Referendum Giustizia, l’ultimo sondaggio di Fanpage.it prima dello stop: chi vince tra il Sì e il No

L'ultimo sondaggio sul referendum dell'Osservatorio Delphi, monitoraggio continuativo promosso da Piave Digital Agency in collaborazione con Sigma Consulting, pubblicato in esclusiva su Fanpage.it a due settimane dal voto, conferma il trend positivo per il fronte del No.
Il blocco dei contrari alla riforma della Giustizia continua ad ingrandirsi. Come si vede dalla rilevazione, il No guadagna 4 punti percentuali in un mese. Se si andasse oggi alle urne, con un'affluenza stimata del 51%, voterebbe a favore della separazione delle carriere dei giudici e dei pm il 37% degli aventi diritto; voterebbe No il 36%. Il 27% degli intervistati si dichiara ancora indeciso. La maggioranza dell'elettorato si considera comunque molto o abbastanza informato (61%); lo è "per niente" o "poco" il 39%.
Gli scenari in base all'affluenza
A condizionare molto il risultato finale del 22 e 23 marzo prossimi sarà comunque la partecipazione. Il sondaggio mostra tre possibili scenari, in base all'affluenza. Con l'aumentare del numero di votanti, crescono anche le possibilità di vittoria del Sì; al contrario, più l'affluenza si mantiene bassa, maggiori chance avrebbe il No alla riforma. Nel dettaglio:
- affluenza al 55%: No al 48,4%; Sì in vantaggio con il 51,6%
- affluenza al 49,5%: No al 49,5%; Sì in vantaggio al 50,5%
- affluenza al 45%: No in vantaggio al 52%; Sì al 48%
In un'analisi pubblicata lo scorso 20 febbraio, Gian Piero Travini, analista di Piave Digital Agency, aveva già avuto modo di affermare che "Oltre il 51,8-52% di affluenza, diventa quasi impossibile il successo del No". Una previsione che sembra essere confermata dagli ultimi dati, dove sotto il 49,5% il No sarebbe avanti.
Questo fenomeno è facilmente spiegabile. "Quel 51,8% era ricavato considerando i 10-13 milioni di elettori di centrosinistra, visto che la coalizione sembra essere in grado di rimobilitare tutti gli elettori che sono andati a votare a favore dei referendum sul lavoro e cittadinanza lo scorso giugno (in tutto quasi 15 milioni di elettori ndr). L'obiettivo del centrodestra è mobilitare per il 22-23 marzo un elettore in più del centrosinistra. Ma il tema è che il centrosinistra quegli elettori riesce a ingaggiarli quasi sempre, come avvenuto per lo scorso referendum. Sappiamo che l'elettorato di centrosinistra è più facilmente ingaggiabile per tutte le elezioni, al contrario di quello di centrodestra", spiega Travini a Fanpage.it. "A maggior ragione in questo caso, visto che non si tratta di un voto diretto sul partito, non è un voto ultra personalizzato. Mentre l'elettorato di centrosinistra non ha bisogno che il voto sia personalizzato per andare a votare".

Chi ne esce rafforzato tra centrodestra e centrosinistra
In base ai risultati del sondaggio, in caso di vittoria del Sì, il centrodestra uscirebbe rafforzato. Al contrario, se dovessero prevalere i No, il centrosinistra non ne tratterebbe un grande guadagno. Alla domanda "pensa che la vittoria del Sì al referendum possa rafforzare la posizione del centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche?", ha risposto "molto" o "abbastanza" il 45% degli intervistati; secondo il 22% invece il risultato non rafforzerà "per niente" il centrodestra, o comunque ci saranno poche ripercussioni sul consenso della maggioranza. E il centrosinistra potrebbe rafforzare la propria posizione in vista delle politiche del 2027? Il 27% ritiene di sì, mentre il 38% non crede che il risultato positivo del fronte del NO possa avvantaggiare la coalizione.
In ogni caso, meno di 3 italiani su 10 voterebbero le dimissioni di Giorgia Meloni, nel caso perdesse la partita del referendum sulla Giustizia. Secondo il 41% dei cittadini consultati dovrebbe rimanere in carica; solo il 27% pensa che dovrebbe fare un passo indietro.

Schlein ha già portato a casa quattro risultati
Secondo l'analista politico consultato da Fanpage.it, la segretaria del Pd Elly Schlein ha fatto una mossa vincente lo scorso 2 marzo, quando ha dichiarato che in caso di vittoria del No non chiederà le dimissioni della premier in carica Giorgia Meloni. Ci sono almeno quattro ragioni per cui un'affermazione del genere può aiutare la leader dem in vista delle prossime elezioni politiche. Le spiega con chiarezza Gian Piero Travini. In primo luogo questa dichiarazione elimina dal campo l'ombra del voto anticipato nel 2026 – oltre ad essere perfettamente allineata alla stragrande maggioranza dell'elettorato – in un momento in cui la coalizione del centrosinistra non sarebbe pronta ad affrontare una campagna elettorale breve e dovrebbe scegliere la leadership attraverso le primarie. In questo modo Schlein toglie chance anche al suo principale contendente, Giuseppe Conte, qualora il leader M5s aspirasse a essere il candidato premier: in questo momento l'ex premier potrebbe essere competitivo.
"Schlein ha ben chiaro il percorso che la condurrà alle Politiche del 2027. Il primo risultato che ottiene è quello di evitare che qualcuno chieda le dimissioni di Meloni, perché sostanzialmente lei non è ancora pronta per il voto in questo momento, ha bisogno di preparare le primarie di coalizione. E il centrosinistra non è ancora pronto per affrontare una campagna elettorale. Anche il centrodestra del resto farebbe fatica a portare a casa la nuova legge elettorale entro giugno per andare a nuove elezioni, per cui si andrebbe a votare con la vecchia legge elettorale. Di conseguenza nemmeno al governo converrebbe un voto anticipato".
"Tra l'altro l'impianto della proposta di riforma elettorale del centrodestra, legittima totalmente il percorso fin qui fatto da Schlein per costruire il campo largo. Perché è una legge elettorale che premia la coalizione più competitiva e più larga. Si solito le riforme elettorali servono ad apparecchiare il campo a chi le propone. Mentre le opposizioni sono costrette in teoria ad adattarsi. In questo caso invece osserviamo che la visione di Elly Schlein aderisce perfettamente a quel sistema elettorale che viene descritto nella proposta del centrodestra. Se la leader dem in questi anni non avesse impostato il campo largo, in caso di approvazione di quella riforma, sarebbe comunque costretta a farlo. Invece si trova il lavoro già fatto", osserva l'analista politic.
C'è poi un secondo punto messo a segno dalla segretaria del Pd: le opposizioni, per la prima volta nella legislatura, stanno indicando l'indirizzo politico al governo. "Schlein riesce a farlo con il coltello dalla parte del manico: sta dicendo sostanzialmente che il governo può arrivare fino alla scadenza naturale, e che questo non rappresenta in alcun modo un problema per il centrosinistra. Ne guadagna in credibilità e ha più tempo per organizzare le primarie di coalizione".
"Il terzo risultato ottenuto è quello di togliere la valenza politica al referendum, puntando agli indecisi. La comunicazione del fronte del No è stata legata all'obiettivo di mandare a casa Meloni: ‘votiamo per dare un segnale al governo'. Schlein invece negli ultimi giorni ha deciso che bisogna parlare dei contenuti della riforma. Questa strategia – dice Travini – torna utile anche per i risultati del nostro ultimo sondaggio: la leader dem intercetta la volontà della stragrande maggioranza degli elettori, visto che nemmeno tre italiani su dieci vorrebbero le dimissioni del governo Meloni in caso di vittoria del No. Schlein ha giocato d'anticipo, sottolineando di non essere interessata alle dimissioni. Il centrosinistra, esattamente come il centrodestra, ha cercato per tutta la prima parte del campagna elettorale di polarizzare il voto. Nelle ultime due settimane sta cercando di farlo in modo più moderato".
"Nel momento in cui toglie valore politico al referendum, e alla vittoria del No, depotenzia automaticamente anche l'eventuale vittoria del Sì. Come si vede dalla nostra rilevazione, se prevalessero i Sì il centrodestra ne uscirebbe rafforzato; se invece prevalessero i No, il centrosinistra non risulterebbe rafforzato. Ecco perché a Schlein conviene togliere valore politico alla vittoria del No: questa non sarebbe comunque percepita dall'elettorato come una vittoria politica". La tattica di Schlein insomma sembra perfettamente centrata: in questo modo disinnesca anche la valenza politica di una vittoria del Sì, che verrebbe interpretata come un successo dall'elettorato di centrodestra.
