della riforma non è questo.
Qual è?
La riforma cambia radicalmente il volto del CSM e modifica la presenza della magistratura dentro il CSM attraverso il sorteggio.
Il sistema del sorteggio viene presentato come il modo per debellare il “virus” delle correnti. È un falso problema?
Le correnti non sono un "virus", anzi è assolutamente una ricchezza della magistratura il dibattito che la nascita dei gruppi associativi ha avviato, ne ha cambiato radicalmente il volto, trasformando un corpo di burocrati in un corpo di magistrati consapevoli della propria funzione, "agenti della Costituzione", come li ha definiti con una felice espressione il presidente della Repubblica. Questo non significa nascondersi che ci siano state cadute etiche.
A cosa si riferisce? Allude a un'assenza di trasparenza nei criteri in base a cui sono stati assegnati alcuni incarichi?
Mi riferisco per esempio al famoso scandalo dell'Hotel Champagne, in cui c'erano degli esponenti della magistratura che discutevano e contrattavano con dei politici la nomina del procuratore capo a Roma. Ma le cadute etiche di questo tipo non si combattono con un deficit di democrazia e trasparenza, al contrario con più democrazia e trasparenza. I gruppi associativi sono un grande strumento di partecipazione democratica dei magistrati e di controllo anche sull'esercizio dell'autogoverno.
Mancano tra l'altro i criteri in base a cui verrà definita la platea ristretta dei magistrati da sorteggiare.
Come spesso accade, il diavolo sta nei particolari e nei dettagli, nel senso che molte cose nella riforma non sono esplicitate. Ad esempio la composizione dei collegi dell'Alta corte disciplinare, che potrebbero essere formati in maggioranza da componenti di nomina politica invece che da esponenti della magistratura. E questo sarebbe un potentissimo strumento per limitare l'autonomia e l'indipendenza dei singoli magistrati. E le nuove norme dell'ordinamento giudiziario saranno scritte da questa maggioranza di governo. Cosa voglia fare con questa riforma è chiarissimo.
Cioè?
Vuole fare in modo che i magistrati facciano quello che dice il governo. Quindi anche in questa direzione verranno scritte norme importanti e fondamentali. "Spezzeremo le reni alle correnti del Csm" è stato detto dal sottosegretario Delmastro. Questa battaglia ha a che fare con l'indipendenza dei magistrati, perché è chiaro che se i magistrati sono soli di fronte agli attacchi che arrivano dal potere politico quando adottano una decisione sgradita, sono molto più deboli e intimidibili. I gruppi associativi, e l'Associazione Nazionale Magistrati in primo luogo, hanno questa funzione fondamentale, cioè far sentire i magistrati meno soli, dando più forza all'indipendenza della magistratura.
Il governo e i sostenitori del Sì vi accusano di diffondere fake news. Non c'è scritto da nessuna parte nel testo della riforma che il pm passerà sotto il controllo della politica. Da cosa nasce allora questo timore?
Il tema non è che solo che il pubblico ministero diventa più debole, il problema è che si indebolisce l'indipendenza di tutti, pubblici ministeri e giudici, attraverso la riscrittura del volto dell'organo che ne dovrebbe tutelare l'indipendenza, che è il Consiglio Superiore della Magistratura, dove ci sarà una componente politica organizzata e forte e una magistratura frammentata e più debole. Ci sono delle dichiarazioni molto chiare che mostrano quali saranno i prossimi passi. Il ministro Tajani ha dichiarato che "La separazione delle carriere non basta" e ha detto che bisogna "liberare la polizia giudiziaria dal controllo dei pubblici ministeri". Anche attraverso leggi ordinarie si può limitare molto l'indipendenza dei pubblici ministeri. Per esempio limitando la possibilità del pubblico ministero di raccogliere autonomamente le notizie di reato. Se il prossimo passo è quello di sottrarre la direzione della polizia giudiziaria al pubblico ministero, significa che sarà solo la polizia giudiziaria a decidere quali reati perseguire, quali prove raccogliere e quali reati far arrivare al processo. Saranno i ministri dei dicasteri competenti a decidere, il ministro dell'Interno per la polizia, il ministro dell'Economia per la guardia di finanza e della Difesa per i carabinieri.
Meloni continua a lamentarsi dell'invadenza dei giudici, ma sembra che sia più il potere politico a invadere quello giudiziario. In occasione degli scontri a Torino per esempio la premier ha suggerito ai giudici di contestare a uno dei presunti aggressori "il tentato omicidio, non lesioni". E durante la conferenza stampa di inizio anno ha dichiarato che i giudici rendono "vano il lavoro del Parlamento e delle forze dell'ordine". Cosa ne pensa?
L'obiettivo della riforma Nordio è sempre più chiaro e questo deve preoccupare tutti. Pretendono che i giudici rispondano non alla legge, ma ai desiderata del governo di turno. Quelle frasi di Meloni sono un'invasione di campo che non si era mai vista a questi livelli. Sono i pubblici ministeri a formulare un capo di imputazione e i giudici a decidere. È un campo che proprio non spetta alla politica.