Referendum Giustizia, perché la data del 22 e 23 marzo può slittare: gli scenari dopo la decisione del Tar

Il prossimo 27 gennaio il TAR del Lazio si esprimerà sul ricorso presentato dal comitato dei 15 giuristi guidato dall'avvocato Carlo Guglielmi, che aveva chiesto una sospensione cautelare urgente della deliberazione del governo Meloni con la quale è stata fissata per i giorni 22 e 23 marzo prossimo la data per il referendum confermativo sulla riforma della Giustizia, sulla base della richiesta di almeno un quinto dei membri di una Camera.
Nel frattempo, come sappiamo, l'iniziativa popolare ha raggiunto il target che si era prefissata, cioè ha superato la soglia delle 500mila firme. Dunque cosa potrebbe succedere il 27? C'è la possibilità concreta che la data del referendum slitti, sebbene la scelta del 22 e 23 marzo da parte del governo sia del tutto legittima: l'esecutivo aveva infatti 60 giorni di tempo – a partire dall'ordinanza della Cassazione che si era espressa sulle richieste dei parlamentari lo scorso 18 novembre – per comunicare la data per il voto, come prescrive la legge del 1970 sull'organizzazione dei referendum. Per questo il Consiglio dei ministri dello scorso 12 gennaio ha annunciato la decisione.
Nel frattempo però il comitato per il No che ha raccolto le firme per chiedere un quesito alternativo sulla riforma che contiene le separazione delle carriere ha raggiunto il traguardo in anticipo. Il comitato aveva tempo fino a venerdì 30 gennaio, perché la Costituzione concede tre mesi di tempo dalla pubblicazione del testo della riforma in Gazzetta Ufficiale per provvedere alla raccolta delle firme necessarie alla presentazione di un quesito.
Fino ad ora non era mai accaduto che un governo annunciasse una data per il referendum senza attendere il completamento della raccolta firme di iniziativa popolare (dal governo Amato del 2001 si è sempre atteso il termine di tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale): non si tratta di una violazione di un obbligo di legge, ma di un'accelerazione che va contro una prassi consolidata e che comprime lo spazio della partecipazione popolare. Una fretta inattesa che non è stata apprezzata dai comitati per il No, i quali intravedono nelle decisioni tempestive del governo l'urgenza di accorciare la campagna referendaria per paura di far salire le adesioni al fronte del No.
Avendo raggiunto le 500mila firme il comitato di Gugliemi potrà depositare la richiesta di referendum alla Cassazione, la quale avrà 30 giorni di tempo per esaminarla. Per legge poi la data del referendum va fissata in una domenica compresa tra il 50esimo ed il 70simo giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione. Ma una data per il voto risulta già segnata sul calendario: per il momento, salvo slittamenti, sappiamo che si andrà a votare il 22 e 23 marzo, come stabilito dal governo. La situazione però potrebbe cambiare, a seguito delle valutazioni del Tar.
Per capire quali scenari dobbiamo aspettarci dopo il 27 gennaio, con il pronunciamento del TAR nel merito del ricorso, abbiamo chiesto un commento a Salvatore Curreri, professore di Diritto costituzionale e pubblico comparato presso l'Università di Enna "Kore".
"A mio parere la decisione del governo è legittima, perché secondo l'articolo 15 della legge 352 del 1970 il Consiglio dei ministri deve fissare la data entro 60 giorni dall'ordinanza dell'ufficio centrale per il referendum della Cassazione che accoglie la richiesta del referendum. Siccome quest'ordinanza è del 18 novembre, il governo aveva tempo fino al 17 gennaio. Quindi sotto un profilo di stretta legalità il governo secondo me è inattaccabile. Il punto è che questo articolo non si concilia perfettamente con i 3 mesi che l'articolo 138 della Costituzione prevede per la raccolta delle firme. Secondo me il governo avrebbe potuto anche attendere tranquillamente i tre mesi, e questo non avrebbe cambiato nulla, perché avrebbe potuto aspettare il 31 gennaio e fissare comunque come data per il referendum il 22-23 marzo, perché avrebbe rispettato i 50-70 giorni della finestra temporale che è prevista dalla legge. Si sarebbe potuta evitare questa forzatura, anche se legittima, perché sulla base della legge il governo ha agito assolutamente in maniera conforme", ha detto Curreri a Fanpage.it.
Secondo il professore si aprono diversi scenari. "Il TAR potrebbe o convalidare il decreto di indizione o annullarlo, e quindi rimettere in piedi la procedura. Potrebbe anche decidere di sollevare questioni di legittimità costituzionale sull'articolo 15 della legge 352 del 1970, cioè potrebbe osservare che c'è un contrasto tra i 60 giorni previsti dall'articolo 15 e i 3 mesi previsti dall'articolo 138 della Costituzione, mandando la decisione alla Corte. Il che sarebbe uno scenario molto problematico, perché questo significa che in attesa del pronunciamento della Corte il referendum salterebbe, con una serie di effetti a cascata. Effetti a cascata che si avrebbero anche qualora il TAR dovesse respingere il ricorso del comitato per il No, perché a quel punto il comitato potrebbe decidere di sollevare un conflitto di attribuzioni sempre dinanzi alla Corte Costituzionale".
Dunque, se il TAR confermasse il decreto del governo sulla data del referendum, il comitato di Guglielmi dopo aver presentato le firme in Cassazione potrebbe chiedere alla Corte Costituzionale di esprimersi sul medesimo decreto. Il che farebbe crescere le probabilità di un rinvio del voto.
Secondo Curreri è vero che i due quesiti, quello su cui si dovrebbe votare a marzo e quello del comitato di Guglielmi su cui dovrebbe esprimersi la Cassazione, sono diversi – il quesito contenuto nella raccolta firme popolare è più dettagliato rispetto a quello approvato dalla Cassazione a novembre, perché cita gli articoli della Costituzione a differenza di quello della richiesta dei parlamentari che fa riferimento solo al testo della riforma – però per legge l'oggetto del referendum deve essere coincidente con la deliberazione parlamentare: "Non si può decidere come nel referendum abrogativo il titolo da dare, perché il titolo è dato proprio dalla legge costituzionale, e dunque il quesito coincide con il testo della legge costituzionale approvato dalle Camere".
Ma concretamente, il TAR potrebbe decidere di sospendere il decreto, in attesa che la Cassazione si esprima anche sul nuovo questito? "Sì, potrebbe anche farlo, anche se questo significherebbe aspettare la decisione della Cassazione, che come sappiamo ha 30 giorni di tempo per esaminare il quesito. E il referendum slitterebbe sicuramente", ha spiegato Curreri. A conti fatti, il nuovo referendum andrebbe indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell'ordinanza della Cassazione. Se anche quest'ultima si esprimesse nel giro di pochi giorni, per esempio i primi di febbraio, andrebbe comunque rispettata la finestra di 50-70 giorni successivi all'emanazione del decreto di indizione. Considerato che Pasqua quest'anno cade di 5 aprile, e chiaramente il referendum non potrebbe coincidere con la festa religiosa, la consultazione popolare rischierebbe un rinvio a metà aprile.