Referendum Giustizia, Nino Di Matteo come Gratteri: “Massoni e mafiosi voteranno sì”

A meno di un mese dal referendum sulla separazione delle carriere, in programma il 22 e 23 marzo, il confronto politico e istituzionale si fa sempre più aspro. Il clima si è ulteriormente surriscaldato dopo l'intervento del magistrato Nino Di Matteo a Roma, in occasione della presentazione del libro di Marco Travaglio, "Perché No. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole". Accanto al direttore del Fatto Quotidiano era presente anche il leader del M5s Giuseppe Conte. Ed è proprio in quel contesto che Di Matteo avrebbe pronunciato dichiarazioni destinate a segnare, ancora una volta, la campagna referendaria.
Di Matteo: "I mafiosi voteranno sì"
"Ci saranno persone per bene che voteranno Sì, ci mancherebbe, ma i mafiosi, i grandi criminali voteranno Sì", ha detto il magistrato, spiegando che, a suo giudizio, le organizzazioni mafiose guarderebbero con favore alla riforma perché la considererebbero funzionale a un indebolimento della magistratura. "Quando i mafiosi, quelli che ragionano, pensano che una parte politica possa andare contro la magistratura già loro hanno deciso per chi votare. Ne abbiamo esperienze, anche consacrate in sentenze passate in giudicato, quando nel 1987 alcuni partiti, il Psi, i Radicali, furono fautori della riforma sulla responsabilità civile dei magistrati: i mafiosi erano talmente entusiasti che, anche cambiando le loro inclinazioni verso la Dc, decisero di votare per Psi e Radicali", ha ricordato. Secondo l'ex pm di Palermo, il Sì sarebbe "fondato sul presupposto della necessità di indebolire la magistratura, denigrarla", e la mafia avrebbe interesse a delegittimare l'istituzione agli occhi dell’opinione pubblica. Nel suo intervento il magistrato ha richiamato anche il passato politico e giudiziario di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, citando sentenze definitive e sostenendo che, nell'immaginario mafioso, il conflitto tra politica e magistratura rappresenterebbe un segnale preciso.
La reazione del centrodestra: "Parole indegne"
Durissima la replica di Forza Italia: la sottosegretaria Matilde Siracusano ha definito le dichiarazioni "indegne e inaccettabili", accusando il magistrato di attribuire in modo generalizzato e suggestivo il voto favorevole a mafiosi e massoni. Ancora più netto il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè: "Lette le parole del pubblico ministero Nino Di Matteo si prova soltanto una grande, infinita pena. È il delirio di un invasato animato dal pregiudizio che non ha alcun rispetto per l'intelligenza e la storia. Non è neppure il caso di confutare un'analisi così ridicola e superficiale. Con lo stesso metro si potrebbe dire che negli anni Novanta un sindaco di Palermo di sinistra eletto con il 75% dei voti avesse calamitato su di se' i voti della mafia. Sarebbe ridicolo, appunto. Qui però siamo oltre e non c’è sdegno che possa contenere cotanta infamia". Anche la Lega ha attaccato duramente: "Sempre più nervosi, arroganti e violenti alcuni signorotti del No. Il 22 e 23 marzo con milioni di SÌ gli Italiani daranno loro una bella lezione di educazione e democrazia".
Il nodo P2 e il "copyright" rivendicato
Ad aumentare la tensione è intervenuto anche Maurizio Gelli, figlio di Licio Gelli, che in un'intervista al Fatto Quotidiano ha sostenuto come la separazione delle carriere riprenderebbe un'idea già presente nel cosiddetto "piano di rinascita democratica" della P2. Un riferimento rilanciato da Giuseppe Conte durante la presentazione romana del libro di Travaglio. Secondo l'ex premier, la riforma comporterebbe infatti un'alterazione degli equilibri costituzionali, rafforzando la politica a scapito della magistratura: "Se abbiamo più politica e meno giustizia significa spazi di impunità per i politici, nessun controllo per i politici". Conte ha poi osservato che, se il figlio di Gelli rivendica la paternità di quell'idea, il collegamento storico non sarebbe un'invenzione polemica ma un dato dichiarato: "Si offendono quando richiami Gelli e il piano di rinascita ma nell'intervista il figlio ha rivendicato il copyright. Esistono i diritti dell'ingegno e vanno tutelati". Dal fronte opposto, la senatrice di Fratelli d'Italia Antonella Zedda ha respinto l'accusa di una matrice esclusivamente "piduista" della riforma, ricordando che anche nel programma originario del M5s figurava la separazione delle carriere.
Una campagna sempre più polarizzata
Nel dibattito è intervenuto anche il vicepremier Antonio Tajani, che ha invitato a non trasformare il referendum in "una rissa politica", mentre l'altro vicepremier Matteo Salvini ha sostenuto che con il Sì "anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano potranno essere sanzionati".
A meno di un mese dal voto, la separazione delle carriere si conferma così non solo una riforma della giustizia, ma il terreno simbolico di uno scontro molto più ampio sul rapporto tra politica e magistratura, tra equilibrio dei poteri e memoria delle ombre del passato. Un confronto che, giorno dopo giorno, sembra allontanarsi dal merito tecnico della riforma per trasformarsi in un referendum identitario, carico di storia, diffidenze e reciproche accuse.